Don Armando Trevisiol


Archivio di gennaio 2009

E’ meglio lasciare che il Signore faccia quello che crede e ciò che è meglio per tutti!

venerdì, 23 gennaio 2009

Spero di non essere venale, ma talvolta sarei quasi tentato di chiedere un qualche compenso ai miei fratelli che usano il mio nome come certificazione di sana provenienza. Mio fratello Luigi, successore di mio padre nella minuscola azienda di falegname, più di una volta mi ha confessato candidamente, che quando si presenta per un lavoro dice di essere mio fratello come garanzia di serietà.

Lucia, invece figura storica di infermiera all’oculistica in ospedale a Mestre, che ha legato la sua vita alla notorietà del prof. Rama, delle sue imprese filantropiche in Kenya, teme che la mia presunta fama oscuri le sue gesta umanitarie, però non si fa scrupoli di dispensare il mio “diario” per aumentare il suo prestigio nell’ambito dell’ospedale o forse per poter fare i regali di Natale a buon mercato, anzi senza oneri!

Comunque qualche giorno fa mi riferì che il primario dell’urologia aveva gradito il dono, leggeva volentieri il volume, ma che avrebbe gradito una mia dedica.

C’è da notare che suddetto primario, segue i miei guai, perciò gli sono particolarmente grato per essersi fatto carico dei malanni che mi affliggono.

Mi è parso perciò opportuno promettergli, con un po’ di spirito goliardico, che gli avrei volentieri donato metà dei meriti che avrei acquisito durante il tempo in più che mi avrebbe eventualmente donato con le sue cure. Poi ci ho pensato un po’ più seriamente perché in suddetto tempo potrei combinare dei guai e perciò sarebbe stato opportuno che accettasse l’offerta col beneficio dell’inventario.

Comunque meglio di tutto è lasciare che il Signore faccia quello che crede e ciò che è meglio per tutti!


Gesù è Gesù anche senza triregno, bandiera, guardia e Reggia Pontificia!

venerdì, 23 gennaio 2009

C’è un mio coinquilino del don Vecchi, che sente la chiamata all’apostolato e pensa di doverla esprimere mediante la stampa e quindi di tanto in tanto mi passa degli articoli.

Più di una volta gli ho fatto presente che “L’incontro” persegue una certa linea editoriale, della quale i suoi articoli non ne tengono per nulla conto. Tanta è però l’insistenza di questo maturo aspirante giornalista, che non pare per nulla convinto delle mie osservazioni, tanto che mi presenta con insistenza i suoi scritti per cui ogni tanto finisco per cedere e pubblicare i suoi pezzi sulla Sindone, sull’esistenza di Dio, sulla validità del cristianesimo ed altri argomenti che io do per scontati per i lettori de “L’incontro”

L’ultimo articolo che mi ha messo sotto la porta riguarda lo Stato Pontificio, fornendo alcune informazioni sulla sua superficie, sul numero delle guardie svizzere, la loro carriera e su quanto riguarda la popolazione di questo piccolo stato, rimasuglio dello Stato Pontificio terminato nel 1870 con la presa di Porta Pia da parte dei bersaglieri.

Riflettendo su questo fatto d’armi, che sa più da operetta che da battaglia, anche se ci sono stati morti veri, mi domandavo qualche mese fa, in occasione dell’11 settembre, se era giusto come cristiano, deprecare la caduta dello Stato in cui il Papa era monarca assoluto o festeggiare quella data come liberazione del Vicario di Cristo, da una posizione impropria, mortificante o fuorviante dal compito del rappresentante di Colui che disse: “Il mio Regno non è di questo mondo!”

La questione romana non mi ha mai appassionato, nè lo Stato Pontificio, con tutto il suo vecchio apparato, non mi ha esaltato più di tanto.

Gesù è Gesù anche senza triregno, bandiera, guardia e Reggia Pontificia!

Il mio Gesù e il mio Papa rimangono tali anche senza vecchie cornici che finiscono per essere sempre tarlate!


“Quanto sono costato oggi alla comunità?”

giovedì, 22 gennaio 2009

Nota: don Armando ha scritto questo appunto qualche settimana fa.

