Don Armando Trevisiol


Archivio di febbraio 2010

“Cosa volete che io sia”

venerdì, 19 febbraio 2010

Il professor Giovanni Rama, l’illustre oculista che ha reso famoso l’ospedale di Mestre per il trapianto delle cornee e che ha grandemente contribuito per la promozione della legge per rendere possibili e più facili i trapianti e che iniziò quello splendido servizio di dedicare le ferie per operare in un ospedale all’interno del Kenya il quale non avrebbe mai potuto permettersi specialisti di primo piano e che infine ideò il grande progetto della Banca degli occhi che oggi è una felice “realtà”, mi ha sempre onorato del suo affetto e della sua amicizia.

Un giorno, in una delle tante conversazioni, che avvenivano nel suo studiolo, parlandomi della sua professione mi confessava che un medico serio dovrebbe fare il monaco, perchè la professione del medico è talmente assorbente che non lascerebbe spazio ad altri impegni.

Mi rimase sempre impressa questa affermazione di un uomo dedito seriamente al servizio della salute dell’umanità. Questo concetto è da secoli e secoli attuato da uomini e donne che hanno intuito che l’impegno per certi servizi, non lascia spazio ad altri interessi per quanto conformi alla natura e pur nobili ed alti.

Come capisco allora le ragazze che rinunciano all’amore di un uomo per poter amare tutti, i missionari che rinunciano ad ogni legame familiare per poter essere totalmente disponibili, come pure capisco lo sforzo titanico della chiesa nel voler mantenere il celibato dei preti. Se un prete vuole davvero dedicarsi a Dio e agli uomini non ha il tempo e possibilità di seguire le esigenze pur legittime di una donna e di una famiglia.

Se però un uomo sceglie di fare il prete ad ore o come un semplice mestiere allora non solo può occuparsi di una famiglia, ma anche di affari e di altro ancora!

Spesso mi viene in mente la confidenza del prof. Rama soprattutto quando al don Vecchi i residenti mi considerano prete quando pretendono avalli i loro interessi e perciò io diventi distaccato, comprensivo, accomodante e responsabile della struttura quando per un altro verso interessa loro la funzionalità e l’efficienza della struttura.

Io mi sento spessissimo in una situazione ambigua dalla quale non mi è possibile uscire. Se faccio il prete non dovrei interessarmi di nulla di quanto riguarda l’economia, la funzionalità, l’efficienza. Se invece faccio l’imprenditore tutte le qualità e i requisiti del sacerdote non mi sono che di imbarazzo e di impaccio per una sempre più completa razionalità ed efficienza amministrativa e sociale.

Probabilmente anche il prof. Rama portò fino alla fine l’ambiguità delle due funzioni che alla fin fine si danneggiano reciprocamente.

Credo che anche per quello che mi riguarda dovrò portare fino alla fine il peso ed il disagio di doveri e funzioni che sono alla fin fine contrastanti.


I “bond del paradiso”

giovedì, 18 febbraio 2010

Veramente non è la prima volta che mi sia capitato di trovarmi coinvolto in una avventura mediatica quale quella che sto vivendo da qualche giorno.

Dopo essermi scervellato per trovare una soluzione per la copertura finanziaria del costruendo don Vecchi di Campalto, mi è parso di comprendere che, se io avessi messo in vendita dei certificati di parziale proprietà, anche se a livello sostanzialmente simbolico del don Vecchi di Campalto, facendo sottoscrivere azioni della Fondazione che lo gestirà, molto probabilmente avrei ottenuto qualche risultato, sempre che fossero quote a prezzo accessibile.

Fissai il costo in 50 euro. Poi mi feci stampare dai miei collaboratori un certificato di forma un po’ spagnolesca, che si rifà ai certificati di credito delle poste italiane di una volta che avevo visto per caso.

Lanciai l’iniziativa finanziaria dalle colonne de “L’incontro”.

La cosa ebbe immediato successo, dato anche delle numerose spintarelle che io non ho cessato di darle.

