Don Armando Trevisiol


Archivio di agosto 2009

I lavori nel piazzale del cimitero

venerdì, 21 agosto 2009

Il cantiere per il nuovo piazzale del cimitero ha messo in crisi la mia “parrocchietta”. Da un anno le ruspe e i “mostri” della tecnologia moderna, che scavano, ripianano con quegli enormi e poderosi bracci d’acciaio, hanno messo a soqquadro tutto lo spazio antistante al cimitero.

Hanno spostato il “monumento” all’obbrobrio e alla bruttezza dell’enorme antenna dei telefoni, e questo non è stato male, ma hanno pure messo a repentaglio l’accesso dei vivi e dei morti al nostro camposanto.

Non c’era più posto per le automobili e perciò i fedeli, in maggioranza anziani, una volta arrivati in prossimità del cimitero, non sapevano dove scendere e se venivano a piedi avevano tutte le trincee col filo spinato da superare.

A Dio piacendo, anche se in ritardo, pare che ci avviamo verso la fine e tutto possa ritornare alla normalità.

Mi auguro che quel popolo che si è disperso durante i lavori ritrovi la strada per accendere un lumino, per unirsi alla preghiera di suffragio per i loro cari del cielo.

Ora poi che l’intero piazzale è stato trasformato in un giardino fiorito e pare che vi siano anche le panchine, mi auguro che una volta salutati i propri morti e pregato per la loro pace, i nostri anziani si siedano per fare quattro chiacchiere prima di imboccare la strada del ritorno.

Spero poi tanto che nel budget per il riordino dell’intero piazzale, ci sia anche una voce per la manutenzione delle aiuole e per la pulizia, che non avvenga come all’interno del cimitero che, una volta piantate le begoniette, non gli hanno più dato una goccia di acqua e non c’è stato un minimo di custodia tanto che quelle che non sono morte per l’arsura, non solamente le buone signore le hanno rubate, ma ne hanno perfino asportato la terra dalle vasche!


Canti liturgici a un Dio sorridente

giovedì, 20 agosto 2009

Una sera, alla messa vespertina, la signora Maria Giovanna, la maestra del coro S. Cecilia che anima le liturgie prefestive al don Vecchi, ha intonato una nuova canzone. Diciamo nuova perché non è mai stata eseguita alla messa degli anziani, ma che ha aperto praticamente la primavera del rinnovamento dei canti religiosi, una stagione fresca e luminosa che chiudeva quella di “Noi vogliam Dio Vergine Maria”.

Gli anziani hanno eseguito il canto senza accentuare il ritmo, con cui i ragazzi per tanti anni hanno cantato questa canzone, ma comunque la cadenza veloce ha portato un soffio di primavera e di ottimismo. A me poi “Lui mi ha dato” non soltanto mi ha donato una ventata di entusiasmo, ma anche un’ondata di dolci ricordi e di tanta nostalgia.

La prima volta che udii questa canzone, accompagnata dal ritmo della chitarra, fu durante una S. Messa celebrata nel grande prato di Valbona a Misurina, sotto un cielo limpido in quella stupenda vallata circondata da una abetaia sconfinata.

Attorno all’altare cantavano con voci fresche e sorridenti una cinquantina di ragazzi, cantavano con le loro voci squillanti di giovinezza ma cantavano anche il corpo, gli occhi, i piedi che segnavano il tempo.

Ricordo con infinita gioia che mentre i ragazzi cantavano: “Non so proprio come far per ringraziare il mio Signor, mi ha dato i cieli da guardar e tanta gioia dentro il cuor” e poi ricaricavano la voce e l’entusiasmo con il ritornello: “Lui mi ha dato i cieli da guardar, Lui mi ha dato la bocca per cantar, Lui mi ha dato il mondo per amar e tanta gioia entro il cuor” avevo la dolce sensazione che la chiesa avesse riscoperto la vita, il mondo vero e interpretasse la gioia del vivere, di contare su un Dio sorridente, accomodante, non quello musone, riservato e taciturno che mi avevano presentato al catechismo.