Oggi ho dovuto assoggettarmi ad un altro esame clinico.

Nonostante la mia apparenza perfino troppo florida, tanto da crearmi qualche problema di sovrappeso, un male subdolo da parecchi anni sta minacciando la mia salute. Noi occidentali straprivilegiati nei riguardi dei popoli poveri di tre quarti del mondo, finiamo per avere perfino una vita più lunga grazie agli esami che monitorano lo stato della nostra salute e gli interventi medici che riequilibrano carenze e storture.

L’esame urologico non è semplice, dura più di un’ora ed impegna direttamente un medico, un tecnico radiologico, un’infermiera professionale, indirettamente tutta l’organizzazione amministrativa ed impegna delle macchine ultramoderne che costano centinaio di milioni. Quindi soltanto questo esame costa un patrimonio!

Nonostante continui a sentire critiche e lagnanze nei riguardi del nuovo ospedale io ne rimango entusiasta.

Anche oggi se mi rifacevo alle esperienze pregresse dell’ospedale vecchio, non posso che concludere che l’ospedale dell’Angelo è una reggia in rapporto alla topaia dell’Umberto I°.

Ma quello che ho pensato stamattina, mentre il macchinario era manovrato dalla regia di comando al sicuro dalle radiazioni, non riguarda solamente l’ingiustizia permanente tra i popolo del Nord e del Sud del mondo, già questo è un problema che mi pesa sulla coscienza, ma questo è un problema grosso nei riguardi del quale ho poche possibilità di intervento.

La domanda che invece mi sono posto durante i sessanta minuti di immobilità sul lettino bianco manovrato a distanza, è questa: “Quanto sono costato oggi alla comunità?” Certamente centinaia di euro! E quindi mi è venuta coerente la conclusione: “Io ho il dovere di ripagare la comunità per questo dispendio di forze e di denaro nei riguardi di questo povero vecchio prete ottantenne!

Proposito: tenterò di farlo impegnando tutto il mio tempo e le mie energie residue per il bene della società che mi riserva tante attenzioni e mi sta prolungando la vita!


Oggetti smarriti

giovedì, 22 gennaio 2009

Un po’ alla volta cittadini e strutture stanno scoprendo le nostre associazioni di volontariato che operano nel settore degli indumenti, dei mobili, degli alimentari e dei supporti per gli infermi.

La fascia di cittadini che hanno bisogno ha fatto la scoperta in maniera assai rapida, chi invece può donare qualcosa, anche senza molti sacrifici, è più lento, ma un po’ alla volta ci sta arrivando. Questa è la cosa più importante.

In questi giorni sono giunti dall’aeroporto due furgoni di oggetti smarriti, anche se non sembra la gente dimentica un sacco di roba! Gli addetti al Marco Polo la raccolgono, la custodiscono per un certo tempo, poi organizzano un’asta. Non tutto però riescono a vendere e perciò regalano a noi tutto quello che è rimasto invenduto: scarpe, ombrelli, maglie, giacche … e le cose più disparate che noi invece riusciamo a cedere a 20 o 50 centesimi!

L’altro giorno il signor Danilo Bagaggia mi mostrava ciò che aveva ritirato dall’aeroporto Marco Polo.

Parrebbe impossibile che molta gente dimenticasse tante cose!

Mentre guardavo curioso il responsabile che mi mostrava i capi più disparati, abituato come sono dal “mio mestiere” a riflettere e trarre conclusioni esistenziali, cominciai a domandarmi “cosa posso io aver dimenticato in giro?” forse qualche ombrello, un paio di occhiali …, ma poi la riflessione si allargò per riflettere sulle parole, sui gesti, sui comportamenti che ho lasciato dietro di me, spesso inconsciamente, finendo per domandarmi “che fine hanno fatto?”

Qualcuno ha potuto beneficiarne o ha dovuto buttarle quali rifiuti ingombranti, inutili o peggio nocivi?”

Ho cominciato a preoccuparmi per la responsabilità che ne deriva da parole dette senza pensarci, da comportamenti superficiali. Mi è venuto in mente la preghiera di David “Miserere me, Deus”.

