Don Armando Trevisiol


Archivio di giugno 2009

Esser consapevoli della propria età

sabato, 20 giugno 2009

Un giornalista de “Il Gazzettino”, ancora una volta, mi ha dato una mano e per di più l’ha fatto senza una mia richiesta.

Il cortese e generoso collega ha ripresentato all’attenzione della città, il progetto del don Vecchi quater da costruire adiacente alla famigerata via Orlanda in quel di Campalto.

Il giornalista, con la complicità benevola ed un po’ interessata del progettista, ha illustrato il progetto, ne ha pubblicato la foto e, usando i segreti del mestiere, ha pure ironizzato con l’inezia del Comune, con l’ente che doveva costruire l’albergo per i lavoratori, concedendosi una battuta finale a mio vantaggio e terminando con una notizia ad effetto: “E dire che don Armando non ha che appena ottant’anni”, quasi fossi nell’età d’oro per progettare e realizzare dei sogni di carattere sociale.

Io sono ben conscio di avere ottant’anni, anche se talvolta, soprattutto quando sono seduto alla scrivania, non me li sento, ma conservo fortunatamente la lucidità mentale per conoscere i limiti.

Il Cardinale Urbani ripeteva, talvolta, una battuta, che gli era cara: “Se tutti ti dicono che sei ubriaco, va a casa e mettiti a letto, anche se tu sai di non aver bevuto neanche un’ombra!”

Quando ho compiuto 75 anni mi sono battuto per andare in pensione, anche se mi piaceva il mio mestiere, e i miei capi insistevano che rimanessi. Avevo paura di non saper leggere e gestire i tempi nuovi!

Fortunatamente me ne sono andato lasciando la parrocchia in piedi. Ora ho 80 anni, la Fondazione è ben più modesta e meno impegnativa che una comunità di cristiani, ma comunque, questo è il tempo per pensare alla vita eterna e permettere che anche i preti più giovani abbiano il privilegio di servire Dio nei poveri!


Un percorso tortuoso e complesso

venerdì, 19 giugno 2009

Ho appena terminato una riunione con l’assistente sociale del Comune che si occupa degli anziani residenti al Centro.

Dopo una conversazione quanto mai intensa sono riuscito a capire la filosofia con cui il Comune si muove nei riguardi degli anziani “in perdita di autonomia” cioè degli anziani che stanno in bilico tra auto e non autosufficienza.

Condivido le motivazione di carattere sociale ed economico, per i quali l’ente pubblico, giustamente, tenta che gli anziani in questa condizione rimangano in un alloggio protetto (finalmente anche l’ente pubblico ha compreso che c’è uno stadio intermedio prima della perdita di autonomia che può trovare risposta in una struttura di domiciliarità protetta quale può offrire il don Vecchi).

Però ciò è possibile solamente potendo utilizzare supporti e servizi che fungono da stampelle per la traballante autosufficienza.

Ho capito ancora la macchinosa organizzazione che il Comune ha scelto, per fornire questi supporti sanitari e di ausilio familiare.

Coniugare queste tessere, tese a raggiungere lo scopo che l’anziano viva da uomo libero e capace di decidere della sua sorte, risulta particolarmente impegnativo. Il risultato raggiunto può sembrare piuttosto modesto: l’assistente sociale ha compreso la peculiarità in cui si muove l’anziano al don Vecchi, ed io ho compreso gli sbarramenti e il percorso di guerra che l’operatrice sociale deve tener conto per far sì che le norme del Comune raggiungano in maniera efficace gli obiettivi per cui sono state emanate.

Io però non ho tempo nè carattere per portare avanti un’operazione così tortuosa e complessa.

Dovrò cercare e pregare per reperire un volontario o due che sappiano muoversi con una certa disinvoltura e destrezza in questo campo minato.

Spero che il buon Dio abbia pietà di me e mi dia, ancora una volta, una mano!


La cera nelle orecchie

giovedì, 18 giugno 2009

Ogni tanto mi capita di fare delle scoperte che mi lasciano allibito.

Io che sono un appassionato lettore ed un ammiratore di Giovannino Guareschi, quello spassoso e felice narratore che ha dato alla luce Peppone e don Camillo, da tanto tempo, pensavo che quella stagione fosse definitivamente tramontata. Infatti, avevo collocato i volumi di Guareschi accanto a Piccolo Mondo Antico, un mondo romantico, caro, pregno di una dolce malinconia, ma ormai definitivamente scomparso.

