Don Armando Trevisiol


Archivio di luglio 2009

Politica

martedì, 21 luglio 2009

Durante la campagna elettorale credo che, come tutti o quasi, sono stato maggiormente sollecitato dai discorsi, dalle dichiarazioni e soprattutto dalle scelte operative dei vari schieramenti.

Di volta in volta che si ponevano nel mio animo interrogativi, ipotesi di progetti, orientamenti e reazioni, ho buttato giù qualche appunto pensando di riordinare questi miei “pensieri” per avere anch’io una “dottrina politica” a cui rifarmi. Ora però mi accorgo che non sono ancora pronto e non so se lo sarò mai per avere una “summa” che inquadri le mie idee o solamente le mie speranze.

Tento di buttar giù una prima bozza, estremamente sommaria e provvisoria.

1) Escludo per scelta e per un sano criterio, le ali estreme, perché ritengo siano prima che dei radicali, dei psicopatici che non hanno nulla da dare e tutto da ricevere, tanto sono sognatori inconcludenti. Mi rimane quindi il Centro-sinistra e il Centro-destra.

2) Ritengo che dai politici io, ma credo anche dalla nostra gente, si desideri un maggior rispetto reciproco, una maggiore collaborazione, una capacità di convivenza.

3) Il Centro-sinistra, mi pare che l’obiettivo di questo incontro tra culture diverse per creare uno schieramento con un denominatore comune sostanzialmente, sia nobile e lodevole. Però sto vedendo che non solo i cattolici, ma anche i credenti finiscono di non aver più rappresentanza politica e questo è un guaio che mina fin dalle radici questo tentativo. Se i laici, (vedi ex comunisti per intenderci) che sono più furbi e più agguerriti, non fanno spazio anche ai valori e ai rappresentanti dei credenti, i voti di questi saranno costretti a posarsi altrove.

4) Il Centro-destra, mi disturba la fierezza, l’atteggiamento da operetta, la forma da imbonimento pizzaiolo, la politica vera mi sembra abbia bisogno di misura, di ponderazione, di costume e di testimonianza anche personale. La piazza è sempre stata volubile, domani potremmo trovarci con un pugno di mosche in mano.

5) Il Centro. Talvolta ho paura che faccia il furbetto e speri di governare, come fece Craxi, spostando l’ago della bilancia, ora a destra ora a sinistra, qualora sia determinante. Mi piacerebbe che bonificasse l’ambiente dall’interno di uno schieramento o dichiarasse di dare l’apporto dei credenti in rapporto alla validità delle proposte indipendentemente dal partito che governa.

Intanto per ora spero, prego, parlo, scrivo e voto “tappandomi il naso”!


Paesaggi in fiore

lunedì, 20 luglio 2009

Fortunatamente i miei percorsi sono sempre quelli e avvengono sempre alle stesse ore.

Non per questo il paesaggio non cambia d’aspetto e non appare con luci e prospettive diverse. Altro è percorrere la strada che va dal don Vecchi al cimitero di prima mattina, altro è fare lo stesso percorso col solleone, che repentinamente ha cacciato tutti i piovaschi dell’inizio di questa primavera.

Io preferisco di gran lunga il panorama che incontro con le prime luci, quando la città è ancora addormentata e la natura s’è appena svegliata dal riposo della notte.

Esco dal don Vecchi verso le 7,20, imbocco la piccola strada della “Società dei 300 campi”, attraverso via Vallon e percorro tutta la graziosa via Sem Benelli, che mi ricorda infallibilmente l’autore del corposo romanzo “Il mulino sul Po”. Sbocco su via Trezzo, incontrando i platani secolari di Villa Franchin, mi immetto in via Santa Maria dei Battuti, che mi ricorda la congregazione dei flagellanti, per arrivare alle 7,30 alla mia amata chiesetta tra i cipressi del camposanto.

La mia Fiat Uno conosce la strada così bene che se anche mollassi il volante e togliessi il piede dall’ acceleratore, sono certo che, come la “Cavallina storna” mi porterebbe da sola alla solita meta.

Stamattina non ho fatto altro che guardare i fiori, di tutte le forme e di tutti i colori, che fioriscono sugli alberi che costeggiano queste vie.