Ad esempio quando uno mi faceva un’offerta di 50 euro o un suo multiplo, stampavo il nome come se mi avesse chiesto un’azione. Mi sentii legittimato a farlo avendo dichiarato pubblicamente che tutto quello che ricevevo l’avrei messo sul conto del don Vecchi quater.

Compresi però ben presto che il bacino de “L’incontro” era troppo piccolo per avere un risultato adeguato al bisogno. Allora preparai una documentazione abbondante con elementi che interessano i mass-media e la spedii agli amici de “Il Gazzettino”, della “Nuova Venezia”, di “Gente Veneta” del “Corriere della Sera” e di “Rai Tre”.

Il primo che ha risposto è stato il “Corriere del Veneto” con un articolo di Alberto Zorzi dal titolo così stuzzicante che ha fatto il “miracolo”. Una vecchiaia tranquilla con i “Bond del Paradiso”.

Probabilmente il titolista dell’articolo tradusse la parola “azione” con quella più moderna e corrente di “Bond” e la congiunse al “paradiso”, Io infatti a scanso di equivoci mi sono garantito da possibili richieste di risarcimento col dire che le azioni erano esigibili solamente al momento del giudizio finale che tutti sanno segue la morte.

E’ nato subito un putiferio; ha telefonato l’Ansa, Antenna Veneta, Rai Tre, un’agenzia milanese e tutti i quotidiani cittadini.

Non credo d’aver scoperto ed essermi appropriato dell’oro dell’”Eldorado” comunque il “lancio” ha rimesso in moto tutta l’operazione.
Così va la vita!


La predica non è cosa semplice

mercoledì, 17 febbraio 2010

Quando ero a Carpenedo, per i motivi più diversi, capitava che venisse a celebrare qualche sacerdote di Mestre o di qualche altra città, così avevo modo di ascoltare, tanto volentieri, le prediche che tenevano nelle varie occasioni. Talvolta mi è capitato di incontrare dei sacerdoti veramente bravi che rendevano il messaggio evangelico di una grande attualità e quanto mai convincente.

Più spesso però ero deluso da certi sermoni, pieni di luoghi comuni, di idee fuori corso, di pensieri per nulla incisivi ed appartenenti ad un repertorio ecclesiastico scontato e per nulla appetibile per chi desidera dalla Parola di Dio un qualcosa di stimolante che apra la mente e il cuore con l’impatto, con “la buona notizia”.

Comunque l’ascolto delle riflessioni della parola, di sacerdoti diversi in ogni caso mi offriva un contributo; in positivo quando il discorso, pur semplice, era convincente, fresco ed incisivo, ma egualmente utile quando la predica era deludente perché mi metteva in guardia su ciò che dovevo non dovevo dire.

Il confronto mi era sempre di grande utilità. Ora mi trovo sempre solo con me stesso, mi manca la possibilità di verifica e perciò gli unici indici di valutazione sono per me le reazioni dei fedeli, ma essi sono da secoli abituati a non reagire, ad ascoltare magari senza partecipare per nulla. É la mia coscienza? Però neanche questo è un indice sempre valido.
Io non appena avverto di non ingranare e di ripetere i concetti mi scoraggio immediatamente e debbo concludere il più rapidamente possibile!

Per me la predica è sempre stata un cruccio infinito, non tanto per non far brutta figura, ma soprattutto perchè sono convinto che il messaggio di Dio è troppo importante e troppo necessario per l’uomo perché esso non sia presentato in maniera intelligente, elegante ed adeguato alla sensibilità e alle attese dell’uomo d’oggi.

Un tempo avevo un amico sacerdote che si autoconvinse di non essere all’altezza di fare una buona predica e perciò da quel giorno si rifiutò in maniera assoluta di predicare.

Io non so se a più di 80 anni sia opportuno o no commentare il Vangelo?
Non sarebbe male una verifica da parte di competenti, come si fa con la patente di guida e il permesso semmai di continuare dovrebbe essere sempre di più breve durata.