Invece no.
Vi sono dei superstiti del mondo di Guareschi che sopravvivono alla loro morte politica e magari in periferia, continuano alla vecchia maniera.

Mi è accaduto di discorrere piacevolmente e confidenzialmente con un signore che i concorrenti in commercio mi avevano descritto come un politicante, un intrallazzatore ma che a mio modesto parere mi è parso come un gentiluomo, intelligente, impegnato sognatore e come tutti i sognatori emarginato.

Questo accompagnatore mi confidò che nel suo paese era stato il più votato in assoluto, ma per dire quello che riteneva essere giusto, dovette uscire dal partito.

“Veda, padre”, mi disse: “sindaco, giunta e peggio che peggio i consiglieri sono delle semplici marionette, chi decide è il partito, ossia alcuni dirigenti che non vivono nel posto, non conoscono i problemi concreti della gente e soprattutto decidono rifacendosi a motivazioni di politica generale e perciò che nulla ha a che fare con le attese della povera gente. Ora posso dire quello che voglio, ma non per questo riesco a farmi ascoltare o a spostare di un millimetro quello che altri e altrove hanno stabilito”.

La cosa mi sorprese e mi ha fatto star male. Già, ascoltando gli appassionati ed intelligenti interventi in parlamento dei vari membri dei contrapposti schieramenti, che si concludevano con votazioni compatte e preventivate, che non tenevano per nulla conto di quanto si era detto, avevo concluso che i deputati, talvolta, si mettessero la cera nelle orecchie per non sentire le motivazioni addotte dai loro avversari. Sentire però un discorso dal vivo di ciò che avviene a due passi da Mestre ha finito per sdegnarmi!


25 aprile oggi

mercoledì, 17 giugno 2009

Credo di appartenere alla categoria dei ruminanti, perché quando m’investe un problema, ci ripenso a lungo, medito, confronto le tesi contrapposte e pian piano, dopo aver assimilato ben bene il tema mi sento pronto d’avere una opinione personale.

Il 25 aprile è per me la festa di San Marco che ha come fiore all’occhiello “il bocolo”, ossia il bocciolo rosso di rosa da regalare alle donne con cui condividiamo il dono e il dramma della vita.

Il 25 aprile è anche il giorno della liberazione con i riti civili, le commemorazioni, le prese di posizione dei politici, delle associazioni dei nipotini dei partigiani perché chi combatté sui monti ormai se n’è andato all’altro mondo.

Il 25 aprile letto da questo versante, per me, è stato nel passato, ma lo è tuttora, un problema che è evoluto, arricchito, impoverito, ridimensionato ma che comunque, per me personalmente, è rimasto ancora un problema sporcato dalla retorica, tirato per la giacca dalla politica e tenuto vivo da astio antico e da interessi permanenti.

Nel passato era l’esaltazione della resistenza e prerogativa della sinistra, i partigiani eroi, i fascisti e gli infami.

Poi, pian piano gli studi hanno fatto emergere gli eccidi dei partigiani rossi, venticinquemila fascisti uccisi con e senza processo dopo la liberazione con le motivazioni reali più varie.

L’uccisione di 300 preti, certe azioni insignificanti da un punto di vista bellico, ma con rappresaglie atroci che dovevano essere messe in preventivo. Mi è capitato di pensare che chi osannava la liberazione dal fascismo stava tentando, e fortunatamente gli è andata male, l’instaurazione del comunismo, un regime che si è macchiato di crimini un milione di volte superiore.

Poi il quadro politico è cambiato e il fascismo è diventato destra che rinnega il passato.

Allora piuttosto che i vecchi spennacchiati contendenti, che non sono più gli idealisti dell’una e dell’altra parte di un tempo, continuino in incomprensibili distinguo ed infinite diatribe, non sarebbe meglio mettere una pietra tombale sul passato, pregando per vincitori e vinti e celebrare tutti assieme la festa della pace, sperando che prima o poi arrivi anche la pacificazione.


Suor Elvira, un esempio da seguire

martedì, 16 giugno 2009

Una cara signora, spero per rappacificarsi con me, per un momento di incomprensione e di tensione, con gesto gentile e generoso m’ha regalato un bel volume che documenta l’opera di suor Elvira.

Se fosse così, ossia se questa signora gli avesse dato il significato di una volontà di totale intesa, le sarei tanto grato per questo gesto e le sarei ancora più grato perché suor Elvira è una suora che mi aiuta a sognare e a tentare l’impossibile.