Spero però che le mie colpe in questo ambito non siano pari a quelle di David che portò via la moglie di Uria e poi lo fece uccidere!


Disegnare il volto nuovo di una comunità cristiana nel terzo millennio

mercoledì, 21 gennaio 2009

Un mio vecchio cappellano, che ha fatto una rapida carriera tanto da diventare titolare di due parrocchie, oltre ad avere altri incarichi in diocesi, mi ha usato la cortesia di invitarmi a celebrare la Santa Messa in occasione della festa del titolare di una di queste due comunità.

Sono stato felice dell’invito, un po’ perché per me rappresentava un’attenzione per l’attività di un vecchio prete che ora vive ai margini della vita pastorale della diocesi e di cui quasi nessuno si ricorda, un po’ perché rimango ancora curioso di come oggi il giovane clero conduce la comunità dei cristiani del nostro tempo.

Per me, uscito dall’ingranaggio pastorale diretto da più di tre anni, fa veramente piacere confrontare i progetti che ho coltivato per tanti anni, con le soluzioni che ora vanno per la maggiore.

Don Paolo, così si chiama il mio ex collaboratore, naturalmente mi ha chiesto di dire due parole al Vangelo.

Sempre rifletto sul testo sacro per attualizzarlo, affinché esso diventi chiave per leggere la vita lo stimolo perché la comunità si sforzi di entrare nella logica del Vangelo.

In questa occasione la riflessione è stata più prolungata e più attenta del solito.

La pagina del Vangelo che la liturgia assegna alla festa di S. Nicola, santo protettore di una delle parrocchiette di don Paolo, e denominata appunto “S. Nicolò dei mendicoli”, è quella denominata comunemente la “parabola della pecora smarrita”, mi ha offerto l’opportunità di mettere a fuoco: il volto, il compito, lo stile di vita di una comunità cristiana in tempo in cui i cristiani convinti e coerenti rappresentano una piccola minoranza tra gli abitanti all’interno dei confini canonici della parrocchia.

Sono proprio convinto che oggi dobbiamo essere tutti fortemente impegnati per disegnare il volto nuovo di una comunità cristiana nel terzo millennio e in una società sempre più secolarizzata.

Sarei molto felice se fossi riuscito ad offrire qualche buona idea!


L’acqua alta, il MOSE e la debolezza dei governanti

mercoledì, 21 gennaio 2009

Ai primi di dicembrem se per caso mi fosse venuta la voglia di andare a pregare nella basilica di S. Marco, di certo non avrei potuto andarci, perché nonostante gli stivaloni avrei avuto bisogno di un periscopio o della bombola da sommozzatore per affrontare i 165 cm. di acqua che c’era in Piazza S. Marco. Dopo un sentimento di pena nei riguardi della povera gente che vive a Venezia a pianoterra e dei negozi sommersi dall’acqua con la merce rovinata, il mio pensiero è andato immediatamente ai “disobbedienti di Casarini” ai no-globals, all’estrema sinistra, ai verdi, al Partito Democratico nelle sue componenti rosa e bianco e a tutti coloro che nutrono complessi di sudditanza verso questa gente sballata che in tutti questi anni ha messo in atto mille farse per bloccare il Mòse.

Io non so se questa struttura  impedirebbe un’acqua alta del genere, comunque essa sarebbe un tentativo per verificare la sua efficacia.

In questa tragedia cittadina, che dimostra quanto siano stupidi e faziosi certi individui che tengono banco nella ribalta dell’opinione pubblica e quanto siano imbecilli quelli che si fanno incantare dalla loro demagogia e anzi sono perfino preoccupati di qualificare in maniera adeguata gli attentatori della sopravvivenza della nostra bella e cara città.

Il formaggio sui maccheroni poi l’hanno messo i sindacati con lo sciopero dei vaporetti, sciopero che certamente ha salvato i lavoratori dal naufragio! Oggi come veneziano di adozione, mi sono sentito veramente disperato pensando alla città sommersa dall’acqua sì dell’Adriatico, ma prima ancora dalla demagogia degli stolti e dalla debolezza dei governanti.