Troppa comprensione non fa davvero bene ai più giovani

martedì, 16 febbraio 2010

Qualche giorno fa ho celebrato un funerale nella nuova chiesa del cimitero. Non c’era come al solito tanta gente, forse più o meno una trentina di persone. La defunta aveva più di 95 anni e gli ultimi sette li aveva trascorsi in casa di riposo.

Con la vita anonima, in cui ormai è scomparso il senso comunitario e la partecipazione agli eventi che toccano anche i vicini di casa, rientra purtroppo nella norma il fatto che ci sia sempre meno gente al commiato degli anziani.

Non appena diedi un tocco al campanello, che annuncia la celebrazione, mi accorsi di una mamma che teneva in braccio un bimbetto di due o tre anni che già frignava. Per prima cosa feci il proposito di non intervenire per nessuna ragione perché so che avrei avuto la disapprovazione di tutti, poi sperai inutilmente che la mamma si accorgesse del grave disturbo che recava alla celebrazione. Si spostò di posto, andò in fondo alla chiesa, gli sussurrò mille cose, svuotò la borsetta di tutto l’armamentario che le donne portano solitamente ed inutilmente con sé, tutto fu inutile il bimbo continuò a smaniare e piagnucolare fino alla fine. Mentre con grande sofferenza continuai a predicare e recitare le sacre formule, il mio animo andò a Taizè in Francia, quando, nei tempi lontani, vidi i monaci, con le loro lunghe tonache bianche, uscire per i vesperi, accompagnati da alcuni bambinelli di tre o quattro anni, che si sedettero composti e rimasero tali per il lungo tempo impegnato dai monaci nel canto dei vesperi.

I bambini francesi sono forse più quieti? No di certo! Quei bimbi sono stati educati in maniera diversa. Le nostre mammette sono tutto fuorché delle educatrici; permettono tutto, avallano tutto, non si oppongono a niente. Poi la gente si domanda da dove escano i bulli, i No Globals, i disobbedienti?

Ricordo che un tempo la responsabile del Sert di Mestre mi riferì di una indagine sul come incideva il tipo di educazione sui tossicodipendenti. Il 95% dei ragazzi che si drogano provengono da una educazione permissiva e solo il 5% da una educazione ferma e precisa.

Finché genitori, insegnanti, preti, amministratori, polizia e giudici continueranno a tollerare ogni trasgressione ad ogni età nella nostra terra non cresceranno uomini, ma selvaggi! Checché ne possano pensare gli psicologi e i psichiatri o la sinistra!


Gli acciacchi dell’Angelo

lunedì, 15 febbraio 2010

Il nuovo ospedale dell’Angelo mi è diventato un ambiente caro per molti motivi; perché spesso ne ho bisogno per i miei acciacchi, perché infermieri, medici e primari, sono sempre stati eccezionalmente premurosi e gentili nei miei riguardi, perché la struttura mi piace quanto mai, sia dal punto di vista funzionale che da quello estetico, infine e soprattutto perché il mondo della sofferenza credo debba meritare la più viva attenzione e disponibilità. Motivo per cui mi è causa di sofferenza quando leggo che i migliori medici se ne vanno, quando apprendo dalla stampa e da qualche confidenza che per motivi finanziari l’ospedale è in arretrato come strumentazione scientifica e perciò i medici sono costretti ad operare con strumenti tecnicamente superati mentre in città vicine non si bada a spese per avere una sanità all’avanguardia, soffro quando ho la sensazione che i vari comparti si muovano in maniera autonoma, non coordinandosi l’un con l’altro.

La mia preoccupazione diventa ancor maggiore quando tutto questo avviene nel settore dell’assistenza religiosa.

Il mio apporto attualmente avviene attraverso una serie di contributi a livello giornalistico. Due volte la settimana rifornisco, sempre a titolo gratuito, un espositore allestito, a questo scopo, e gli spazi della galleria d’attesa con 700-800 copie de “L’incontro”, ogni 15 giorni con altrettante copie di “Coraggio”, ogni mese con un centinaio di copie de “Il sole sul nuovo giorno” e sempre porto numerosissime copie di un opuscolo di preghiere e di un volume sulla elaborazione del lutto.