Questa suora l’ho scoperta circa poco più di un anno fa e mi ha veramente incantato per il coraggio, la coerenza, la freschezza di fede e la totale fiducia che il Vangelo possa redimere e salvare subito e totalmente anche i giovani che hanno raggiunto i limiti massimi dell’abiezione a causa della droga e di tutti i vizi collaterali alla tossicodipendenza quali la prostituzione, il furto, il tradimento dei valori e dei legami più sacri.

In una ventina d’anni, questa suora, uscita da un convento che la “soffocava” e mortificava, come purtroppo avviene spesso per malintesi cammini di formazione spirituale, ha aperto una sessantina di strutture di formazione in tutto il mondo, ha fondato un gruppo di ragazze e di giovani che si dedicano totalmente alla redenzione dei tossicodipendenti e soprattutto ha “salvato” nel senso più radicale del termine, un numero incalcolabile di giovani.

Il volume è costituito da una raccolta di fotografie che documentano lo sviluppo di questa grande iniziativa.

Mi ha colpito una foto ed il relativo commento. Suor Elvira, una sera, raccoglie i suoi giovani provenienti dall’inferno, si inginocchia di fronte a loro e si confessa: “Ragazzi, vi chiedo perdono perché vi ho tradito; per la paura che ve ne andaste, mentre vi avevo promesso di aiutarvi ad uscire da ogni dipendenza, vi ho permesso di fumare. Da questo momento in poi qui non si fumerà più, chi vuol rimanere butti subito su questo braciere le sigarette che ha in tasca”. Ad uno ad uno tutti buttarono nel fuoco i pacchetti di sigarette.

Forse in questo coraggio, in questa radicalità evangelica, consiste il segreto del successo di questa suora.

Ora sono nel tormento perché dovrei trovare il coraggio di chiedere a me stesso, ai miei collaboratori e alla piccola comunità che quotidianamente si riunisce nel nome del Signore, molto di più di quanto ho chiesto finora.


Un funerale disertato

lunedì, 15 giugno 2009

Sono cinquantacinque anni che faccio il prete, ma stamattina è stata la prima volta che, dopo che i necrofori hanno portato la bara di fronte all’altare, mi sono trovato completamente solo.

Già da tempo denuncio una tendenza che non depone a favore della nostra civiltà.

Da ragazzino un’insegnante aveva citato in classe una sentenza di un filosofo greco in cui si diceva che non c’è mai stato popolo in cui non si sia praticato il culto dei morti.

A proposito di questo comportamento umano c’è l’imbarazzo della scelta nel cogliere pensieri sublimi che questo culto determina nella coscienza umana.

Nel nostro tempo e nella nostra città il culto dei morti pare sempre meno sentito, sembra che, tutto sommato, come tendenza generale ci sia quasi fretta di sbarazzarsi di una salma che non serve più e pochi pare trovino il tempo e soprattutto il coraggio per fermarsi di fronte al mistero della vita e della morte per riflettere e trarre insegnamento da questo evento e dalla storia di chi è, tutto sommato, sogno di questo evento.

La cosa mi preoccupa assai perché temo che tutto si banalizzi e si affidi alla catena dei servizi che in maniera anonima e formale risolve sempre più sbrigativamente a pagamento la rimozione dell’”ingombro”!

Stamattina però la situazione fu emblematica. Usciti i necrofori rimasi solo di fronte ad una bara del costo di poco più di un centinaio di euro.

L’addetta alla sacrestia, compresa la situazione, uscì per rimediare al caso, una vecchina che trascorre tutto il giorno tra le tombe, entrò e rimase in chiesa, poi entrò anche uno dei necrofori, ed assieme abbiamo chiesto al Signore che accogliesse e desse pace a quella povera concittadina.

Per un attimo mi balenò nella mente un ricordo un po’ irriverente: alla Fondazione Cini, talvolta in occasione di conferenze internazionali, essendo la sala totalmente vuota, si precettava la servitù ad ascoltare la conferenza!

Spero che i miei tre fedeli siano stati un po’ più partecipi all’evento della partenza da questo mondo di una figlia di Dio.

Però sto cominciando a dubitare che ancora per molto tempo potremo considerarci un popolo civile.


Scrivo per costruire non per demolire

domenica, 14 giugno 2009

Non mi è capitato di frequente, ma in verità non è neanche l’unica volta che qualche sacerdote mi chieda una copia dei miei volumi.