Sono passati quarant’anni, non tutto il sogno s’è avverato, ma almeno per qualcuno finalmente la chiesa s’è sintonizzata al passo delle attese degli uomini d’oggi!


Un labirinto di egoismo

mercoledì, 19 agosto 2009

Nota: questo commento risale a prima che l’annosa questione trovasse una soluzione.

Il dialogo con l’amministrazione comunale, al fine di ottenere i generi alimentari in scadenza, sembra piuttosto che un percorso di guerra, un labirinto in cui pare impossibile venirne a capo e trovarne la via d’uscita.

Non ripercorro la storia triennale di questo progetto per ottenere un protocollo di intesa con gli ipermercati che Bologna ha realizzato da più di cinque o sei anni e che alcune città del Veneto hanno concluso più recentemente.

Da noi la trattativa s’è impantanata tra le secche della laguna e sembra affondi nella melma di una amministrazione comunale bizantina, tanto più inerte quanto più è numerosa e l’egoismo infinito delle società che gestiscono gli ipermercati mediante funzionari talmente indottrinati dai loro padroni che non riescono ad aprirsi alle esigenze di una società da cui traggono immensi profitti e che alla lunga tornerebbe loro conto aiutare recependo la simpatia della popolazione.

Mi fermo all’ultimo incontro tra una funzionaria dell’assessore Bortolussi e una decina di responsabili degli enti assistenziali di Mestre, tutti di ispirazione religiosa, che con immensa difficoltà assistono tre-quattromila concittadini italiani e stranieri in forte disagio economico.

La testimonianza vivace, accorata e ricca di esperienza di questo drappello di volontari, si incontrò con un progetto fumoso, incartapecorito e pressappochista da parte comunale.

A detta dello stesso assessore, il Comune possiede “armi” per forzare l’indifferenza e l’indisponibilità di queste aziende solamente impegnate a guadagnare il più possibile e per nulla sensibili ai bisogni della povera gente.

Da parte mia credo che a questo punto non ci sia altro da fare che proporre il boicottaggio, la denuncia all’opinione pubblica sia del Comune che di queste aziende.

Facciano pure tutti gli affari loro, ma almeno sappiano del disprezzo da parte della città.


Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, veri riformatori!

martedì, 18 agosto 2009

M’è capitato, in quest’ultimo tempo, di leggere nei periodici, che normalmente seguo e che sono periodici di matrice cristiana, degli articoli interessanti, almeno per me, su don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani.

In quest’anno si celebrano due ricorrenze significative che riguardano questi due sacerdoti a me particolarmente cari per la loro testimonianza di fede e per il loro messaggio cristiano.

Non sono i soli due preti che stimo e che amo, fortunatamente il nostro Paese e la nostra chiesa hanno espresso nell’ultimo secolo delle bellissime figure sacerdotali. Don Mazzolari e don Milani, li abbino come Pietro e Paolo, Cosma e Damiano, perchè hanno fatto scelte ed hanno una virtù in comune, pur essendo stati “bastonati” duramente da uomini dell’apparato della chiesa, gente di corte vedute e di ben scarso respiro religioso, sono rimasti fedeli ed obbedienti, non aprendo la facile porta della ribellione, ma continuando ad offrire la loro proposta con umiltà e coraggio, subendo provvedimenti poco rispettosi degli splendidi carismi che lo Spirito Santo semina abbondantemente in chi crede.

Mi pare di aver letto che don Mazzolari o don Milani abbia affermato che la chiesa non aveva mai proibito loro di essere santi e di impegnarsi generosamente ed essere veri discepoli “mitii ed umili di cuore”.

Spesso mi sono domandato che ne è stato del parroco dell’Isolotto di Firenze che alla prima difficoltà avuta con i suoi superiori, pensò di fondare una chiesa autocefala o dell’Abate Benedettino don Franzoni che, pur intelligente, sbattè la porta del monastero alle sue spalle sperando di riformare la chiesa con questo suo atto di ribellione?

I veri riformatori sono quelli che approfondiscono la loro conversione e seminano all’interno del Popolo di Dio coerenza e santità. In fondo è solamente il Signore che dà fecondità ai semi di verità che i veri profeti seminano con il sudore della loro fronte!


