Don Armando Trevisiol


Archivio di febbraio 2009

Vallo a capire quest’uomo!

mercoledì, 18 febbraio 2009

Talvolta, vedendo certi comportamenti e certe reazioni, ti viene da classificarlo in un certo modo, metterlo in un certo posto nel casellario umano, corrispondente ad una certa tipologia precostituita, in verità la realtà umana è così difficile, complessa e sfuggente per cui certi giudizi affrettati sono talmente sballati che dovremmo arrossire e pentirci di averli pronunciati con tanta leggerezza.

L’uomo è sempre unico ed irripetibile, soltanto Dio poteva continuare a dar vita a miliardi di creature, apparentemente quasi uguali ma in realtà veramente diverse, anzi uniche. Non sbagli quasi mai quando ti accosti ad una persona con rispetto, con delicatezza, con discrezione considerandolo comunque una persona e Figlio di Dio.

A proposito della complessità dell’animo umano ed il pericolo di giudizi superficiali ed affrettati, mi sono sempre rifatto a due esperienze delle quali avrei dovuto imparare più di quanto abbia effettivamente imparato e messo in pratica.

Un giorno un omone, con due baffoni alla Guareschi, mi chiese di parlarmi e quando fu sicuro che non c’era alcuno a vederlo e ad ascoltarlo, mi confidò singhiozzando: “Vede, padre, io amo perdutamente mia moglie, ma in trent’anni di vita in comune non glielo ho mai detto e questo mi strazia il cuore!” A vederlo tutti l’avrebbero giudicato un cerbero senza pietà!

Un’altra volta, quando insegnavo alle magistrali, un alunno chiese di parlarmi, quando fummo soli mi disse: “Vede professore, mi pare che lei l’abbia su con me perché mi richiama tanto spesso”. Era vero; sembrava irrequieto e disattento. Poi soggiunse: “Mia madre è in ospedale da due mesi, mio padre ha i nervi a fior di pelle…” Compresi, e da quella volta siamo diventati amici e lo siamo ancora benché pensionati ambedue!

La vita e il cuore dell’uomo sono davvero un gran mistero!


Il mistero dell’incarnazione oggi

martedì, 17 febbraio 2009

Io sono letteralmente affascinato dal mistero dell’Incarnazione che la chiesa ha recentemente celebrato durante le festività natalizie.

Mi entusiasma il pensiero che Dio non si sia lasciato incartapecorire in astruse formule filosofiche e teologiche, per diventare invece vita nello spirito pure nel corpo dell’uomo, di ogni uomo.

In tutti i miei sermoni, quest’anno, ho tentato con tutte le mie forze di mettere in luce questa stupenda verità: il Signore del cielo e della terra, del tempo e dell’eternità ha voluto prender dimora e farsi trovare ed amare in quella povera spelonca che è spessissimo il cuore dell’uomo, anche del più misero e deludente.

L’umanità del Figlio di Dio ha voluto svestirsi degli abiti regali per farli indossare all’uomo, come dice Leone Tolstoi nella sua leggenda, per vestirsi dei cenci dell’uomo povero e fragile di tutti i tempi.

E Gesù, la Parola di Dio, non si limita ad essere presente nello squallore della sua creatura, ma da quella culla parla, sorride, consiglia, ama, perdona ed insegna.

Qualche giorno fa è venuta a farmi gli auguri la signora Maria, la cara creatura che ormai da anni offre il sorriso, la consolazione, il conforto e l’ospitalità di Dio presso il Foyer San Benedetto, ai familiari degli ammalati degenti nel nostro ospedale. Mi disse come, fra l’altro, consola chi è in pena: “Stasera, mangia, sii sereno, dormi di gusto, domani sarà un altro giorno e se anche dovessi affrontare una prova o un dolore, il Signore ti sarà accanto per aiutarti”.

Mentre mi parlava, con il suo bel sorriso franco e spontaneo, avevo proprio la sensazione che lei offrisse labbra e suono ma che le parole fossero del Gesù a cui lei ha offerto dimora nel suo cuore di donna!


Coraggio!

lunedì, 16 febbraio 2009

Dall’8 febbraio 2009 è in distribuzione Coraggio, un quindicinale cristiano gratuito destinato agli ospiti, i relatori, gli operatori sanitari ed i volontari ospedalieri delle strutture sanitarie di Mestre.

Il quindicinale nasce nel 2009 per volontà di don Armando Trevisiol e della S. Vincenzo di Mestre. Come in precedenza L’Angelo è composto da una parte formativa, una seconda contenente le preghiere fondamentali ed una terza dedicata ad informazioni che possono interessare gli ammalati ed i loro familiari.

Può essere reperito nelle strutture sanitarie mestrine (ospedali e case di riposo) e sul sito web del Centro don Vecchi.


