Speranze per la presenza cristiana all’ospedale dell’Angelo

Il buon Dio è un grande artista ed un insuperabile architetto di uomini; ha pensato proprio a tutto!

Io ho ottanta anni e dovrei pensare soprattutto al tramonto e al passaggio della frontiera; eppure mi accorgo che un istinto profondo mi porta ancora a sognare, a far programmi, a progettare nuove avventure.

Questo fermento interiore forse sorretto solamente da speranze e da illusioni, mi aiuta però a non ripiegarmi in me stesso e a non ridurmi a passare il tempo tra la poltrona ed il letto.

Ho terminato da poco l’ultima avventura dell’ospedale; è stato un servizio modesto, parziale e limitato nel tempo e dalla volontà del responsabile, di questo settore pastorale, ma questa esperienza mi ha posto nella condizione di constatare le magnifiche e splendide prospettive che la chiesa veneziana ha anche in questo momento storico apparentemente poco favorevole alla proposta religiosa.

D’istinto la mia mente ed il mio cuore hanno cominciato ad elaborare progetti, linee pastorali, orizzonti per la pastorale della sofferenza.

Sono convinto che ci sono ancora delle splendide possibilità di lievitare cristianamente anche questo luogo della prova. Due mesi sono pochi e soprattutto offrono ancora meno possibilità quando il tuo compito è limitato da indicazioni precise, però credo che i sedici numeri del periodico “L’Angelo” abbiano aperto un varco, abbiano fatto sentire una presenza, abbiano offerto parole e sentimenti per dialogare con Dio.

La cappella con la sua splendida collocazione, la S. Messa vespertina, le due stanze annesse, un numero abbastanza consistente di volontari di salda matrice cristiana, potrebbero accendere una presenza cristiana calda e vitale, punto di riferimento per ammalati, medici, infermieri e familiari.

Credo che ci siano tutti i presupposti per un’azione di evangelizzazione efficace e costruttiva. Io avrei anche sognato che il giovane e il vecchio clero di Mestre si fossero fatti carico, con un po’ di buona volontà, anche di questo settore così delicato e significativo, ma andrà anche bene se il nuovo giovane sacerdote straniero potrà coagulare persone ed opportunità per realizzare il Regno anche in questo piccolo mondo della prova e della sofferenza.

L’epopea settimanale de L’Incontro

La rete di distribuzione de “L’incontro” è un po’ precaria. Chi va a portare il settimanale nella sessantina di luoghi in cui i lettori lo vanno a cercare, è sempre un volontario, che agisce quasi sempre di sua iniziativa personale, sia nel prelevare il numero di copie, sia nel giorno del prelievo.

I volontari poi del nostro Veneto e specie quelli veneziani o della gronda lagunare, sono per natura o per vocazione individualisti e perciò agiscono solamente spinti dall’istinto e dall’estro, ma meno che mai dalla disciplina o da regole ferree.

Da ciò nasce che i primi giorni della settimana soffro per la preoccupazione che un numero eccessivo di copie non giunga a destinazione, mentre il sabato e la domenica soffro pure perché sono preoccupato che la gente non trovi più il periodico perché ormai esaurito.

Mi pare un miracolo che ogni settimana ben quattromila copie del periodico giungano tutte a destinazione senza che mai ci sia una resa da mandare al macero come avviene per la stragrande maggioranza delle riviste e dei giornali.

L’economia poi de “L’incontro” è così precaria e risicata per cui riterrei quasi un sacrilegio che anche una copia non giunga a destinazione e d’altra parte il desiderio che questa proposta cristiana rivolta a più di dieci-quindicimila lettori è così forte per cui il problema della diffusione credo che rimarrà una preoccupazione per sempre.

Talvolta capita che qualche anima bella legga il settimanale e quando ha accumulato un certo numero di copie me le porti nella chiesa del cimitero perché dispiaciuto di buttarle nel cestino. Allora ne faccio un pacchetto con la dicitura “numeri pregressi” e quasi, per una strana magia, scompaiono ancor più rapidamente del numero della settimana.