Credo che la catechesi e il messaggio cristiano passino all’Angelo soprattutto mediante questi veicoli, ma il tutto avviene in maniera solitaria, senza alcun coordinamento, senza strategia pastorale di sorta, mentre, a mio modesto parere, forse questo strumento è pressoché quasi l’unico a fare un discorso cristiano articolato e serio.

Talvolta ho la strana preoccupazione di essere quasi come il giapponese che non essendo stato informato che la guerra era finita, continuava ad essere un combattente solitario, ignaro che l’impegno cristiano forte e generoso è ormai terminato!


Un esempio che ogni mestrino dovrebbe seguire!

domenica, 14 febbraio 2010

Io sono sempre stato esigente con me stesso e purtroppo lo sono anche con gli altri. Non riesco né a comprendere, né a tollerare che dei sessantenni – o perché sono andati presto a lavorare, o perché sono stati occupati presso enti statali o parastatali, o perché hanno avuto, per motivi diversi, degli abbuoni – se ne vadano in pensione e vivano il resto della vita oziando, trascinandosi da una sedia all’altra o da una passeggiata alla visita ad un ipermercato.

Nella vita ognuno deve dare il suo contributo sempre, viva vent’anni o ne viva cento, e questo indipendentemente dalla pensione “legale”. Ognuno mangia, respira, cammina per strada, beneficia del lavoro degli altri, e perciò è giusto che ricambi, occupando il suo tempo ed impegnando le sue capacità a favore del suo prossimo. San Paolo, a questo proposito, è perentorio: “Chi non lavora non mangi!”

C’è un lavoro retribuito con lo stipendio, e c’è pure un lavoro che deve accontentarsi della riconoscenza o del benessere del suo prossimo. Preferisco infinitamente chi lavora in nero – dicano pure quello che vogliono sindacati o politici – a chi perde il tempo facendo nulla.

L’altra domenica indicai alla ammirazione dell’assemblea che gremiva letteralmente la nuova chiesa del cimitero, il signor Nino Brunello che, a novantadue anni, ogni domenica si presenta puntuale col suo amato violino, quel violino che lui ha suonato per la sua intera lunga vita, per accompagnare il canto del gruppetto di anziani del Don Vecchi che aiutano l’assemblea a lodare il Signore col canto.

Quella mattina il vecchio violinista, che aveva suonato con altri orchestrali fino a mezzanotte all’hotel Gritti di Venezia, alle dieci s’era presentato, sereno e sorridente, a compiere gratuitamente e con entusiasmo, il suo servizio all’altare. Sentii il bisogno di indicare all’ ammirazione dell’assemblea questa bella testimonianza di fede e di laboriosità. Tutti gli batterono le mani.

Quanto sarei felice che ogni mestrino meritasse l’applauso dei suoi concittadini per il dono del proprio tempo e delle proprie capacità.


La predica, percorso non sempre facile!

sabato, 13 febbraio 2010

Qualche tempo fa ho scoperto, in uno dei tanti periodici che mi arrivano, un vademecum per le prediche domenicali: la regola dei tre “C” per avere un esito positivo.

La predica deve essere:

1) corta;
2) chiara;
3) convincente.

Io da sempre ho abbracciato questa dottrina, però calare questa norma dalla teoria alla pratica non è di certo la cosa più facile di questo mondo.

Quando la pagina del Vangelo da commentare riassume o è in linea con i convincimenti più profondi della mia coscienza, allora riesco abbastanza serenamente ad affrontare l’argomento. Quando però m’imbatto in certe pagine di san Giovanni, che volano alto e che si rifanno ad un misticismo che mi è estraneo, allora son guai! Per quanto rifletta, preghi o cerchi di documentarmi, annaspo tra mille difficoltà.

Per me il sermone domenicale deve avere un carattere cherimnatico, ossia deve essere un messaggio deciso, convincente, che indica una meta condivisibile a cui tendere, mettendo in moto contemporaneamente la ragione ed il cuore.