Regalare una parola d’affetto prima che sia tardi!

lunedì, 16 febbraio 2009

Nel nostro territorio, praticamente i concittadini deputano sempre il sacerdote a celebrare il commiato dei fratelli che ci precedono in Cielo.

Lo stesso sacerdote in tale occasione guida la preghiera della minuscola comunità che si riunisce in chiesa per onorare la memoria del caro estinto, si sforza di inquadrarne la morte alla luce della speranza cristiana, ma avverte che, sostanzialmente, i congiunti del defunto s’aspettano che il prete “dia l’ultimo saluto” ossia praticamente esprima i loro sentimenti, avvertendo il forte bisogno di manifestare a chi li lascia le parole di stima, d’affetto e di riconoscenza che forse non gli hanno mai detto o glielo hanno detto raramente e non con quel calore con cui nel momento del distacco, quasi sentendosi in colpa, amerebbero aver fatto mentre era in vita.

Io senza fatica, anzi con molta partecipazione umana e spirituale, mi accollo questo compito e mi accorgo assai di frequente, dai ringraziamenti che ricevo, che non mi riesce difficile accontentare il mio prossimo colpito dal mistero della morte. Però, confesso, che ogni volta penso nel mio animo quanto sarebbero state felici le mamme, le spose, i figli se si fossero sentite dire le parole, che io dico loro nel sermone, dai loro congiunti mentre erano in vita!

Da parte mia ho fatto questo proposito, per quanto mi riguarda. Pur continuando ad essere quello scontroso e quell’introverso che sono, quando ci riesco, vedo quanta gioia con nessuna fatica, dono al mio prossimo.

Ad ottant’anni è tardi, ma spero di avere ancora qualche opportunità di farlo!


I miei educatori

domenica, 15 febbraio 2009

Ora che sono vecchio provo ogni giorno di più riconoscenza ed ammirazione per i miei educatori.

Ogni tanto prendo coscienza che debbo a loro il meglio di me.

A mio padre e a mia madre debbo il senso della sobrietà nel vivere, la coscienza dell’impegno e del lavoro. Ai sacerdoti della mia fanciullezza, don Nardino Mazzardis e don Giuseppe Callegaro, il senso del sognare un mondo buono e pulito, a don Giuliano Bertoli la convinzione che è possibile guidare i ragazzi e i giovani alla solidarietà e di farne degli uomini onesti e generosi, a Monsignor Vecchi la volontà di perseguire mete impossibili e di farlo con un atteggiamento di appassionata avventura, a don Silvio Tramontin l’amore per la storia e la letteratura, a Mons. Umberto Mezzaroba la passione per le anime, una passione assoluta che non ammette che alcuno ne sia escluso, a Mons. Aldo da Villa, l’impegno a parlare onestamente, a predicare col cuore, a non dire frasi fatte o luoghi comuni, ma a dare messaggi alti e sublimi. Ancora a Monsignor Vecchi il gusto per l’arte e la pittura in particolare.

Queste persone hanno tracciato sulla mia coscienza dei segni profondi ed indelebili che non potrei cancellare anche se lo volessi. Ma non lo voglio perché credo che essi siano il meglio di me.

A questi educatori vicini si aggiungono le splendide figure dei profeti del nostro tempo: da don Mazzolari a don Milani, da Giovanni XXIII al Cardinale Agostini il Patriarca di Venezia dimenticato, ma che per me fu ed è ancora una figura di prete e di vescovo integerrimo, da don Antonino Bello al Cardinale Ferrari, da Monsignor Facileni a don Gnocchi, da La Pira a De Gasperi.


Detesto la guerra e chi la fa!

sabato, 14 febbraio 2009

La mamma di Monsignor Vecchi era una donna intelligente, volitiva ed arguta. Essendo rimasta vedova ancora abbastanza giovane, si rimboccò le maniche ed affrontò con coraggio la vita, lavorando sodo riuscendo così a laureare ambedue i figli, ma soprattutto dando loro un’educazione ricca di valori essenziali. Non so quale titolo di studio avesse perseguito, comunque era veramente intelligente e saggia, di una saggezza concreta che la teneva con i piedi a terra.

Io la conobbi quando era già anziana e veniva in seminario dal figlio, don Valentino, dandogli una mano sugli acquisti. Nonostante fosse una donna concreta, amava la lettura e quando le capitava sotto mano un volume che le sembrava interessante, lo prendeva, ma era solita dire “Ora non ho tempo, ma lo conservo per quando…” ed aggiungeva sorniona e con un pizzico di amarezza: “non avrò più occhi per poterlo leggere!”

A me non è capitato proprio così per quanto riguarda i libri, i films, la musica … però mi accorgo che non è proprio facile scegliere qualcosa che valga la pena di leggere o di vedere.

