Don Armando Trevisiol


Archivio di novembre 2009

Il catechismo e una cristianità in difficoltà

venerdì, 20 novembre 2009

Non ho abbandonato la vecchia abitudine di leggere i bollettini parrocchiali delle varie comunità cristiane della nostra città.

Talvolta sono stato forse troppo esigente nel pretendere idealmente che questi strumenti di informazione e formazione siano fatti bene, tengano conto della sensibilità della gente del nostro tempo e contemporaneamente ottemperino alla regola fondamentale di questi strumenti di comunicazione di massa.

Ad esempio che la “predica” non occupi tutto lo spazio, ma non manchi l’informazione specifica della comunità da cui il foglio è espresso.

Ho notato in queste ultime settimane di inizio di autunno, d’apertura delle scuole, e d’avvio dell’anno pastorale che, in quasi tutti i fogli che mi sono capitati tra le mani, i parroci pretendevano che i genitori iscrivessero i loro ragazzi alla scuola di catechismo, fissando per questo adempimento giorni ed orari.

Qualcuno ha motivato questo invito perché, non potendo la parrocchia attingere i dati dall’anagrafe del comune a motivo delle norme sulla privacy, erano costretti a fare queste richieste, altri invece sembravano voler sottolineare che i genitori dovevano fare una scelta ben precisa da onorare.

Io non sono mai stato di questo parere, finchè sono riuscito a convincere i miei diretti collaboratori, scrivevo ai genitori fornendo loro il giorno, l’ora del catechismo, il nome dell’insegnante e la classe del patronato dove si sarebbe svolta la lezione e questo per i bambini della prima elementare ai giovani universitari.

Da un lato perché la visita annuale a tutte le famiglie della parrocchia mi permetteva di avere un’anagrafe parrocchiale assolutamente aggiornata e da un altro lato davo per accertato che la scelta di istruzione ed educazione religiosa del figlio i genitori l’avevano fatta chiedendo il battesimo.

Il provocare i genitori a scegliere continuamente, da un lato costringe la gente infastidendola, perché già tanto impegnata, ad una ulteriore incombenza burocratica, da un altro dato arrischia di svuotare di significato scelte ben più importanti prese precedentemente.

Che la nostra società stia progressivamente secolarizzandosi è un dato di fatto, ma ho l’impressione che molti preti stiano dando una mano a smantellare la cristianità nel tempo; la stragrande maggioranza dei battezzati non ha poi troppa fretta di uscire dal grembo della chiesa, e se talvolta lo manifesta non è detto che sia dalla chiesa di Cristo, ma invece da quella costruita da una certa società e da una tradizione, che forse appartengono solamente al passato.


Fare nostra la Parola, non solo ascoltarla ma viverla come sprono!

giovedì, 19 novembre 2009

Questa mattina mi sono imbattuto in uno di quei brani del Vangelo che fanno accapponare la pelle, tanto sono impegnativi.

Sembra, leggendo le affermazioni categoriche e taglienti di Cristo, che Egli ti voglia veramente provocare e metterti con le spalle al muro: “Amate i vostri nemici – fate del bene a coloro che vi odiano – benedite coloro che vi maledicono – pregate per coloro che vi maltrattano – a chi ti percuote la guancia destra porgi anche l’altra – a chi ti toglie il mantello dagli anche la tunica – dà a chiunque ti chiede – a chi ti prende del tuo non richiederlo – non giudicate – non condannate – date..” ecc.

Ho letto meglio che potevo il testo e le poche creature presenti, quiete e tranquille hanno ascoltato come Gesù ci avesse rivolto delle parole carezzevoli o ci avesse fatto dei complimenti.

Talvolta ho la sensazione che i cristiani non prendano per nulla seriamente quella che noi preti, giustamente proclamiamo con enfasi: “Parole del Signore!”
C’è qualcosa che non quadra in questo comportamento.

Questa mancata reazione e questa, almeno apparente assuefazione, a parole che dovrebbero indicare la rotta ai discepoli di Cristo, costituiscono un problema che credo dovremmo affrontare in maniera tale che la parola di Cristo diventi determinante per chi sceglie Gesù come maestro e guida.