A volte mi pare di colpire nel segno quando sento l’assemblea partecipe, attenta, silenziosa, ma se non ho questa sensazione, allora mi pare di girare a vuoto, mi sento perduto e non mi resta che offrire al Signore il mio “fiasco” o l’occasione perduta di fare un po’ di bene, terminando al più presto il sermone.

Mi hanno riferito che monsignor Crociata, che deve essere un pezzo grosso del Vaticano, recentemente ha affermato che è ora che i preti la finiscano con certa paccottiglia di oratoria religiosa, inconcludente, ripetitiva e desolante. Io sono d’accordissimo, però credo che chi sceglie i brani del Vangelo da commentare dovrebbe pur tener conto che non tutti i preti sono Lacordaire o Bossuet, e quindi dovrebbe aiutarci a proporre il Vangelo nella sua integrità, senza però scegliere pagine che di loro natura sono mille miglia lontane dalla nostra cultura e dalla nostra sensibilità.


Quale che sia il nuovo sindaco, spero si occupi del bene della città!

venerdì, 12 febbraio 2010

Nota: questa riflessione di don Armando è precedente alle primarie del Partito Democratico che hanno sancito la candidatura di Giorgio Orsoni.

Pur controvoglia, a motivo del formato tabloid dell’attuale Gazzettino, che mi è cordialmente antipatico ed indisponente, sto seguendo le manfrine dei vari aspiranti a sindaco di Venezia. Per il centrodestra, da quel che ho capito, pare che ci sia in campo solamente il ministro Brunetta, piccolo, arrogante, saccente, indisponente e laico!

Io dovrei essere contento perché una decina di anni fa, in una occasione come questa, mi mandò a chiamare per propormi l’assessorato alla sicurezza sociale. Non avrei potuto accettare, comunque Brunetta perse le elezioni, motivo per cui non ebbi neppure l’imbarazzo di un diniego per “incompatibilità di ministeri”.

Qualche tempo fa gli scrissi perché pensavo che potesse darmi una mano. Non ebbi neppure un cenno di risposta. Ho pensato che a motivo del rigore e del risparmio avesse abolito la segreteria e perciò, dovendo fare tutto da solo, non avesse proprio il tempo per rispondere ai suoi concittadini. Comunque ho l’impressione che ora, che vuole cambiare la Costituzione e fondare la Terza Repubblica, non abbia proprio voglia di annegarsi a Venezia visto che l’acqua sale fino ad un metro e cinquanta!

Nel centrosinistra sento parlare di Orsoni, il quale ha dichiarato che io l’ho preparato alla prima comunione quando ero a San Lorenzo. Se Orsoni diventerà sindaco, dovrei essere in una botte di ferro perché ho sempre insegnato a tutti i miei ragazzi che la solidarietà è il cuore, l’anima e la vita del cristiano.

Poi la stampa parla di Bettin e della Fincato. Con Bettin, eccetto che per il discorso dei centri sociali, che lui ritiene il danno minore non chiuderli, mentre io ci metterei sopra la più grossa pietra tombale, per tutto il resto ritengo che egli sarebbe una delle garanzie più sicure per quello che riguarda lo stato sociale e l’attenzione alla povera gente e questo è quanto di meglio mi aspetto dal nostro sindaco.

La signora Fincato la conosco da poco, ma credo che essendo un persona intelligente e cortese, con lei dovrebbe essere facile intendersi. A lei debbo la chiesa del cimitero.

Ora sto pregando che, qualsiasi sia il nuovo sindaco, metta in atto progetti di rinnovamento senza lasciarsi avviluppare da condizionamenti di sorta, ma puntando ad ogni costo al bene della città.


Abbagliante, Divina Provvidenza che testimonia il grande passo di un giovane

giovedì, 11 febbraio 2010

Già qualche settimana fa ho sentito il bisogno di fissare sulla carta un incontro particolarmente significativo che ho fatto al termine della messa celebrata in cimitero. Si trattava di uno di quegli incontri che fanno più bene degli esercizi spirituali di sant’Ignazio, che durano un mese intero in meditazioni, verifiche, silenzio e preghiera.