Talvolta però mi capita questa fortuna.

Qualche sera fa ho visto alla televisione un bel film d’amore, inquadrato ai tempi della guerra di secessione tra gli stati del Nord e del Sud America. Una bella storia, ben condotta, con tanta poesia, con immagini struggenti, personaggi ben definiti, linguaggio e soprattutto denuncia decisa dell’assurdità della guerra e di tutte le magagne umane che fatalmente l’accompagnano.

Il protagonista riesce a tornare a casa a riabbracciare la ragazza tanto amata, se non che un colpo di coda della cattiveria scatenata da quell’amaro conflitto, lo uccide.

Da sempre detesto la retorica, le ragioni di Stato, la logica della forza che sacrifica, senza batter ciglio, la vita, i sentimenti e le cose belle della persona. Ora detesto, rifiuto e odio chi adopera ancora questo strumento anche se si tratta di far valere anche le cause più nobili, l’uso della forza è sempre incivile e soprattutto disumano!


La morte delle persone care, realtà amara e misteriosa

venerdì, 13 febbraio 2009

Qualche settimana fa, essendo andato a benedire una salma presso l’obitorio dell’ospedale all’Angelo, obitorio che si trova nel retro della porta principale della bella struttura, quasi ad illudere che chi entra da quella porta ne esce sempre guarito, mentre invece si vuol purtroppo illudere i cittadini, facendo uscire i morti dalla porta di servizio; ebbi una brutta sensazione.

In una delle porte della stanzetta accanto a quella in cui giaceva la salma del defunto che ero andato a prelevare c’era la foto di una persona che rassomigliava alla figura di uno dei miei ragazzi che mi erano stati affidati in seminario, più di cinquant’anni fa.

Lessi frettolosamente il nome, avendo poco tempo, e fortunatamente c’era scritto Evelio Miatto, mentre io avevo conosciuto Bepi Miatto!

Cercai di rassicurarmi che non era quel ragazzo di un tempo con cui avevo mantenuto rapporti, seppur saltuari di amicizia. Infatti durante l’estate, quando celebravo all’aperto e non c’era nessuno a leggere le letture della messa, saliva all’altare e con voce pacata e partecipe leggeva il testo sacro per l’assemblea.

Per me poi, nonostante avesse i capelli grigi e sapessi che era ormai in pensione da anni, lo vedevo con gli occhi dell’assistente che giocava assieme con lui, in maniera appassionata, nei cortili del seminario.

Me ne andai tentando di convincermi che non si trattava del caro amico. Se non che, qualche giorno dopo, mi si presentò, dopo la messa celebrata nella cappella del cimitero, una signora dimessa, vestita di nero, assieme a due figlie dicendomi: “Ha saputo, don Armando, della morte di Bepi?” Gli raccontai del mio dubbio ed ella mi informò che suo marito tutti lo chiamavano Bepi, ma in realtà all’anagrafe era stato denunciato come Evelio.

La risposta al mio dubbio mi rattristò alquanto. Purtroppo la morte quando è un’espressione generica è anche facile denominarla con Francesco d’Assisi “nostra sora morte corporale”, ma quando riguarda una persona cara è soltanto morte, realtà amara e misteriosa, almeno per me!


La giuste parole di Obama sulla crisi economica

giovedì, 12 febbraio 2009

Qualche tempo fa, quando qualcuno cominciava già ad essere preoccupato perché pareva che calassero i consumi, scrissi un mio modesto parere in proposito. Dissi che il segnale a me sembrava promettente ed incoraggiante, un po’ perché convinto che lo spreco sia veramente un sacrilegio in un mondo in cui una notevole parte dell’umanità muore letteralmente di fame e dall’altra perché sono decenni che si levano voci per condannare il nostro mondo consumistico ed ora che pare che cominci a perdere colpi non c’è che da esultare.

Quando scrissi però queste mie considerazioni, lo feci con preoccupazione e in punta di piedi perché, a cominciare dal nostro capo di governo e per continuare con illustri economisti, si sentiva un coro di voci che invece invitavano ad avere fiducia e a continuare a sostenere i consumi!

Non è che io mi lasci condizionare troppo da quello che pensa l’opinione pubblica, però sono stanco di sentirmi isolato e solitario nel presentare le mie opinioni, non essendo nè un sociologo nè un economista.

In verità sono convinto che potremo benissimo dimezzare i consumi, così non si perderebbe tempo per frequentare le palestre per diminuire di peso, le città non sarebbero intasate all’inverosimile di automobili, l’aria sarebbe più respirabile e la coscienza più tranquilla verso chi mangia troppo poco perché il mondo occidentale, che è lo sprecone e il dissipatore di ricchezza, lo depreda dei suoi prodotti e lo ha ridotto alla fame.