Un prete di sinistra

lunedì, 17 agosto 2009

Una parente di una mia coinquilina al don Vecchi, ebbe una reazione di sorpresa e di biasimo represso perchè ho concesso alla signora Zaccariotto, come d’altronde avevo fatto con Zoggia, una settimana prima delle elezioni, di poter parlare ai residenti del Centro, i quali hanno ascoltato il sermone dopo il pisolino pomeridiano e poi hanno gustato volentieri egualmente il rinfresco di Centro destra come quello di Centro sinistra.

Poi suddetta signora mi ha mandato, a mezzo internet, una lettera di un prete genovese, del quale leggendola si capiva subito che era deciso nel parteggiare per Franceschini e company e nel combattere Berlusconi e tutti coloro: cittadini, preti e soprattutto gerarchie ecclesiastiche in odore di appoggio al Centro destra. Comunque due erano i bersagli primari: il suo Vescovo Cardinal Bagnasco e il capo del Governo Berlusconi.

Sono sempre stato convinto che i preti di sinistra sono tremendi, pur non sapendo perché e neppure da che cosa nasca un simile livore.

Le accuse e la violenza verbale contro Berlusconi e Bagnasco sono tali, in codesto scritto, che ho provato perfino pietà e tenerezza verso questi due personaggi, che umanamente non mi sono troppo simpatici. Il primo perchè un po’ sbruffone e il secondo un po’ troppo untuoso, pur ritenendoli due persone intelligenti, capaci e tutto sommato una ricchezza per la chiesa e il nostro Paese.

Del prete genovese condivido solamente il sogno d’avere capi religiosi, politici, onesti, coraggiosi, coerenti, sani e santi, ma poi mi domando: “sarà altrettanto santo quel prete e pure io sono tale da poter pretendere tanta virtù?”

In rapporto a questa considerazione allora preferisco mandare a Bagnasco, Berlusconi e allo stesso prete genovese una preghiera piuttosto che una scomunica o una condanna inappellabile!


Giovani preti

domenica, 16 agosto 2009

Io sono talmente vecchio e soprattutto sono tanto rintanato nel mio piccolo mondo “antico” così da non conoscere i preti giovani della mia diocesi.

La finestra a cui mi affaccio per vedere il mondo è costituita dai giornali locali: il Gazzettino, la Nuova Venezia, e soprattutto Gente Veneta.

Forse i preti giovani sono tanto pochi, forse appartengono al mondo dei benpensanti, motivo per cui non fanno nè storia, nè cronaca.

Quando sento il bisogno di qualche stimolo debbo rifarmi ai preti della mia giovinezza, che nonostante passino gli anni e perfino il secondo millennio, continuano a far storia e cronaca del pensiero e soprattutto dell’avventura cristiana. Forse il panorama ecclesiale che scorgo dalla mia finestra è troppo piccolo per cui spero che sia per questo motivo che faccio fatica a scoprire giovani preti, coraggiosi che buttano il cuore oltre il filo spinato, che combattono per il Regno, che sperimentano strade nuove, che portino avanti l’utopia di Gesù.

Non so ancora rassegnarmi che la chiesa veneziana sia così vecchia e stanca da non offrire giovani e nuovi virgulti per il Regno!

A dire la verità, fortunatamente per me, da molti mesi sto seguendo su “Avvenire” una rubrica tenuta da un non credente, lo psicologo di fama nazionale, il dott. Andreoli. Questo studioso è stato capace di raccogliere delle bellissime testimonianze che gli sono arrivate da ogni angolo d’Italia. Andreoli le ha sapute incorniciare, con attenzione e rispetto, tanto che ne è venuta fuori una bella e numerosa galleria di preti vivi, decisi e sereni, innamorati di Cristo e del loro “mestiere”.
Spero, prima o poi, di scoprire anche qualche ritratto di “casa nostra”.


Buon seme

sabato, 15 agosto 2009

In uno dei miei tanti ricoveri in ospedale per degli interventi fortunatamente di breve durata, incontrai un paziente che l’indomani doveva subire un’operazione chirurgica abbastanza impegnativa.