Sono portato così a pensare che sono molti i concittadini che facciano la raccolta de “L’incontro”.

Qualche tempo fa un signore di una certa età mi chiese un numero di qualche settimana prima perché se n’era andato in montagna; io ne conservo tre quattro copie che a fine anno faccio rilegare per i tempi della nostalgia. Questo affezionato lettore, vedendo il mio dispiacere di non riuscire ad accontentarlo, mi consolò dicendomi: “Non si preoccupi, don Armando, me lo vado a leggere su internet!”

Il nostro tempo è sì pieno di cose brutte e di tristi figuri, ma fortunatamente accanto alla zizzania permette di crescere anche al buon grano!

Ateismo e crisantemi

Mi pare di avvertire che qualche cattolico e perfino qualche prete si senta quasi imbarazzato e confuso di fronte a certe dichiarazioni di ateismo fatte in maniera perentoria e costante sicumera da parte di qualche “luminare” della cultura del nostro Paese e per non far nomi mi riferisco al giornalista Augias, all’astrologa fiorentina, al professor Veronesi, al fondatore di “Repubblica” Scalfari.

So che la listarella è un po’ più lunga, perché ci sono sempre dei caudatari, ma non credo che in realtà sia proprio infinita.

Questi liberi pensatori, questi devoti della presunta dea ragione, ostentano una assoluta disinvoltura e si sentono, a buon mercato, le mosche cocchiere della emancipazione da un mondo credulone ed oscurantista!

Mentre io, che per cultura, sono un anatroccolo, vi confesso che non solo questi personaggi mi fanno pena per la loro prosopopea, ma faccio perfino fatica a compatirli per la loro presunzione!

Ricordo un’espressione dell’entomologo Faber che affermava: “Io non credo in Dio perchè lo vedo nell’istinto degli animali!”

Proprio in questi giorni passeggiando per il parco del don Vecchi, facevo una riflessione vedendo le centinaia di piante di crisantemi, piantati tra fine novembre e metà dicembre dello scorso anno, sul ciglio della passeggiata che abbraccia la grande struttura. Avevo raccolto i ceppi gelati dei crisantemi che la gente buttava nei cassonetti del cimitero, perché rovinate dalla pioggia e dal gelo. Questi ceppi se ne stettero raccolti nel grembo della terra durante l’inverno e a primavera iniziarono a germogliare, affrontarono impavidi, pur soffrendo, le calure dell’estate e poi a fine settembre cominciarono a metter bocci, ed ora, a metà ottobre, a fiorire tutti assieme, come obbedissero ad un ordine perentorio ognuno con la forma e il colore dello scorso anno. Non sarà mica il caso a metter d’accordo queste centinaia di piante, silenziose e modeste, che dico, questi milioni di piante e a comportarsi tutti allo stesso modo, umili ed obbedienti?

Caro Veronesi, caro Scalfari un po’ di sapienza e umiltà vi farebbero fare più bella figura!

Le preghiere che nessuno conosce più

Circa un anno fa entrando in una chiesa della città, trovai un opuscoletto, stampato artigianalmente, dal titolo abbastanza scontato dato il luogo ove l’avevo trovato: “Le preghiere del mattino e della sera”.

Il libretto era povero di contenuto e più povero ancora a livello tipografico. Comunque questa scoperta mi offrì l’opportunità di riflettere sul fatto che moltissimi cristiani oggi ignorano anche le più elementari formule di preghiera.

Da quando si è abbandonato il catechismo di San Pio X e da quando a scuola non si imparano più le poesie a memoria, la gente di quaranta o forse cinquanta anni in giù, non solo non conosce più una formula di preghiera, ma ignora ogni verità religiosa, non sa più scrivere una lettera e forse non riesce neppure a fare una dichiarazione d’amore.

La tecnica e la cultura del nostro tempo ci hanno ridotto a questo stato di povertà intellettuale e di capacità di esprimere i propri sentimenti in modo diverso dai monosillabi o dagli americani ok e ko!

Per me tutto può insegnarci qualcosa, se non in positivo, almeno in negativo.