C’è poi da chiarire ed inquadrare queste affermazioni così categoriche di Cristo.

Gesù con queste regole circa la carità, propone la sua utopia, ossia la meta altissima e sublime a cui tendere, anche se consapevole che noi mai la realizzeremo compiutamente.

Noi cristiani, perlomeno dovremmo essere convinti che l’utopia di Cristo è quanto di più sublime si possa e si debba proporre all’umanità, per questo motivo Gesù ha avuto il coraggio di proporla, anche se questa vetta da raggiungere provoca le vertigini.

Secondo aspetto, ognuno dovrebbe maturare la convinzione e il proposito che è giusto e doveroso fare ogni sforzo per procedere verso questa vetta e che è sempre possibile spostare in avanti i paletti, battere i record finora raggiunti.

Salvo d’Aquisto, padre Kolbe, madre Teresa di Calcutta in questi ultimi decenni sono stati dei campioni in assoluto!

Ebbene i cristiani devono convincersi e devono impegnarsi, o per lo meno superare i propri records, pur sapendo che sarà estremamente impegnativo e difficile e perciò ci vorrà uno sforzo continuo e quanto mai serio!


Parole inascoltate ma forse non necessarie

mercoledì, 18 novembre 2009

Quando il vescovo ausiliare monsignor Pizziol, ha accettato la proposta del Comune di costruire una chiesa provvisoria affinché anche il cimitero di Mestre avesse una struttura adeguata al numero di abitanti e al ruolo che la città ha, ho supposto che la Vesta-Veritas che realizzerà il progetto chiedesse la collaborazione del sacerdote che la gestirà. Una consulenza e perlopiù gratuita dovrebbe essere una cosa non solo opportuna ma anche gradita.

Preoccupato che non si facessero spese inutili, o non in linea con le esigenze liturgiche, scrissi subito una lunga lettera al responsabile delle strutture cimiteriali per dare qualche suggerimento e per proporre alcune piccole soluzioni migliorative, non onerose, ma anzi tese al risparmio.

Questo avvenne il 4 agosto quando cominciarono i lavori di sbancamento e l’inizio di quelli interessati la costruzione della platea. Attesi una cenno di risposta, ma tra la posta non vidi mai il logo della Vesta-Veritas.

Confesso che cominciai a fare qualche giudizio temerario, supportato dai rapporti precedenti non sempre positivi.

Se non che un mese dopo con estrema sorpresa m’è ritornata la lettera, in cui il postino che neppure s’è degnato di indicare la motivazione della mancata consegna.

Forse mancava il numero civico, ma la Vesta rappresenta in via Porto di Cavergnago una cattedrale nel deserto.

Oggi non si può purtroppo pretendere la serietà professionale specie in certi enti, nonostante le “grida” del ministro Brunetta.

Quello che però mi ha fatto rimordere la coscienza è stata la mia non completa fiducia in chi si è pur sobbarcato un impegno rilevante nei riguardi dei credenti e mio in particolare.

Il buon funzionamento della società ha come base la fiducia tra i vari operatori impegnati per il bene comune e la sinergia degli apporti di lealtà spesso diverse.

Nel lontano passato quando mi parve che certe amministrazioni locali considerassero i cattolici cittadini di serie B, operai per molti anni in maniera totalmente autonoma. Sembrandomi poi cambiato il comportamento del “pubblico”, mi convertii alla collaborazione e tuttora perseguo questo obiettivo, pur provando talvolta tentennamenti e tentazioni come è stato per la chiesa del cimitero.


Intromissioni e colli torti

martedì, 17 novembre 2009

Ho sempre rivendicato convinto, che la chiesa ha non solamente il diritto, ma anche il dovere di esprimere il suo parere sui problemi dell’uomo e della società ed in particolare ha questo dovere verso i cristiani.