E’ meglio leggere “L’Incontro”!

martedì, 20 gennaio 2009

Una mattina sfogliando “Il Gazzettino”, mi è venuto in mente quanto mi raccomandava il mio vecchio cappellano, don Nardino Mazzardis, ai tempi di quando frequentavo la sezione degli aspiranti dell’Azione Cattolica.

Il vecchio cappellano, che noi ragazzi amavamo e seguivamo fedelmente, ci raccomandava di prendere e leggere “Il Vittorioso”, giornale che si rifaceva ai sani principi e non “L’Avventuroso” che spesso aveva trame violente e le sue donnine erano abbastanza discinte. Don Nardino affermava che se uno mette nei cassetti della sua memoria immagini poco morali e storie violente, avrebbe terminato per convincersi che il mondo era fatto così e che quella era la vita!

“Il Gazzettino” non è certamente un giornale licenzioso, ma spesso indulge anch’esso fin troppo con la cronaca nera.

Quella mattina la pagina 7 era totalmente occupata da articoli, più o meno lunghi, che aveva questi titoli: “Accoltella il convivente e poi uccide la sua bambina” questo era il piatto forte, ma il seguito non era da meno: “Tredicenne denudato e filmato da tre bulli che poi lo ricattano”. Poi sempre con molta evidenza “Le mette un limone in bocca e tenta di sgozzare la moglie”. A mezza pagina un altro titolo a cinque colonne: “Parmigiano avariato, sequestrate 2000 forme; nel magazzino c’erano anche topi morti”. Non poteva mancare anche il sesso: “Il marito prende il Viagra e lei chiama la polizia”, e per finire, più in piccolo: “Condannato a sei mesi il portavoce dei Cobas del latte”, “Il P.M. chiede l’ergastolo per l’assassino di Roverara”.

Queste constatazioni ci aiutano a spingere con convinzione a leggere “L’incontro”!


Ancora sul libro del Cardinal Martini

martedì, 20 gennaio 2009

Ho sempre avuto paura di avventurarmi in terreni e luoghi sconosciuti.

Ho l’impressione, quando intraprendo sentieri che non ho battuto precedentemente, che mi manchi il terreno sotto i piedi, o peggio ancora, di incappare nelle sabbie mobili col pericolo di essere inghiottito.

Provo questo sentimento sia quando mi metto in viaggio per visitare una città che non conosco, ma anche quando comincio a leggere un volume che affronta problemi di ordine religioso o morali e dando loro soluzioni diverse da quelle che mi sono state prospettate dai miei maestri di un tempo.

Sto provando questi sentimenti con la lettura dell’ultimo volume scritto dall’anziano ed ammalato arcivescovo emerito di Milano il Cardinal Martini.

In genere, quando ho superato questo istintivo timore iniziale ed ho elaborato i messaggi, finisco per averne un notevole arricchimento interiore e normalmente utilizzo poi al massimo le proposte ideali che scaturiscono da questa esperienza.

Rifacendomi ancora una volta alla lettura dell’ultimo volume del Cardinal Martini, edito recentemente da Mondadori, dopo un po’ di smarrimento iniziale per lo stile dimesso, per la sua ricerca apparentemente un po’ dubbiosa e smarrita, tanto diversa da quella delle sue omelie fatte sulla cattedra di Sant’Ambrogio con la mitria in testa ed il pastorale tenuto ben stretto in mano, sto scoprendo un mondo profondo, intenso e tanto bello. Suggerimenti dati con estrema umiltà, riflessioni discrete, tanto che sembrano più richieste che offerte, mi aprono il cuore alla stima, al rispetto, alla fiducia e all’amore.

Quanto mi ha sorpreso e poi stupito e riempito di aria pulita e di luce una sua espressione: “Di certo non possiamo pretendere che Dio sia il Dio cattolico” mi è parso che il vecchio Cardinale, finalmente libero per la sua età e per il male incombente dia pieno respiro al suo pensiero e lo offra con discrezione e con convinzione ai fratelli di fede e di ricerca.