Oggi però mi è giunta una voce che mi ha confortato alquanto e mi ha fatto sentire meno solo e meno ingenuo. I soliti osservatori sociali affermano che una delle parole più usate in questo tempo da Obama, il neo presidente americano che rappresenta il Mosè del nostro tempo che tutti sperano che ci aiuti a passare il Mar Rosso, è la parola “sobrietà”

Bravo presidente se continuerai su questo tono faremo tanta strada assieme!


La presenza cristiana nel mondo della cultura costa!

mercoledì, 11 febbraio 2009

A motivo di un funerale ho “scoperto” la figlia e il marito di una mia “antica” collaboratrice di Radiocarpini, l’interessante avventura radiofonica che mi coinvolse, in maniera forte e talvolta drammatica, per una ventina d’anni del mio recente passato. Col mio abbandono dell’emittente, prima il piccolo esercito di quasi duecento collaboratori si sciolse rapidamente sostituito da un piccolo staff di professionisti pagati, poi è scomparso il marchio ed infine si è annacquata l’identità, tanto che dell’avventura radiofonica non è rimasto quasi più neanche traccia.

Comunque la mia collaboratrice recentemente si è rifatta viva, in occasione di una intervista, poi, in occasione del funerale di un suo congiunto, ho finito per conoscere il marito e la figlia che vive a Milano e lavora all’Università Cattolica.

La mamma, come sempre fanno le mamme, mi ha presentato il suo “gioiello”, in verità credo che sia veramente tale, una ragazza giovane, piacente, sciolta e laureata che lavora nel settore dell’attività bibliotecaria alla Cattolica di Milano

La conversazione si accese subito con naturalezza, soprattutto per il fatto che mi confidò d’appartenere al movimento di Don Giussani.

Comunione e Liberazione e l’Università Cattolica sono stati due temi su cui ho riflettuto recentemente per motivi diversi, per primo, avendo incontrato una “Memores Domini” e per secondo, ho intenzione di dedicare un editoriale su Padre Gemelli, fondatore di tale Università.

Alle mie richieste sull’identità culturale ed ideologica della Cattolica, ella mi disse che purtroppo sta annacquandosi l’identità cristiana di suddetta università, essendo venute meno le offerte dei fedeli e subentrati gli aiuti dello Stato. Peccato!

S’arrischia ancora una volta che la presenza cristiana nel mondo della cultura sbiadisca perché i cattolici non sembrano disposti a pagarne il prezzo necessario!


“Come sarebbe la mia vita se quella culla di Betlemme fosse rimasta vuota?”

martedì, 10 febbraio 2009

Certi peccati, particolarmente gravi, pur confessati, riaffiorano sempre, per cui nasce quasi il bisogno di confessarli ancora. Questo stato d’animo si ripete, per me, non solo per i peccati, ma anche per certe carenze “professionali”.

Predicare, per me, rappresenta un tormento, predicare poi durante le grandi feste cristiane, il tormento diventa sempre più un tormentone. Come fanno tanti preti a ripetere pensieri banali, verità scontate, discorsi fuori corso e per nulla incidenti sulla coscienza e sulla vita della gente normale?

Motivo per cui la ricerca di un qualcosa di valido e convincente diventa affannosa, piena di preoccupazione insistente.

Quest’anno per Natale il problema si ripetè come al solito finché il Signore volle che un filo di luce illuminasse il mio spirito e pian piano approdassi su un terreno che mi è parso solido.

“Gli amici del presepio” portarono il presepio, da metter sotto l’altare della cappella del cimitero, poco dopo l’Immacolata. Così che per una quindicina di giorni sono passato davanti alla culla vuota che attendeva Gesù per il 25 dicembre. In verità mi faceva un po’ di tristezza quella culla vuota, tanto che una mattina, mentre solo soletto, nella chiesa deserta e fredda, guardavo Maria e Giuseppe, che a loro volta erano accanto a quella culla vuota, mi dissi: “Come sarebbe la mia vita se quella culla di Betlemme fosse rimasta vuota?” la mia mente si mise in moto: non saprei da dove sono venuto, perché sono a questo mondo, e a che parasse il mio vivere. Mai avrei potuto immaginare che in Cielo ci fosse qualcuno che mi vuole bene, mai avrei potuto pensare di poterlo chiamare io “Padre”, mai avrei potuto immaginare che Egli è disposto a perdonarmi, ad aspettarmi in fondo alla strada della vita, ad’accogliermi ancora nella sua “casa”! Il mondo senza Gesù sarebbe ben squallido, pieno di mistero e di desolazione.

Quest’anno per Natale dissi ai miei fedeli che ci è stato dato un autentico tesoro e noi corriamo il pericolo di comportarci come sia un mucchio di pietre false.


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