Mi hanno detto che sulle rive del lago di Como, c’è una villa con un tripudio di azalee, ma io posso pur affermare che tutto il tragitto, che mi porta ogni mattina al mio luogo di lavoro, è fiancheggiato da alberi di tutte le specie con fiori di tutti i colori.

Anche l’albero più umile e modesto quale il salice, è in fiore. Una tavolozza infinita, sempre varia, perché basta un soffio di brezza o una nuvola in cielo perchè la scena cambi.

Questa mattina ho fatto la meditazione, concludendo che se ogni uomo, giovane o vecchio, maschio o femmina, fiorisse come ogni pianta, vestendosi al meglio, il mondo sarebbe semplicemente stupendo, per i miliardi di fiori diversi che ogni uomo può sfoggiare.

Chissà che un giorno scoppi primavera anche tra i figli di Dio!


Vivere di politica

domenica, 19 luglio 2009

E’ un fatto scontato che l’evoluzione oggi è estremamente più rapida che nel passato. Certi processi sociali che nel passato avvenivano in un secolo, oggi avvengono in meno di dieci anni.

La campagna elettorale intorno alla metà del `900 era da noi un fatto epico. Ricordo benissimo quella del ‘48. La mia famiglia, con un figlio in seminario, era impegnata fin sopra i capelli: la guerra dei manifesti, a cui pure io ho partecipato, era una specie di crociata. I comitati civici avevano la canonica come fortino o trincea, e la casa del popolo ove operava il fronte democratico.

Ricordo mio padre che non finiva mai di raccontare una sua “impresa gloriosa”, quando ha trafficato una notte intera, assieme ad un suo amico fabbro, per imbastire un marchingegno con la figura di Garibaldi, simbolo delle sinistre, e dopo qualche istante la figura si rovesciava per mostrare il baffuto e sanguinario dittatore della Russia sovietica Giuseppe Stalin. La mamma che diceva alle amiche che se avessero vinto “loro” avrebbero portato via i bambini in Russia per educarli senza Dio.

Erano cose d’altri tempi che Giovannino Guareschi ha immortalato nei suoi racconti.

Ora tutto è molto più prosaico: non ci sono più utopie, non c’è più dottrina, non c’è aria di rivoluzione, non si sa più per che cosa si dovrebbe votare, uno piuttosto che un altro.

Un mio amico mi ha fatto una confidenza che mi ha veramente agghiacciato: “Don Armando, gli uomini della politica oggi, vivono di essa e vivono bene, se non fossero rieletti non hanno più nè arte nè parte sanno fare solo i politici ossia non sanno fare niente!”

Sono passati i tempi del vecchio Cincinnato che abbiamo conosciuto sui banchi della scuola, “Se non mi volete al governo della Repubblica, tornerò tranquillamente a fare il contadino! Se mai ne avreste bisogno venite a cercarmi nei campi”.

In questi giorni mi sono trovato spesso a pregare per gli aspiranti della politica, mi fanno pena, tenerezza e rabbia. Molti di loro sono piuttosto tranquilli perché nei momenti delle “vacche grasse” si sono comportati come l’amministratore infedele del Vangelo, facendo assumere un mucchio di amici al Comune.

Pare che a Venezia vi siano 4600 dipendenti che si contendono le carte da girare!

Altri però temono e a ragione la minacciata scure di Berlusconi e ne hanno ben ragione.

Stiano pur tranquilli c’è sempre posto per i furbi!


La lettera anonima

sabato, 18 luglio 2009

Nella periferia mestrina si usa ancora purtroppo mandare lettere anonime; è un costume ormai molto marginale e non frequente, però esiste ancora.

Io, nella mia vita, ne ho ricevute più di una di queste lettere. Il fatto che ho sempre tirato dritto per la mia strada, che non mi sono mai adeguato alle mode di pensiero e di comportamento praticato dalla maggioranza, che spesso ho risposto per le rime a critiche che ritenevo non giuste e soprattutto immotivate, e non da ultimo che mi sono sempre preso la libertà di dire con la parola e con la penna ciò che pensavo, ha fatto si che qualcuno non abbia resistito alla tentazione di insultarmi con volgarità e con cattiveria sempre mantenendo l’anonimato.