Nel caso del libretto trovato in parrocchia, l’insegnamento è stato perfino doppio: in positivo, l’idea di raggruppare le principali e più semplici preghiere assieme al concentrato del pensiero evangelico rielaborato lungo i secoli della tradizione cristiana; in negativo, l’adoperare uno stile più dignitoso.

Risultato di questa operazione pastorale; abbiamo stampato cinque edizioni per complessive sei-settemila copie.

Credo che i cittadini di tutte le comunità cristiane della città, abbiano beneficato di questo povero, ma essenziale strumento di preghiera e tutto fa pensare che la richiesta continui perché le copie continuano ad andare a ruba. Unico neo dell’impresa pare che i parroci neppure s’accorgono dell’iniziativa o peggio la snobbino con atteggiamenti di superiorità teologica!

“Quando non riesci a pregare come vorresti, prega come puoi, ma prega!”

Le nuove congregazioni religiose, i movimenti e le associazione dei laici, che nonostante la grossa crisi religiosa che sta attraversando la chiesa e la religione in genere, continuano a nascere, hanno come componente costante un tempo cospicuo da dedicare alla preghiera.

Recentemente una giovane signora che appartiene alla comunità di Sant’Egidio, mi diceva che il momento forte della vita di questo movimento era l’ascolto e la meditazione della Parola e soprattutto la preghiera; lo diceva con tale convinzione che ero portato a crederle.

“I piccoli fratelli di Gesù”, che è uno dei movimenti più significativi dell’ ascetica attuale, pone l’accento sul tempo e sulla necessità di una preghiera prolungata. Queste affermazioni ricorrenti e generalizzate, mi creano un certo disagio ed un certo imbarazzo perché credo di non essere mai stato un grande orante.

Spesso durante la recita del breviario, che per un prete rappresenta un dovere importantissimo, mi scopro tra i pensieri e le immagini più impensate e lontane dalle parole che pronuncio con le labbra.

Anche durante la celebrazione dei divini misteri, sono costretto ad aggrapparmi spesso a qualche passaggio più significativo e importante. Per non parlare del rosario, la cui cantilena rappresenta per me un’occasione particolarmente soporifera.

Qualche giorno fa per fortuna ho letto una frase durante la meditazione che mi ha confortato un po’ e che trascrivo semmai ci fosse qualche altro cristiano che incontra le mie stesse difficoltà: “Quando non riesci a pregare come vorresti, prega come puoi, ma prega!”.

Mi auguro tanto che anche il buon Dio la pensi allo stesso modo, perché solamente così potrei riscattare i breviari, le messe e i rosari di tutta la mia lunga vita!

Come finì il mio incarico all’ospedale dell’Angelo

Date le premesse, pensavo che la mia supplenza all’Angelo sarebbe durata molto più a lungo, invece una telefonata e poi una visita di mons. Pistollato, ha messo improvvisamente fine al mio servizio a part-time presso il nuovo ospedale.

Fin dal primo momento il responsabile diocesano, per la pastorale nel mondo della sofferenza, aveva tracciato con molta precisione dei limiti molto precisi e stretti al mio servizio.

Dovevo dir messa e semmai dare l’estrema unzione a qualche ammalato “già morto” nella sostanza.

Forse questa preoccupazione del monsignor della Caritas si rifaceva alla sua esperienza di giovane prete a Carpenedo e alle mie affermazioni, ribadite più di una volta, che desideravo collaborare su un progetto serio e condiviso, mentre per ora all’Angelo non c’era neanche l’ombra di tutto questo e si navigava a vista, sperando che il tempo potesse in qualche modo portare delle soluzioni. Più volte ho pensato che se anche mi avessero chiesto di guidare questo servizio, cosa che credo non sia passata per l’animo di alcuno dei miei capi, sarebbe stato assolutamente un azzardo imbarcarmi in un’avventura così impegnativa e difficile a ottant’anni di età.

Fare il prete oggi, predicare il Regno e testimoniare il messaggio di Cristo, in un mondo secolarizzato e pochissimo interessato ai problemi religiosi, è particolarmente difficile, farlo in ospedale, quando ci sono preoccupazioni per la sopravvivenza e carenza di serenità, diventa ancora più tragico.