Mi salutò in maniera confidenziale, facendo il mio nome come se mi conoscesse da lungo tempo. Poi quasi per giustificarsi del tono confidenziale, mi ricordò che era stato mio allievo al Pacinotti.

Non lo rammentavo a livello di persona, ma ricordavo bene la classe perché era formata quasi tutta di maschi con solamente una ragazza.

Ricordo questa classe perché tutti quei ragazzotti vivaci e scanzonati avevano un’autentica ammirazione per la loro compagna, una ragazza semplice e pulita, che si faceva voler bene e stimare dai suoi compagni, sembrava che la tenessero come la loro mascotte.

In seguito a questo approccio in ospedale, ci vedemmo ancora qualche volta, ad intervalli di tempo ed ogni volta notavo l’aggravamento del pallore. Questo ragazzo, più di quarant’anni fa, era diventato un bravissimo tecnico, s’era fatto una famiglia con una donna dolcissima e cara.

Passando i mesi dovetti andare io a casa sua, non ce la faceva più ad uscire. Volle confessarsi. Gli portai la comunione e mi chiese infine l’estrema unzione, ch’egli chiamò con il vecchio nome senza l’addolcimento di “olio degli infermi”. Chiese a sua moglie che fossi io, il vecchio insegnante, a celebrare il suo funerale.

Una volta si diceva di questo comportamento: “fece una morte santa”; anch’io ne sono convinto. Talvolta ci sono dei preti sfiduciati, specie nei riguardi dei giovani. La mia esperienza è diametralmente opposta. Ci sono dei semi che in quattro quattrotto nascono, crescono e sfioriscono, altri ci mettono forse mezzo secolo per diventare alberi maturi, ma poi sono forti come la roccia e sfidano anche le burrasche più grosse.

Io di ragazzi ne ho incontrato di tutti i generi, ma ho constatato che quando hai seminato buon seme esso, prima o dopo, porta il suo frutto; per mia fortuna tanto di frequente ho potuto fare questa bella constatazione!


I doveri di un capo

venerdì, 14 agosto 2009

Un tempo mi è capitato di leggere uno di quei pezzi brillanti, mediante cui, con un dosaggio attento ed appropriato di parole, si definisce un problema o una persona.

Sono pezzi che poi cominciano a girare specie tra i periodici di ispirazione religiosa e vengono ripresi da una rivista ad un’altra, tanto da diventare abbastanza noti.

Chi, a proposito, non ha mai letto il pezzo, ormai famoso sul “sorriso” o quello di quell’autore, dell’America latina, in cui il protagonista descritto si lagna con Dio perché nel momento del maggior bisogno non ha scorto le tracce di Cristo accanto alle sue e la risposta di Gesù: “le tracce che hai visto erano quelle dei miei piedi, le tue non c’erano perché in quel momento ti portavo in braccio!”.

Un tempo ho letto uno di questi pezzi sulle qualità del capo. Era un pezzo un po’ ironico: “il capo non dorme, ma pensa, il capo si sacrifica sempre per gli altri, il capo non cura i suoi interessi, ma quelli dei dipendenti e via di questo genere!” Fosse vero!

Mi piacerebbe essere capace di scrivere qualcosa di questo genere, sui doveri del capo: “Il capo deve decidere, il capo deve assumersi sempre la responsabilità, il capo non deve nascondersi dietro la decisione del consiglio. Il capo deve chiamare fannullone chi è tale, il capo deve combattere decisamente l’egoismo, l’arroganza, le azioni dei furbetti. Il capo deve impedire agli ingordi di approfittare delle situazioni favorevoli, il capo non deve favorire i privilegi, il capo deve avere il coraggio di essere impopolare, di ricordare a chi è favorito dalla società di ricordarsi di chi sfortunatamente non gode di suddetti privilegi. Il capo deve tener conto di non favorire alcuni a scapito di altri, ecc..”

Mi piacerebbe saper scrivere bene cose del genere per ricordarmi dei miei doveri, e per ricordare a quel piccolo popolo di privilegiati, tra cui vivo, che anche gli altri vecchi hanno diritto d’essere aiutati e non soltanto loro! Purtroppo anche il don Vecchi non è composto soltanto di anziani santi, ma ci sono anche i peccatori che il capo ha il dovere di mettere in riga!