Quando sono uscito di scena dalla vita pubblica, pensavo che la cosa fosse ormai finita. Invece no! Almeno tre quattro volte c’è stato qualcuno, sempre della stessa cerchia e dello stesso ceppo di pensiero e di comportamento che non è riuscito a non farlo.

Era però almeno un paio di anni che non avveniva più, motivo per cui quando è successo ne ho avuto un contraccolpo piuttosto amaro, perchè se ho sempre contato poco, ora sono proprio il signor nessuno.

La lettera anonima, firmata (si fa per dire) da un ex parrocchiano, è di una volgarità e di una meschinità quasi insuperabili.

Questa volta, forse spinto dal prurito irresistibile di ferirmi, il collega ha avuto la dabbenaggine di scrivere a mano, per cui mi è stato perfino troppo facile individuare il mittente. La sua è stata un’imprudenza veramente imperdonabile.

Stia però pur tranquillo, non procederò certamente a denunce di sorta! I giudici hanno ben altro da fare!

Mi sono ricordato di Saul che fugge mentre qualcuno da lontano, approfittando della sua debolezza l’insulta. Quando una guardia del corpo propone e Saul di trafiggerlo con la spada per i suoi insulti, Saul glielo impedisce, affermando se lo fa è il Signore che glielo permette.

Io non sono Saul, non ho potere alcuno e mi riconosco un povero peccatore e perciò credo che mi possa far bene anche qualche insulto. Ero tentato di pubblicare la lettera anonima, ma poi ho pensato che metterebbe troppo in cattiva luce il collega, che di stima ne ha proprio bisogno!


Anche i vecchi cambiano, a volte in peggio

venerdì, 17 luglio 2009

Ogni tanto mi capita di leggere dei pezzi particolarmente felici, scritti da autori più vari, pezzi talmente incidenti e fortunati che si imprimono nella memoria molto di più che una fotografia.

Lo stesso scrittore riesce a suscitare emozioni che si coniugano talmente bene con la fantasia cosicché rimangono quasi ricordo indelebile. Ricordo di aver letto una mezza paginetta di Piero Bargellini che parlava delle “vecchine”, termine proprio del suo bel fiorentino, che frequentano la chiesa, quasi ci vivono dentro facendo un tutt’uno con il luogo sacro, le funzioni liturgiche e la pietà popolare.

Da quella lettura conservo nella memoria immagine di figurine piccole, asciutte, vestite di nero, che pregano raccolte tra i banchi, riordinano i lumi, sistemano i fiori, tanto da fare un tutt’uno con l’arte, il silenzio e il mistero del sacro tempio.

Ora però non so se le cose stiano proprio così anche in quel di Firenze e nelle chiese toscane.
Da noi certamente no!

Io credo di essere un esperto di donne anziane; al don Vecchi ne abbiamo un campionario infinito.

Da noi abbiamo anziane che vestono come arlecchino, altre che si innamorano come ragazzine quindicenni e non si vergognano di farlo, altre che si atteggiano come vamp indistruttibili, altre ancora che non vengono a messa neanche “per morte morire”, altre che hanno un linguaggio da porto o da marittima, altre ancora che in cimitero rubano i fiori che la Vesta, una volta o due all’anno, pianta nei luoghi più in vista e poi abbandona alla loro sorte, che può essere morte di sete o per furto da parte di quelle che Bargellini chiamava “vecchiette” con un dolce ed affettuoso appellativo, ma io non disturberei un termine tanto gentile, per gente dal cuore meschino, senza scrupoli e senza poesia. Purtroppo oggi non cambia solo la gioventù ma anche i vecchi si adeguano alla nuova moda di vivere!


Una Chiesa giovane si può ancora fare

giovedì, 16 luglio 2009

Qualche giorno fa il cappellano di mio fratello, don Roberto, mi ha chiesto di venire al don Vecchi perchè pensava bene che il “coretto” dei bambini della parrocchia, che concludeva l’anno sociale, potesse esibirsi a favore dei nostri anziani.