Per gli stati e gli uomini del mondo intero è certamente un vantaggio ascoltare e tenere conto del pensiero di una realtà così antica e così saggia, e per i cristiani, oltre un vantaggio è un dovere preciso ascoltarla, attuare negli ambiti nei quali vivono ed operano quanto essa va insegnando.

Detto     questo, a scanso di ogni equivoco, la società, lo Stato e tutti gli enti impegnati a fare leggi e stabilire ordinamenti hanno tutto il diritto di agire in assoluta autonomia trovando con il dialogo i punti di convergenza tra pensiero e culture diverse che compongono le varie società.

Tutto questo non è una dottrina ma un fatto assodato e ribadito ad ogni piè sospinto fra gli uomini della chiesa e dello Stato.

In pratica però in Italia c’è una situazione particolare, “avendo in casa” la chiesa.

Se posso esprimermi con un’ espressione un po’ fantasiosa, in Italia lo Stato sembra avere una “suocera” in casa che si intromette un po’ troppo e finisce per irritare più che aiutare. Inoltre, continuando con questa immagine pare che alla suocera s’aggiungano interventi, più o meno opportuni, di una serie di “zitelle” ognuna delle quali vuole dire la sua e non sempre opportunamente.

Questa situazione talvolta favorisce un certo anticlericalismo che altrimenti non si capirebbe.
Il caso Boffo, però non è il solo ne sarà l’ultimo ne è una prova!

Pur amando la chiesa, a parer mio, non bisogna chiudere gli occhi sui suoi difetti.

Rosmini con le sue “cinque piaghe della chiesa” credo che abbia fatto più bene che tanti colli torti che non hanno mai trovato il coraggio e capito il dovere di dissentire, che l’amore è una cosa e la discrezione, la saggezza e il rispetto sono un’altra!

Cavour ha proposto una regola con la sua “libera chiesa in un libero Stato!”

Ora però penso sia tempo di fare ancora un passo avanti!


Imparare a vivere appieno l’avventura della settimana

lunedì, 16 novembre 2009

Teologi e liturgisti, con ragionamenti seri e documentati, sono soliti affermare che la settimana comincia con la domenica. Ci sono dei bei discorsi che ho sentito fare per i quali la domenica è la Pasqua della settimana e la celebrazione della resurrezione che illumina il tempo e le vicende dell’uomo.

Io non ho nessun motivo per dissentire da questi convincimenti e da queste argomentazioni e perciò accetto senza difficoltà alcuna questo dato di fatto a livello religioso.

Detto questo, per non scomodare alcuno e per non innescare un dibattito religioso, che poi non mi interessa punto, confesso però che io per istinto e per una strana sensazione esistenziale, che mi pare sia condivisa da molti, sento il lunedì come inizio della settimana.

Alla domenica porto all’altare la fatica e i problemi della settimana trascorsa, per partire al lunedì per la nuova breve avventura settimanale.
Per tutto questo non penso di scomodare la teologia, né tanto meno avverto di peccare.

Molto spesso, nel breve sermone del Vangelo, sento il bisogno di invitare i fedeli, che con me celebrano la lode del Signore, di partire con entusiasmo, di mettere a fuoco gli obiettivi per la breve impresa e di partire con coraggio e con la disponibilità a fare comunque la volontà del Signore.

Questa mattina, buttando lo sguardo un po’ lontano, aggiunsi un pensiero su cui avevo meditato all’alba del nuovo giorno: cioè dissi al mio piccolo gregge, che la vita non procede a casaccio, in maniera fortuita o occasionale, ma sempre rientra nel grande progetto del Signore, perciò invitai a pregare per tutti coloro che avremmo incontrato durante i sette giorni che sarebbero seguiti, avvertendo che ogni uomo o donna, giovane o vecchio che avremmo incontrato avrebbe avuto il compito di offrirci qualcosa di positivo, come noi avremmo avuto il dovere e il compito di ricambiare con un qualcosa che gli altri s’attendevano da noi e di cui avevamo bisogno.