Forse è per questo che ritengo che lo staff che si occuperà della pastorale in ospedale, dovrà essere particolarmente coeso, impegnato, serio e generoso.

Spero proprio che il giovane prete, che arriva da un paese lontano e ancora ricco di fede possa riuscirci.

I Santini

C’è stato un tempo in cui i libri delle “Massime eterne” prima e dei “Messalini” poi, erano gonfi di “santini”.

Le nostre nonne e le nostre mamme avevano il culto per queste immaginette che portavano da un lato la figura della Madonna o di un santo e nel retro una preghiera relativa.

C’erano immagini per tutte le problematiche e per tutti i guai dell’uomo, perché in quel tempo, che ormai ci sta definitivamente alle spalle, i santi erano ritenuti soprattutto dei protettori ed intercessori piuttosto che dei testimoni e degli interpreti del messaggio evangelico, come li pensiamo oggi. Dai “santini” pian piano, c’è stata una evoluzione verso delle immagini della natura con qualche frase interpretativa, per passare alla fine al collezionismo.

Ora i famosi “santini” si comprano e si vendono dai collezionisti perché ormai c’è un mercato anche per questi poveri santi segni!

Da ragazzo e da giovane è capitato anche a me di fare una raccolta di immagini della Madonna, ma l’ho fatta solamente perchè non avevo mezzi per acquistare libri d’arte.

Qualche giorno fa, riordinando le mie carte, rimasugli del trasloco da Carpenedo, è emerso un pacchettino di “santini” della mia ordinazione sacerdotale, una dolcissima Madonna del Luini con alle spalle un paesaggio collinare, in calce la scritta “Spes nostra” e nel retro: “Venezia 27.VI.1954 – anno mariano” l’immagine è povera ed un po’ ingiallita, ma racchiude nella sua povertà 54 anni di vita da prete.

Mi ha fatto piacere ritrovare l’immagine della mia ordinazione sacerdotale, me la guardo con riconoscenza ed affetto cento volte al giorno, sembrandomi quasi impossibile che possa custodire più di mezzo secolo di fatica, di drammi interiori, di speranze e di delusioni.

Sono riconoscente a questa Madonna del Luini così pudica ed armoniosa, che mi ha protetto per tanto tempo, tutto sommato posso dire che mi è andata bene!

L’assurda rassegnazione di tanti responsabili parrocchiali!

Gesù stesso ha affermato che “I figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce”; era vero ai suoi tempi ed è ancora più vero anche e soprattutto ai nostri giorni. Come però capita per ogni regola, ci sono pure le eccezioni.

lo vissi la mia infanzia in una comunità cristiana che era retta da Monsignor Umberto Mezzaroba, parroco zelantissimo, direi che bisognerebbe inventare un supplemento a questo superlativo assoluto per indicarne lo zelo e la sua passione per le anime.

In quella comunità di campagna 60-70 anni fa quasi tutti la frequentavamo, però c’era pure un gruppetto di una trentina di pecorelle smarrite che non venivano a messa alla domenica.

Ricordo che questo parroco non si dava pace; arrivò ad organizzare per loro un pellegrinaggio a Sant’Antonio da Padova, caricando nella corriera vino a volontà e salami, insistette così tanto che la maggior parte finì per confessarsi e far la comunione.

Diventato sacerdote chiese al Patriarca di avere il suo vecchio chierichetto e fui così con lui a Venezia nella parrocchia dei Gesuati per ben due anni.

La sua passione per le anime era senza limiti, non c’era occasione o mezzo che lui non cogliesse al volo per aiutarmi ad avvicinare i ragazzi e portarli in parrocchia.

Nonostante qualche sua pia esagerazione, furono due anni intensi, appassionati che lasciarono una traccia profonda nella mia coscienza, il suo ricordo continua a stimolarmi ancora soprattutto notando tanta tiepidezza e superficialità nei preti e nei cristiani di oggi.