Gli dissi evidentemente di sì, perché ogni evento diverso dalla monotonia del solito quotidiano “sveglia” un po’ il cronico torpore dei residenti che alternano la giornata tra il sonno e il mangiare.

Sapevo che a Chirignago c’è un vivaio meraviglioso di ragazzi e giovani, ma il termine “coretto” mi aveva fatto pensare ad una dozzina di ragazzini che facessero da coro guida per l’assemblea liturgica.

All’ora fissata arrivò invece una folla di bambini dalle elementari fino alla seconda media, una sessantina di ragazzini, maschi e femminucce, ordinati e composti ma di una vivacità sorprendente per il popolo del don Vecchi.

Incominciò l’esibizione: piano, chitarra e coro a più voci.
La sala Carpineta cominciò a rimbombare, tremare come il Cenacolo a Pentecoste, canti vivacissimi, accompagnati da battimani e movimenti fisici, tanto che mi sembrava di partecipare ad una delle liturgie africane in cui voci, tamburo e danza cantano la gloria del Signore impegnando tutti i sensi.

Terminato il concerto offrimmo loro il gelato e poi si tuffarono letteralmente nel prato verde; l’erba era stata rasata da poco per cui sembrava che in qualche istante sotto gli olivi secolari, fosse fiorita improvvisamente un’aiola multicolore e mossa dal vento.

Talvolta mi capita di incontrare parrocchie incartapecorite, vecchie e stantie e soprattutto mi capita di sentire qualche collega, e purtroppo qualcuno anche giovane, affermare che oggi i bambini sono troppo impegnati, che non è possibile fare un’attività seria ed impegnativa.

Quante volte ho pensato: andate a Carpenedo ad incontrare i cento chierichetti, a Chirignago a vedere “il coretto” dei bambini, o a Scorzè i 400 scout!

Io sono vecchio e come quasi tutti i vecchi brontolone ed intemperante e perciò sono nemico giurato delle foglie di fico che tentano di nascondere la vergogna o i paraventi dietro cui è nascosta la pigrizia e il disimpegno.

Anche oggi si può fare di tutto, forse meglio del passato, ma solamente serve fatica, impegno e sacrificio!


Una nuova spiritualità aderente al reale

mercoledì, 15 luglio 2009

E’ da tanto che sto rimuginando un’idea, ma è talmente ardita ed informe e soprattutto è rimasta dentro al mio spirito come un grosso diamante, di cui ho coscienza del valore, ma è un diamante grezzo, non sfaccettato che ha bisogno di mani esperte e di molto impegno per farlo brillare in tutto il suo splendore.

Leggendo degli ultimi numeri di “Gente Veneta”, il periodico del Patriarcato, ho scoperto l’editoriale in cui un giornalista che non conosco, Gigi Malvolta, ha trattato l’argomento su cui sto pensando da tempo, in maniera intelligente e più esperta di quanto io sappia fare.

L’idea che mi tormenta si basa su una contestazione che vado facendo: La forma religiosa ereditata dalla tradizione, forma che ha funzionato bene da tantissimi secoli, ora mi pare superata, incapace di alimentare e tradurre i valori religiosi del cristianesimo. Mi sembra quasi che sia uno dei tanti strumenti della civiltà contadina che sono raccolti in alcuni musei sparsi un po’ ovunque nel nostro Veneto, sono strumenti ormai rozzi, superati tecnicamente, che non possono reggere minimamente alla concorrenza sia per quantità che per qualità del prodotto che essi riuscivano a lavorare.

Per noi anziani destano ancora qualche lontano e romantico ricordo legato ai tempi delle nostre prime esperienze di ragazzi, ma che per le nuove generazioni cresciute con il computer non possono destare che curiosità e compatimento.

Il titolo di suddetto editoriale è il seguente: “Una nuova spiritualità che sia aderente al reale”.

Il giornalista fa una premessa intelligente, dando per analizzato il profondo cambiamento della nostra società; “Nessuno riuscirà a farmi dire che i cambiamenti in atto nella società italiana sono una terribile sventura. Tutt’altro, sono convinto che essi siano “Parola di Dio” per noi, “segni dei tempi” che la comunità ecclesiale deve imparare a scrutare e interpretare per leggervi la volontà di Dio su se stessa e sul mondo. E da un attento discernimento su questi segni dei tempi devono derivare le linee di azione pastorale per il futuro.