Non so se riuscirò ad avere la lucidità di vivere gli innumerevoli futuri incontri con questo spirito e in questa prospettiva, ma sono però convinto che se anche sarò solo capace in parte di vivere con questa convinzione suddetti incontri, la settimana sarà quanto mai interessante e positiva.

La gente che mi ascoltava raccolta e silente, m’è parsa consenziente a questa proposta, spero ora che essi ed io saremo capaci di viverla con questo spirito.


La fede e la religione devon essere respiro dell’anima, non solo riti!

domenica, 15 novembre 2009

So che può diventare noioso e ripetitivo ritornare di frequente su certi argomenti, eppur c’è un qualcosa dentro di me che mi costringe quasi a ritornarvi, perché passati un po’ di giorni dall’ultima precisazione, ho la sensazione di non essermi spiegato bene, di non aver illustrato a sufficienza il problema che mi sta a cuore. Sempre gli uomini hanno corso il pericolo di ridurre la fede, soprattutto la religione che la esprime concretamente, ad una serie di pie pratiche, di osservanza di determinate norme morali, di cerimonie, preghiere e gesti di culto che non si coniugano profondamente con la vita reale, con i sentimenti, le attese e i bisogni più veri della nostra umanità.

Io non rifiuto i riti, le gestualità di religione, le vesti e tutta la coreografia cultuale perché fa parte delle esigenze della nostra sensibilità, ma tutto questo deve essere non solamente povero, sobrio, essenziale, in linea con i costumi e i gesti del tempo, ma soprattutto debbono esser profondamente coniugati con la vita, il bisogno di speranza, di valori, di autenticità, di assoluto, di immenso, di verità, altrimenti il tutto si riduce ad un solenne ed ipocrita formalismo privo di anima e di respiro spirituale.

Le mie classi di un tempo alle magistrali erano costituite quasi sempre da una stragrande maggioranza di ragazze, dai quattordici ai ventanni. Allora non avevo assolutamente bisogno che mi confidassero se erano innamorate o meglio ancora fidanzate perché era un dato che coglievo di primo acchito, c’era nel volto, nel portamento un incanto, una soavità, che faceva tutt’uno con la loro bellezza ed armonia di adolescenti che sbocciavano alla primavera della vita. L’amore illuminava i loro occhi, l’avvertivi nel tono della voce, nella flessuosità dell’incedere, nella luce del sorriso.

L’amore cantava nel cuore, ma pure nelle membra di queste giovani donne.

La fede e la religione se non diventano respiro dell’anima, sogno, speranza, certezza di essere amati, ebbrezza del dono della vita, gioia di scoprire un mondo sempre nuovo e popolato da fratelli da amare e con i quali camminare, si riduce fatalmente ad un armamentario da soffitta, o da costumi o scene da palcoscenico!

Oggi mi pare di aver finalmente detto quanto penso, ma sono certo che domani, di fronte ad un rito sontuoso, o di una predica “teologica”, o da un comportamento da funzionario di un’azienda multinazionale sentirò il bisogno prepotente di “spiegarmi meglio!”


L’arte per me è il volto di Dio che si rivela all’uomo

sabato, 14 novembre 2009

Più volte ho manifestato la mia profonda riconoscenza per i miei maestri.
Quel po’ di positivo che spero d’avere lo debbo ai miei genitori, che mi hanno educato alla concretezza, allo spirito di sacrificio, all’attenzione ai più poveri.

Debbo ai preti che mi hanno educato da ragazzino, da adolescente, da giovane prete, lo zelo per le anime, la dedizione assoluta all’uomo, la ricerca appassionata al dialogo con tutti, la scelta di discorsi attenti alla sensibilità e alle attese della gente reale, la libertà di conoscere sia i profeti del nostro tempo, sia i dissenzienti che guardano i problemi da un’angolatura diversa da quella ufficiale.

Debbo a Monsignor Quintarelli, a Monsignor Niero e soprattutto a Monsignor Vecchi il senso estetico, che per me non è assolutamente una componente marginale nella formazione umana e spirituale di un sacerdote.