Questa forte esperienza acuisce in me la tristezza nel vedere apatia, mancanza di slancio, di inventiva, di intraprendenza nella pastorale parrocchiale.

Quando confronto l’insistenza e l’impegno di certi agenti di commercio per piazzare i loro prodotti, di certi commercianti e di piccoli imprenditori o la determinazione dei giovani mormoni o dei testimoni di Geova, mi sconforta ancora di più confrontandoli allo spirito di resa, la chiusura, la rassegnazione o l’accontentarsi del poco presente in tanti responsabili parrocchiali.

Spero e prego per una nuova Pentecoste in cui vento e fuoco scuotano nuovamente la nostra chiesa!

L’iscrizione al catechismo dei bambini

Sono riapparsi con le prime brezze di autunno e l’apertura delle scuole, i bollettini parrocchiali sui banchi della stampa delle chiese di Mestre. Gli addetti alla distribuzione de “L’incontro” si fanno carico di portarmi a casa una copia di suddetti periodici. Ho notato dalla lettura dei fogli parrocchiali, un argomento che risulta il denominatore comune di tutte le comunità cristiane: l’iscrizione al catechismo dei bambini che frequentano le elementari.

E’ molto meno frequente l’accenno ai ragazzi delle medie, pochissimo per non dire quasi mai, quello delle superiori.

In genere si parla del post-cresima che per qualche parrocchia si riferisce perfino ai bambini di terza o quarta elementare, rifacendosi, per certi parroci, ad una prassi del lontano medioevo.

Questa iscrizione penso sia richiesta, da un lato, perché in moltissime parrocchie non esiste uno stato d’anime (dicasi un’anagrafe parrocchiale) aggiornata e da un altro lato perché si tende a far capire che l’andare a catechismo deve essere concepito come una scelta del ragazzo e soprattutto della famiglia, come non fosse lecito pretendere che chi ha fatto la scelta del battesimo conseguentemente deve fare tutte quelle che ne derivano.

Quando ero parroco mi sono sempre battuto e quasi sempre sono stato sconfitto dai miei giovani collaboratori, perché all’inizio dell’anno mandassimo ad ogni famiglia una lettera informandoli che il giorno tale, all’ora tale, nella tale aula e con la tale insegnante sarebbe iniziata la scuola di catechismo per il loro figlio.

Noi eravamo in grado di far questo e la famiglia apprendeva così qual’era il suo preciso dovere.

Le iscrizioni attuali denunciano una carenza organizzativa della parrocchia e dall’altra la resa e la rassegnazione d’ammettere che dei battezzati possono non dar seguito alla scelta iniziale e perciò il battesimo è quasi una scelta formale.

Se uno parte per qualsiasi impresa sentendosi perdente, non può che aspettarsi che una sconfitta ed è questo purtroppo lo spirito e l’atteggiamento oggi diffuso nella maggioranza delle nostre parrocchie, cosa pastoralmente non esaltante.

Un bellissimo esempio di solidarietà!

Talvolta capita che un fotografo faccia un’istantanea, senza studiare troppo la luce o la posizione delle persone da ritrarre e gli risulti una foto viva, armoniosa, capace di forti emozioni.

Così è capitato anche a me una mattina al don Vecchi.

Incontrai nella hall del Centro una giovane donna; sembrava una ragazzina, un bel volto armonioso, una voce calda e due occhi luminosi; stava arrabattandosi con due marmocchietti che sgusciavano da tutte le parti. La sala grande, i divani, gli anziani che andavano e venivano li eccitava e la mamma faceva una gran fatica a tenerli a “guinzaglio”.

Appena mi vide, mi salutò come se fossimo due vecchi amici; Dio solo lo sa dove l’ho incontrata e come mi conoscesse. Senza tanti preamboli, mi chiese se potevo indicarle due anziani bisognosi perché, quando sarebbe andata a fare la spesa per la sua famiglia, desiderava farla anche almeno per due di loro, poi gliela avrebbe portata a casa per abituare i suoi piccoli (avranno avuto tre e cinque anni) fin dall’infanzia a pensare anche a chi è meno fortunato di loro. Chissà chi ha cresciuto questa giovane donna (appariva perfino più giovane di quanto credo lo fosse) a questo senso di solidarietà? Se ne andò dicendomi che si sarebbe fatta viva dopo il periodo delle vacanze.