Normalmente non riesco ad accontentarlo perché, per la mia “mania” che nulla vada sprecato, sono sempre stato preoccupato di far circolare non solo fino all’ultimo foglio dei periodici, ma anche dei libri; conservo una o due copie solamente per i momenti di ripiegamento sul passato e di nostalgia. Non sono mai partito con l’intenzione di scrivere un libro, non ne avrei le risorse né il coraggio di farlo. Le mie sono sempre state antologie o raccolte di interventi fatti nelle occasioni più disparate che colgono lo stato d’animo, l’atmosfera, il fatto o l’illuminazione interiore del momento. Passata l’emozione, il momento di rivolta, la scoperta o la luce di una verità che mi si manifesta, pare che tutto si spenga dentro di me e che diventi non interessante.

Qualche giorno fa una “pecorella” del mio ovile raccogliticcio mi chiese, a nome del suo giovane parroco a part-time, i volumi che lui non aveva. Non potei accontentarlo, ma mi fece enorme sorpresa questa richiesta perché sono sempre stato convinto, a me pare a ragione, che le mie tesi fossero per nulla condivise dai confratelli, tanto d’aver paura d’essere un don Chisciotte fuori tempo che combatte una inutile battaglia!

Se la mia ricerca interiore e tradotta in parola o con la penna potesse interessare o mettere in crisi positivamente qualche collega, specie se giovane, questo mi darebbe molto conforto e tanta gratificazione.

Spero di non aver mai preso la penna in mano col desiderio di demolire o di far del male alla chiesa che ho considerato sempre come madre, ma mi ha sempre mosso il desiderio di promuovere autenticità, coraggio, coerenza, speranza.

Se a qualche confratello tutto questo potesse essere di una qualche utilità potrei intonare in pace il “Nunc dimittis” Perché vorrebbe dire che anch’io avrei incontrato il Salvatore, il Risorto!


Il mio modo di annunciare il Vangelo

sabato, 13 giugno 2009

Potrà sembrare strano ma alla mia veneranda età, ottant’anni suonati, sento il bisogno di non rileggere, ma di reinterpretare i Vangeli.

La lettura fatta fino ad oggi mi risulta ognor più angusta, di scarso respiro e soprattutto limitativa e povera, tanto che mi pare quasi di offendere il Signore e di fargli fare brutta figura con una interpretazione che non ha quell’apertura che la parola di Dio merita.

Ricordo, quando mezzo secolo fa, quasi sconsolato dissi al mio vecchio parroco di allora che era Monsignor Da Villa, un predicatore che inchiodava con un’oratoria appassionata gli ascoltatori e pareva che li prendesse per il bavero perché s’aprissero al messaggio del Signore: “Quest’anno, Monsignore ce l’ho messa tutta per spiegare ed attualizzare il Vangelo di questa domenica, ma il prossimo anno che cosa potrò dire di nuovo?”

“Non preoccuparti, il prossimo anno in una situazione certamente diversa, il Vangelo avrà pure una luce, un’eco, una risonanza nuova!” Aveva ragione.
Per più di mezzo secolo è avvenuto così!

Qualche giorno fa ho letto al piccolo gregge una volta ancora “la moltiplicazione dei pani”. Capii ben presto che le letture precedenti non avevano più presa nel mio cuore perché s’era fatta strada l’idea che Gesù ci insegna che il dovere di provvedere al pane per i poveri non può e non deve partire dalla disponibilità di mezzi o di denaro che hai bensì dal bisogno dei fratelli!

Questo mi appare subito come una luce nuova, l’unica luce che Dio mi offre per affrontare la problematica del bisogno.

Non posso rassegnarmi a dare quello che ho sulla madia, ma debbo contare i bisognosi e di là deve partire il mio impegno, indipendentemente dai soldi e dalla disponibilità. Ho capito che leggendo il fenomeno da quell’ottica il pane salta fuori, si deve trovare!

Alla verifica dei fatti constato che questa è l’unica logica efficace!

Io mi faccio sempre degli appunti prima di prendere la parola, una volta commentato il Vangelo, li butto via perché so che non mi serviranno mai più!