Ho ripetuto molte volte e con molta convinzione che solamente i santi, i poeti e gli artisti colgono il volto più profondo, più vero e più bello della vita.

Monsignor Vecchi ha spalancato ai miei occhi la grande finestra dell’arte del passato e soprattutto quella moderna. Monsignor Vecchi ci ha fatto conoscere i maggiori pittori veneziani di questo ultimo secolo da Carena a Cessetti, da Gianquinto a Zotti, da Della Zorza a Vedova ma soprattutto mi ha aiutato ad aprirmi con fiducia e curiosità a quella miriade di artisti che, con più o meno talento, sanno dar volto al colore, al sogno così da scoprire l’immensa bellezza del creato e a far emergere dalla realtà, che ci circonda, le infinite ricchezze che nascoste attendono di venire alla luce e che solo gli artisti sono capaci di far emergere dal grembo della materia.

Per me l’arte è mistica, preghiera, contemplazione, è il volto di Dio che si rivela all’uomo e che illumina lo spirito, la vita e il mondo in cui viviamo.


Il nostro Patriarca Angelo

venerdì, 13 novembre 2009

Il nostro Patriarca è una persona buona e squisita, credo che sia un uomo di valore che è cresciuto alla scuola di don Giussani, ottimo maestro, nutrito fin dalla prima giovinezza dal latte genuino e materno di Comunione e Liberazione e che poi ha affinato la sua cultura nelle aule universitarie più illustri delle più celebri università europee sia come discepolo che come docente.

A me piace il Patriarca, nutro nei suoi riguardi stima ed affetto, non solamente perchè è il mio vescovo, ma anche per motivi meramente umani; lo dico tranquillamente perché non ho bisogno e non attendo nulla da lui.

Ma c’è una cosa che mi sorprende, e non è certamente un dato negativo: il nostro cardinale ha una personalità poliedrica, sia come immagine che come proposta di pensiero.

Per motivi giornalistici, io mi sto costruendo un piccolo ed artigianale archivio sia a livello fotografico che di pensiero. Le foto del Patriarca sono una diversa dall’altra, non tanto perché prese in luoghi diversi, ma perché ognuna ti offre un’immagine molto diversa dello stesso soggetto.
Così avviene per il pensiero.

Il patriarca nel dialogo personale è una persona splendida, squisita capace di una rapporto caldo, scorrevole, che ti mette subito a tuo agio e stabilisce una sintonia quasi immediata anche se ti incontra una volta all’anno.

Quando ti parla a braccio coglie il nocciolo della questione, riassume il tema dell’argomento, si apre al dialogo. Quando però parla dall’ambone il suo discorso diventa di una teologia disincarnata e soporifera. Quando poi tiene lezione, allora viaggia come il concorde nella stratosfera e i comuni mortali non possono che guardare in alto in controluce senza vedere quasi nulla. Normalmente centra i temi, provoca reazione nell’opinione pubblica, si capisce che mette a fuoco i problemi veri anche se si rifà al lessico e allo stile dell’evangelista San Giovanni.

Ho seguito con curiosità l’impatto sull’opinione pubblica del suo discorso ai cittadini veneziani, di non piangersi sempre addosso, di non mugugnare, di non lasciarsi andare al pessimismo perchè tutto sommato Venezia, anche se fosse sulle palafitte, sono secoli e secoli che sta a galla sulla laguna.

Il Patriarca ha ragione, una volta tanto va d’accordo anche con Cacciari, forse se non ci avesse costretti a consultare il vocabolario saremmo stati più contenti, ma forse l’ha fatto apposta perchè senza quella parola da avvocato o da notaio non ci avremmo fatto troppo caso al suo intervento!


I tempi cambiano, non sempre in meglio

giovedì, 12 novembre 2009

La griglia della mia giornata l’ho predisposta fin dal 2 ottobre 2005, mio primo giorno di pensione.