Mi ritelefonò trovandomi impreparato perché avevo rimandato per imbarazzo la scelta; tanti sono gli anziani al don Vecchi con la pensione minima! Le ritelefonai dandogli due nominativi di due anziane; gli sarebbe piaciuto anche un uomo, ma al don Vecchi gli uomini sono in assoluta minoranza.

Questa è la prima adozione! Speriamo che l’esempio trascini!

lo ora però mi sento pure beneficato perché conservo nel cuore questa bellissima istantanea!

Fare queste esperienze, conservare queste belle immagini è una vera ricchezza anche per un vecchio prete!

Oltre il don Vecchi

Ho visitato, su sua richiesta, un’anziana signora, che a livello di linguaggio tecnico appartiene alla quarta età, vive sola perché vedova da alcuni anni di un valente e stimato pedagogo mestrino. La mia interlocutrice possiede una mente lucidissima, un parlare sciolto, informato, una buona conoscenza dei sacerdoti e delle comunità parrocchiali di Mestre e soprattutto è credente e coerentemente praticante.

Vive sola, con una governante straniera in una casa non di lusso, ma grande, bene arredata e situata in una zona centrale di Mestre. Il suo problema? La solitudine e la preoccupazione per il domani incombente, dato che ormai ha messo piede nella quarta età! Qualcuno le ha fatto il mio nome e le ha suggerito di parlarmi e di chiedermi un consiglio e possibilmente un aiuto.

Un tempo le persone che si trovavano in queste condizioni facevano un vitalizio con una casa di riposo per garantirsi una sicurezza ed una protezione nel tempo difficile della vecchiaia.

Ora nessuna persona autosufficiente accetta la soluzione della casa di riposo, soluzione ottocentesca superata perché mortifica la persona e non garantisce minimamente una vita autonoma, in cui uno possa scegliere e vivere da persona. Ho capito subito che questa signora praticamente era disponibile a destinare tutti i suoi averi purché la nostra fondazione le garantisse un alloggio ed una assistenza adeguata. La cosa potrebbe essere anche appetibile purché la fondazione sia in grado di creare pian piano una rete di strutture rispondenti alle varie attese di un mondo che sarà sempre variegato.

L’attuale don Vecchi è certamente una valida, forse la più valida, risposta agli anziani autosufficienti di condizione povera, dovremo però creare una struttura migliore per chi è abituato ad un regime di vita superiore e soprattutto dovremo avere una risposta degna per i non più autosufficienti. Tutto questo potrà essere un programma ed un progetto per chi oggi è ancora adolescente!

Nuovi e diversi tipi di povertà

Ormai da quasi un ventennio ho compreso appieno il discorso portato avanti da eminenti sociologi circa la vecchia e la nuova povertà; le povertà elementari e condivise, quali la carenza di mezzi di sussistenza, a quelle nuove e più complesse, quali la solitudine, la mancanza di valori, ecc.

Il discorso era rimasto, per me, solamente a livello teorico, ben altra cosa è però trovarsi di fronte e fare esperienze di questa seconda situazione.

lo, nel passato, avevo fatto la scelta di occuparmi delle povertà primordiali, quelle storiche, ormai fatte proprie dalla cultura corrente, perché le seconde non mi sembravano così gravi, così urgenti, ma tutto sommato un po’ artificiali e sofisticate.

Da queste scelte è nata l’attenzione e la ricerca, a livello abitativo, di dare risposta agli anziani poveri economicamente e ciò mi ha portato al don Vecchi, che tutto sommato, mi pare oggi una soluzione adeguata e rispondente ai tempi. Ora però tocco sempre più con mano che ci sono in città anziani, che possiamo chiamare benestanti, che vivono, pur dentro a questa città così convulsa ed affollata, il dramma amaro della solitudine, della precarietà esistenziale e della paura del domani. Per costoro, abituati però ed un certo livello di vita economico e culturale “la soluzione don Vecchi” non è appetibile, né idonea.