Un giovane mi domandava i riferimenti bancari perché aveva deciso di fare una donazione al Don Vecchi per la nuova struttura che sogniamo di aprire a Campalto, volendosi egli spogliare di una ricchezza inutile.

Non li ricordavo, perché ora che abbiamo adottato la prassi europea, per versare anche quattro soldi occorre ricordare mezza pagina di numeri e di sigle. L’Europa forse ci ha caricati di tutta la pignoleria della burocrazia francese e soprattutto tedesca. Forse i tedeschi si sono abituati al “chiodo” da secoli; io, che amo la “finanza creativa” e la vita senza legami, sento sempre più spesso il bisogno di mandare a quel paese questa pignoleria europea.

Il giovane mi fece capire che la sua decisione non nasceva da un colpo di filantropia, ma derivava da una scelta lucida di disfarsi di ciò che appesantisce la vita per “cantare la gloria di Dio, come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo”.

Passarono alcune settimane e non successe nulla, pensai che a questo mondo si incontrano spesso persone strane, sennonché, qualche giorno fa, il mio “direttore”, che frequenta la banca come io faccio la visitina al Santissimo, mi ha riferito che erano stati accreditati sul conto corrente della Fondazione ben settantacinquemila euro da una persona che chiedeva l’anonimato.

Capii immediatamente chi aveva donato quei centocinquanta milioni! Dentro la mia coscienza s’accesero immediatamente due fari. Il primo mi fece capire che grazia e che fortuna sia constatare che a questo mondo ci sono ancora giovani che si giocano la vita sulla proposta di Cristo; averne incontrato anche soltanto uno è per me come aver incontrato Giovanni Battista, Elia o san Paolo! Il secondo faro, che mi ha abbagliato gli occhi, m’ha fatto vedere il volto della Divina Provvidenza. E per me, uomo di poca fede, questo è un miracolo super!


Al Patriarca

mercoledì, 10 febbraio 2010

Il Patriarca mi ha mandato gli auguri per Natale. Penso che li abbia mandati a tutti i preti, i frati e le suore della diocesi, un paio di migliaia di collaboratori, più o meno vicini.

Quest’anno il cartoncino era un po’ più sobrio che non nel passato, probabilmente il Patriarca ha tenuto conto della crisi e del grosso impegno finanziario per il restauro del seminario; tirar fuori una università di carattere internazionale dalla vecchia bicocca che mi ha ospitato per i dodici anni di seminario, deve essere un’impresa veramente colossale!

Ogni tanto tento di immaginarmi i cameroni da cento letti, o le cellette con le inferriate alla finestra, quando alla sera alle 21 passava il “prefetto” e chiudeva a chiave la porta dall’esterno ed un quarto d’ora dopo toglieva la luce. Faccio fatica a pensare come riusciranno a farne delle stanze con bagno e tutti i conforts.

Ma torniamo agli auguri; li ho graditi alquanto, anche se immagino siano fatti in serie perché so che il Patriarca dispone di una numerosa ed efficiente segreteria. Ho tentato di vedere se la firma era autografa o stampata in tipografia. Non sono riuscito a scoprirlo, ma già il fatto che abbia voluto mandarci gli auguri con le parole di un santo Padre della Chiesa, m’è motivo di conforto e di gradimento.

Il Patriarca è molto più giovane di me, ma ha anche tanti e tanti impegni più di me. Spesso lo penso gravato di responsabilità, grane di ogni genere e vorrei poterlo aiutare. Per questo motivo quest’anno gli ho risposto con una lettera per assicurargli che, se anche non vado agli incontri organizzati dalla Curia, mi sento partecipe della vita della Diocesi che egli governa e che sta impegnando ogni forza residua ed ogni minuto per il Regno.

Spero che la segreteria gli abbia riferito che, se anche vecchio, scontroso, protestatario, mi sento partecipe e corresponsabile della missione della Chiesa di Venezia nei riguardi del Popolo di Dio e che perciò il mio Patriarca può contare sulla vecchia guardia alla quale appartengo da un pezzo.


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