In parrocchia mi alzavo alle cinque, da pensionato ho creduto opportuno aggiungere mezz’oretta di riposo, altrimenti che pensionato sarei stato! Poi ci ho ripensato e ho ridotto il sonno di dieci minuti perché mi sono accorto che così avrei potuto ascoltare il radiogiornale delle cinque e mezza, e mettermi fin dal risveglio in collegamento con le vicende del mondo.

In un mondo globale non credo ci possa e ci debba essere spazio per una religiosità ed una spiritualità intimistica e personale.

Il mondo del convento e della trappa è definitivamente tramontato, oggi il cristiano deve puntare sulla contemplazione sulla strada, in sintonia con la vita!

Fino a poche settimane fa mi svegliavo all’alba, col sole all’orizzonte e il dolce chiarore del nuovo giorno.

Da ferragosto in poi però, giorno dopo giorno, la luce è diventata sempre più acerba, ed ora è buio davvero. Quando spalanco la finestra e alzo le tapparelle sembra notte profonda. Ho la sensazione che soltanto il galletto di Salvatore, il vecchio ciabattino di via Sappada, cha abita ai margini della città, e l’ex parroco non si lasciano intimidire dalla notte e rimangono fedeli ai tempi dedicati alla vita.

Debbo confessare che però ogni giorno provo un po’ di tristezza, da un lato perchè mi pare che il buio mi rubi un po’ del poco tempo che ho ancora da vivere ed un po’ perché dal passato, che non sono riuscito a cancellare del tutto, riemergono le preoccupazioni di un tempo: la fatica di far ripartire i gruppi della parrocchia, l’attardarsi dell’attività pastorale che la mentalità vacanziera favoriva ogni anno di più.

A questi stati d’animo ora si aggiunge la sensazione che l’inerzia parrocchiale dell’estate sia supinamente accettata come un dato scontato e non so più se sia rassegnazione o gioia per una diminuita gravosità d’impegno!


“Il mio ultimo amore”

mercoledì, 11 novembre 2009

Nota: questa riflessione di don Armando risale ai primi di ottobre e dimostra l’effettiva celerità dei lavori di allestimento della chiesa prefabbricata del cimitero di Mestre.

Può sembrare un’osservazione perfino paradossale, ma in verità almeno per un certo aspetto debbo dire che finalmente in cimitero c’è un certo pulsare di vita! “La rotonda”, seppur lentamente s’alza poderosa verso il cielo; il grande braccio azzurro dell’altissima gru rifornisce continuamente il cantiere che pian piano sta delineandosi nel cielo come una specie di torre di Babele che accorcerà la strada ai nostri morti per raggiungere il cielo!

Quando la grande costruzione circolare sarà terminata offrirà dimora, fino per il giudizio finale, a ben dodicimila mestrini, un nuovo intero quartiere in attesa della resurrezione!

Il piazzale del Cimitero e il relativo capiente parcheggio sono ormai ai ritocchi finali. L’erba splende verdissima col sole d’autunno, il gioco dei cubetti di porfido di diverse dimensioni ben si sposa sia col filare dei nuovi cipressi, che col piccolo mercatino dei fiori gestito da Carlo, che è sempre stato un po’ il patron del piazzale, ma ora lo è a pieno titolo.

Ora poi ferve intenso il lavoro per la base della nuova chiesa prefabbricata, che di certo costituirà “il mio ultimo amore!”

Mi hanno impressionato le fondamenta: scavi apporto di materiale inerte, betonata, armature in ferro ed altro cemento a volontà. Penso che potremmo costruirci sopra la torre di Pisa o il campanile di S. Marco.

Ho provato a chiedere agli operai il motivo di una fondazione così consistente. Non ne sapevano nulla come pure io non ne so nulla. Un muratore in pensione ha insinuato che servirà anche per il progetto di Caprioglio; che il comune e la Vesta ci vogliano fare per “i morti” una sorpresa! Presenteranno al Patriarca la chiesa in una confezione regalo, compresi i fiocchi, da aprire alla meraviglia dei mestrini! C’è un vecchio proverbio che dice: “È bene tutto quello che finisce bene!”. Una volta ancora voglio affidarmi alla saggezza dei nostri vecchi!


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