Le parole di Gamaliele fanno riflettere

venerdì, 12 giugno 2009

Quando comincio a celebrar messa sento il bisogno di fare ogni tentativo perché non si riduca ad un rito “magico”, ma diventi invece l’occasione per prendere coscienza della nostra miseria e delle nostre incongruenze, inquadri la vita alla luce dell’infinito e faccia sì che i fedeli riescano a cogliere dietro l’immagine povera e deludente di questo vecchio prete, le parole sagge e vivificanti di Gesù.

Qualche volta mi pare di riuscirci, spesso però io stesso entro nella routine e mi ritrovo all’”andate in pace” senza quasi accorgermi.

Quando invece l’incanto del mistero mi avvolge o quando le parole di Cristo entrano come lame affilate nella coscienza, e mi aprono orizzonti infiniti di verità, allora ho la sensazione che la piccola comunità vibra e sento veramente la presenza dell’Altissimo.

Oggi sono stato incantato e turbato dalle parole di Gamaliele, il vecchio e saggio maestro di Israele, che interviene presso i colleghi, preconcetti, nei riguardi della predicazione degli apostoli, solamente preoccupati che la nuova dottrina non scalfisse il loro prestigio.

Gamaliele fa un discorso veramente da uomo saggio “Se la cosa (il movimento cristiano) viene dagli uomini, non preoccupatevi, non avrà futuro, cade da sola e perciò non c’è bisogno di qualsiasi nostro intervento, ma se viene da Dio, che non ci capiti di trovarci a combattere contro Dio, perchè allora sarebbe un gran guaio!”

Quanta saggezza e quanta santità in queste parole. Il discorso di Gamaliele mi ha turbato forse anche per il fatto che ieri sera ho risposto in maniera decisa ad un lettore de “L’Incontro” che non condivideva la mia presa di posizione circa il dramma o la tragedia di Eluana. Ci avevo pensato tanto ed onestamente sono arrivato alle conclusioni che tutti sanno. Però, un margine di dubbio ed incertezza rimane sempre.

In questa materia non ci sono certezze matematiche né per me né per chi non la pensa come me!

Mi spiacerebbe tanto e poi tanto di combattere contro Dio ossia contro il bene e la verità!


Commiato per un vecchio parrocchiano

giovedì, 11 giugno 2009

La figlia di un mio vecchio parrocchiano mi ha pregato di partecipare al funerale del padre.

Avrei un invito al giorno se accettassi tutte le richieste, ma qui si trattava di una cara famiglia che mi ha sempre voluto un gran bene, che mi ha sempre accolto a braccia aperte a casa loro, ma soprattutto verso la quale ho nutrito tanta stima ed affetto.

Don Danilo, con tanta cortesia, mi ha offerto l’opportunità di un breve intervento, ho però declinato l’offerta, da un lato perché non amo le cose sbrodolose e dall’altro lato perché ero stato informato che a fine messa il nipote avrebbe detto una parola di addio al nonno. Ho fatto bene a fare questa scelta perché il nipote, avvocato, ha tratteggiato la storia, lo stile di vita, i pregi e i difetti del nonno in maniera perfetta sia nella sostanza che nella forma.

Dalle parole di questo giovane avvocato, che io avevo conosciuto da bambino assieme al fratellino, e che pur non avendoli più visti per tanti anni, li ricordavo perché il padre, cultore della Bibbia a suo modo, li aveva chiamati Habram ed Isach, nomi poco frequenti da noi!

Terminata la messa gli ho chiesto il testo perché l’avrei pubblicato volentieri, ma l’estensore si è schernito quasi per modestia.

Il signor Rallo, più che novantenne, cristiano da Pasqua e Natale come pratica, ma di grossa taratura cristiana nella sostanza, è stato veramente una gran brava persona che, tornato dalla ritirata dell’Armir in terra di Russia, s’è fatto da sé lavorando sodo fino all’ultima età.

Era un uomo sano, schivo, amante della famiglia, generoso, basti dire che tutti i suoi inquilini, e ne aveva molti, parlavano bene del loro padrone di casa, cosa pressoché inaudita!

Sono stato contento di aver partecipato al suo commiato perché, per me, meritava almeno il vescovo ausiliare per i suoi funerali.

Mentre ascoltavo con estremo interesse, le parole franche e commosse del nipote che salutava con onestà, rispetto ed ammirazione il nonno, tra me e me pensavo che molto volentieri avrei offerto al vecchio parrocchiano, lavoratore e galantuomo, il posto di Napolitano, l’avrebbe meritato e avrebbe fatto fare più buona figura al nostro Paese!


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