La questione, però, mi sembra un’altra. Un discernimento della fede, per sua natura, esige rigorosi criteri di spiritualità ecclesiale. Una spiritualità incarnata, vitale, incisiva.

Noi siamo ancora abituati a considerare la spiritualità come qualcosa di intimistico, di personale, di interiore: restiamo piuttosto manichei in materia, ancora avvezzi a separare nettamente l’anima dal corpo, lo spirito dalla concretezza. E qualcuno riesce a scegliersi una spiritualità distaccata dal mondo, completamente separata dalla storia; una spiritualità in qualche modo alienata… e, forse, alienante.

Sono veramente felice di aver letto queste considerazioni che da molto avevo intuito come un possibile sbocco della triste situazione attuale, perché temevo di essere veramente solo a pensarla così. Avere ora il conforto dell’editoriale di Gente Veneta non vuol dire avere risolto il problema, ma almeno non sono solo a farneticare un sogno impossibile!


“Sto imparando a godere anche delle piccole cose”

martedì, 14 luglio 2009

Un insegnante, che mi è capitato di incontrare qualche volta nel passato, ha manifestato il desiderio di vedermi.

Tanto volentieri ho condisceso a questa richiesta, sia perché è mio dovere di uomo e di prete, sia per il buon ricordo che conservavo di questo signore, e da ultimo perché la cosa m’era molto facile perché abita molto vicino a casa mia. Avevo avuto un qualche cenno, non certo e non preciso, su qualche difficoltà che aveva avuto con la salute, ma mai avrei pensato che essa fosse così invalida. L’incontrai nella sua cameretta linda ed ordinata, assieme alla sua sposa. Fu facile riprendere il discorso interrotto, immagino, da una decina d’anni.

Lo ricordo come un docente preparato, innamorato della scuola, studioso ed efficace, come ricordavo la sua giovane sposa e la sua bambina.

Tutto era cresciuto, cambiato nel tempo, ma come tutti i vecchi, categoria a cui appartengo da un bel pezzo, tutto si era fermato come era nel mio ricordo, quasi una foto di tempi passati, belli e felici.

Il male aveva in realtà provocato grossi danni nel fisico, anche se lo spirito era rimasto del tutto immune, anzi era progredito in scienza e saggezza. Dialogammo lungamente per aggiornare il rapporto e ristabilire dei contatti veri. Rimasi ammirato dalla serenità, dalla saggezza e soprattutto dal coraggio di accettare la situazione grave d’essere immobilizzato nel suo letto, totalmente dipendente dalla moglie anche se carissima, disponibile ed affettuosa.

Sono rimasto colpito da una frase, che sto rimuginando notte e giorno, anche perché m’è parsa saggissima anche se quasi impossibile per me!
“Sto imparando a godere anche delle piccole cose”.

Nel discorso più volte gli erano sfuggite, quasi per caso, l’ammirazione e la riconoscenza per le attenzione e premure della sua sposa.

“Godere delle piccole cose” in quelle condizioni così precarie in cui si trovava, non poteva nascere se non da una coscienza di un uomo buono e veramente sapiente, degno d’essere stato maestro di verità e di vita.


Un sermone che ho apprezzato

lunedì, 13 luglio 2009

La tomba di Matteo Vanzan, il giovane carabiniere caduto a Nassiria, sta proprio dietro la chiesa del nostro cimitero ad un paio di metri dal piccolo piazzale davanti a quello che pomposamente ed impropriamente chiamiamo l’altare della Patria.

Quest’anno in occasione dell’anniversario della morte ha celebrato il cappellano dei carabinieri di una caserma di Udine, che al tempo dell’imboscata, in cui è caduto il nostro giovane, si trovava pure lui in servizio a Nassiria.

Erano presenti alla messa e alla commemorazione quasi soltanto militari e un gruppetto di familiari, oltre all’associazione di militari in congedo, sezione che ha organizzato l’incontro.