L’autogestione al don Vecchi Marghera

giovedì, 13 agosto 2009

Il dottor Piergiorgio Coin era un grande amico di monsignor Vecchi, spesso lo veniva a trovare e talvolta si fermava a mangiare con noi. Monsignore non aveva complessi, anche se per pranzo avessimo avuto aringhe lesse, invitava come se si fosse preparato un pranzo di gala per l’illustre ospite. Al dottor Coin, che in quel momento era al massimo della sua azienda, piaceva offrire lezioni nel settore di cui si occupava.

Ricordo una di queste lezioni, che nel tempo ho verificato quanto saggia fosse. Ci disse che quando un’azienda ha più di un certo numero di addetti ai servizi, finiscono di darsi lavoro uno con l’altro e perciò di pesare piuttosto che rendere.

Io ho sviluppato ulteriormente questa teoria, arrivando alla conclusione che se una azienda non ha alcun dipendente, lavora meglio e costa meno.

Al Centro don Vecchi di Marghera, ho applicato integralmente la teoria che il dottor Coin ha appreso in America e che io ho sviluppato in Italia.

I residenti a Marghera, sono circa una settantina, e sono quasi tutti coinvolti nella gestione.

Al mattino tengono la portineria ed il telefono gli uomini, al pomeriggio le donne, il taglio dell’erba è fatto in proprio, la cura delle rose e delle piante interne ed esterne è curata dai residenti, la preparazione per il pranzo, la sparecchiatura avviene sempre in autogestione.
In una parola solamente gli invalidi sono dispensati dal servizio.

Il lavoro fa bene, aguzza l’ingegno, tiene viva l’intelligenza e in allenamento il corpo, rende corresponsabili e costa niente. Allora perché spendere per prendere bili, per vedere le cose mal fatte e per sprecare denaro?

Credo che siamo già un passo più avanti di Brunetta!


La macchina nuova

mercoledì, 12 agosto 2009

Per motivi di salute i medici mi hanno sconsigliato sia il motorino che la bicicletta. Ora faccio il signore, usando per i miei spostamenti, don Vecchi-cimitero-don Vecchi-ospedale e don Vecchi-Marghera, la mia Fiat Uno regalatami da suor Teresa.

Mi è costato molto separarmi dal mio primo amore, la cinquecento bianca che mi costringeva, ogni giorno, a certe contorsioni per entrarvi tanto che da molti anni mi sono dispensato dalla ginnastica suggeritami dal medico.
Ora è in vista un secondo divorzio.

La gente che mi sta vicino, ha fatto una tale propaganda che l’auto è vecchia, senza confort, col fondo che sta bucandosi per la ruggine, che un anziano coinquilino dal cuore generoso, ha deciso di donarmi una Fiat Punto in ottimo stato.

Il dono è coinciso con le mie nozze di diamante: 55 anni di sacerdozio.

Sono felice del gesto, la gente del don Vecchi è fin troppo cara con me!

Anche se l’automobile m’è stata regalata da un vecchio lupo di mare, un po’ solitario e riservato, ma di una calda e generosa umanità, lo considero un dono di tutti perché sono certo che se tutti potessero permettersi di farlo, lo farebbero volentieri.

Al don Vecchi sono fin troppo ricambiato del mio servizio perché avverto tanta tenerezza e tanto affetto, nonostante io sia tanto riservato, spesso rinchiuso nel mio romitaggio per mandare messaggi di solidarietà alla città che tanto amo e a cui ho donato i tempi migliori della mia vita.

Spero che la nuova “consorte” che veste di bianco, si adegui, come la vecchia, alle mie disattenzioni e al mio modo un po’ strano di tenere la briglia.

La mia Fiat Uno di colore rosso era come “la cavallina storna” che conosceva la strada e andava e veniva indipendentemente dai miei comandi.

Spero che anche la nuova auto, seppur più giovane e vezzosa, si abitui alla mano di questo ottantenne che non intende far preferenze per alcuno.


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