Lode al Cardinale Martini per “Conversazioni notturne a Gerusalemme”

lunedì, 19 gennaio 2009

Pur apprezzando la teologia come scienza nobile che studia in maniera specifica l’esistenza, la natura e le opere di Dio, in verità mi hanno sempre un po’ disturbato i teologi, specie quelli di mezza tacca, che sono poi la stragrande maggioranza, che pare siano i confidenti o peggio ancora i consiglieri ascoltati di Dio. Dicono, ma io non ne ho alcuna motivazione convincente, che, ad esempio, un sacerdote, per essere nominato Vescovo, debba essere un laureato in teologia, in patristica, in sacra scrittura, in morale o per lo meno abbia un altro titolo accademico, dimenticando costoro che Cristo scelse i suoi discepoli non poggiandosi sulla scienza sacra che essi possedevano, ma sulla fede e soprattutto sull’amore che essi dimostravano.

Anche oggi fanno del gran bene nella chiesa gli uomini di fede, i cristiani che amano, non quelli che scrivono trattati e sembrano dei “vicedio” che san tutto, non hanno dubbi, perplessità sui problemi non risolti.

Le persone di chiesa che pontificano destano nel mio animo più compatimento che ammirazione.

Avevo sempre stimato il Cardinale Martini come un grande biblista, uomo sicuro, tranquillo nella verità di fede, mentre ora me lo ritrovo, nell’ultimo suo libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” come “Vescovo in pigiama” incerto, titubante, perplesso o comunque in ricerca, non uomo da pontificali, ma un umile ricercatore della verità e delle soluzioni religiose valide quasi indifeso di fronte al mistero della vita e della morte.

Confesso che, dopo un primo sentimento di meraviglia e di sorpresa, la lettura dei pensieri del Cardinale, questi mi piace più così. Lo trovo più umano più onesto più vicino alla mia povertà interiore!


“Chi ha lavorato, si è sacrificato per me?”

lunedì, 19 gennaio 2009

Forse la genesi della pulsione interiore che oggi ho provato visitando, come faccio quasi tutti i giorni, i magazzini S. Martino gestiti dai volontari dell’associazione “Vestire gli ignudi” mi è stata provocata da una lontana lettura di un carnet di un giovane francese, fatta molti anni fa.

Scriveva nel suo diario questo giovane ventenne: “Oggi sono stato attratto da un manifesto che reclamizzava l’ultimo film di una famosa attrice: i capelli platinati, gli occhi vivi e penetranti l’armonia del suo corpo, mi hanno dato l’impressione di grande armonia e di splendida bellezza. Quanti spettatori godranno al buio delle sale cinematografiche della bellezza sovrana di questa donna? Però quanto pochi penseranno che sotto quello splendore c’è la vita di una donna con i suoi drammi interiori, i suoi sogni e i suoi dolori?

D’istinto ho sentito il bisogno di entrare in una chiesa, per ringraziare Dio di aver donato questa meravigliosa creatura e per pregare per lei perchè l’aiuti nelle sue difficoltà e nei suoi drammi.

Di fronte alle stive di indumenti, gonne, pantaloni, giacche, foulard, ho cominciato a riflettere, certamente in maniera meno romantica e poetica del giovane francese, ma altrettanto sentita: “Da dove arriva tutto questo ben di Dio? Chi l’ha cucita? Com’è stato pagato? Come ricambia di questo lavoro la gente che indosserà questi panni? Come riconosce la gente la fatica, i sacrifici, di uomini e donne dell’India, della Cina o di qualche altro paese dell’Estremo Oriente, che per pochi scellini hanno lavorato giorno e notte perché io e tanti altri in Occidente stessimo al caldo o avessimo un abito elegante?

Anch’io per la prima volta ho guardato il maglione caldo, il vestito soffice ed ho cominciato a domandarmi: “Chi ha lavorato, si è sacrificato per me?” Sentendomi in colpa per non aver mai pensato a lui, non averlo idealmente ringraziato, infine ho sentito anch’io il bisogno di mandare al mio benefattore ignoto dell’Estremo Oriente almeno una preghiera.


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