I cappellani militari non brillano nel tener sermoni e quando lo fanno si lasciano prendere da una certa retorica patriottica e militaristica che suona sempre molto stonata per chi non è del mestiere.

Quest’anno non è stato così. Quel prete di mezza età, nel tono e nel contenuto è apparso veramente un cristiano vero, consapevole del messaggio e capace di inquadrare anche la morte in una cornice di servizio e di speranza. Mi ha però convinto soprattutto la virilità nei concetti, del modo di coniugarli con le tensioni esistenziali degli uomini del nostro tempo. A me disturbano quanto mai quei discorsetti effeminati, fragili, dolciastri, che mi sanno più di pettegolezzo religioso che di proposte evangeliche sul senso della vita. La carenza di virilità religiosa nei preti non so proprio da che cosa derivi, se dal fatto che i fedeli normali siano in maggioranza donne o dal fatto che i preti non riescono a maturare un senso della vita compiuto, nutrendosi culturalmente di letture pietistiche, involute e poco calate nella realtà della vita.

Il cambiamento richiesto oggi al mondo ecclesiastico è veramente impegnativo e vasto, ma anche questo aspetto della carenza di virilità nei concetti e nel modo di esprimerli non mi pare del tutto marginale.


Riflessione sul superfluo

domenica, 12 luglio 2009

La mia vita si svolge ormai da quattro anni in un ambiente tanto ristretto e sempre quello per cui mi accorgo, io stesso, che finisco per ripetermi. Sperò però che le angolature da cui osservo la vita siano sempre diverse per cui riesca a conoscere meglio la realtà in cui mi muovo.

Quando qualcuno fa i primi approcci per entrare al don Vecchi, soprattutto quando le richieste provengono da donne, nota immediatamente la piccolezza dell’appartamento.

L’alloggio più grande in assoluto al don Vecchi misura cinquanta metri quadrati per scendere fino ai venti e raggiungere il minimo di diciotto.

“Non ci stanno i mobili”, “si soffoca qua dentro!” Ho un bel dire che vi sono sovrabbondanti spazi comunitari, dei quali ognuno può fruire.

La gente rimane dell’idea che sia difficile o impossibile vivere in tale ristrettezze di spazio!

Qualche giorno fa ho letto in un giornale una specie di confidenza testimonianza, che trascrivo, senza però illudermi che possa convincere chi è abituato a circondarsi di un mondo di cose superflue, o meglio ancora, inutili. Trascrivo pure la morale che l’autrice traccia dalla sua esperienza sperando che susciti lo stesso effetto, essendo io convinto che gli imbonitori ci hanno abituato alla necessità di cose superflue, di acquisti non necessari, di esigenze fasulle.

Ogni esperienza umana, come ogni medaglia ha l’altra faccia, quella che trascuriamo, di cui non prendiamo atto, non sapendo che ha una importanza uguale, se non migliore, di quella più brillante comunemente conosciuta.

Ecco ora la pagina che offro a chi eventualmente gli capitasse, magari per caso, di leggere queste righe in questo mio diario.

“L’estate scorsa io, mio marito e mio figlio siamo andati in vacanza in campeggio con la tenda; abbiamo dovuto, pertanto, ridurre i bagagli e portare con noi lo stretto indispensabile. Una sera, mentre leggevo un libro dinanzi alla lampada accesa, mi sono resa conto di quanto fosse inutile tutta la “zavorra” che portavo con me quotidianamente durante la mia vita ordinaria e di quanto, viceversa, la vita spartana del campeggio arricchisce la mia giornata: più tempo trascorso con i miei cari ad inventare favole e racconti, a ridere e giocare; minore spreco di risorse energetiche, migliore relazione con la natura. E soprattutto, più spazio alla meditazione ed alla preghiera.

Siamo tutti preoccupati per la crisi economica che sta travolgendo la nostra società; ma forse questa può essere un’occasione per meditare sugli sprechi enormi della nostra civiltà e per aiutarci a ridimensionare le nostre necessità ed i nostri bisogni”.

Questa riflessione spero vi sia utile specie durante queste vacanze estive!


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