Bisognerebbe quindi pensare ad una formula di un livello superiore come struttura e come servizi e forse così queste persone potrebbero avere una risposta che li appaga e nel contempo essi potrebbero destinare i loro beni perché in città si moltiplichino queste strutture di valenza sociale.

Per me è tardi pensare alla soluzione di problemi del genere, ma parlarne e rifletterci matura una cultura dalla quale poi nascono soluzioni coerenti.

Parlando di società segrete

Quando ero bambino passavano, talvolta per la stradina su cui si affacciava la mia casa, le zingare. Avevamo dalla mamma l’ordine di non intrattenerci con loro e di non farle entrare in casa, perché la mamma diceva che portavano via i bambini.

L’incontro con queste donne, dai sottanoni lunghi fino alle caviglie, dalla forbice appesa con una fettuccia, dai capelli scapigliati e dalla carnagione scura, mi incuteva un sacro terrore.

A questa categoria di persone misteriose accomunavo anche i massoni, dei cui riti segreti avevo letto e sentito parlare come aderenti a sette segrete e pericolose, qualche tempo dopo finii di associare anche i comunisti. Per me tutta questa gente rappresentava un mondo oscuro, torbido e pericoloso. Ora capisco, per altri motivi, che non avevo tutti i torti.

Mi sono ritornate alla mente queste sensazioni remote e buie qualche giorno fa quando una persona autorevole affermò che un personaggio noto e importante in città, era massone. Alla mia sorpresa costui aggiunse altri nomi di personaggi che io conosco.

Pensavo che questa gente dal compasso e dal grembiulino e dai riti strani fosse scomparsa ormai dalla scena della nostra società.

Ora mi è venuto però qualche dubbio anche se sono convinto che l’adesione a queste società segrete, tanto prospere nell’ottocento, sia determinata quasi esclusivamente da motivi economici e di potere e che non appartengono ad esse soltanto i vecchi illuministi credenti nel grande architetto, ma tanti opportunisti, assetati di denaro, di potere, disposti a pagare questa sete anche col ridicolo e che appartengono non solamente a tutto l’arco politico, ma a tutte le articolazioni della nostra società povera di tutto.

La vita e la morte stanno diventando una banalità insignificante!

Una trentina di anni fa, o forse qualcuno di più, ebbi modo di partecipare in una casa dei padri Cavanis al Coldraga, sopra Possagno, ad un corso di studio sul problema della secolarizzazione.

Ricordo che lo studio si rifaceva ad un libro, che a quel tempo rappresentava la punta di diamante della ricerca sociologica a livello religioso.

Il volume che aveva come titolo “La città secolare”, mi pare di un certo Cox, analizzava con puntualità e precisione le linee di tendenza della società che stava affiorando e affermandosi in maniera quasi ineluttabile.

Lessi con grande attenzione e più ancora preoccupazione quello che, secondo l’autore, sarebbe stato il volto del comportamento religioso dei battezzati durante gli anni che ci separavano dalla fine del ‘900.

Però un discorso del genere in una località della Pedemontana della Marca Trevigiana, che aveva portato al soglio pontificio Pio X, in un mondo buono, semplice e praticante, non sembrava solo avveniristico, ma fantascientifico.

Mi ritrovo ora, pochi decenni dopo, ad imbattermi direttamente nelle espressioni concrete di questi studi anticipatori.

Un paio di giorni fa ho celebrato, nella cappella del cimitero, con la porta aperta in questa fine di un’estate strana, imprevista ed anomala. Notai il parlottare presso la porta della chiesetta, di tre o quattro vecchietti, che pareva che non si decidessero nè ad entrare nè ad allontanarsi.

Terminata la messa chiesi loro qual’era il motivo di quel trambusto: “Aspettavamo il funerale di un nostro amico; ci dissero che sarebbe avvenuto alle 15, abbiamo atteso invano, sennonché ora ci hanno riferito che il funerale è consistito nel caricare la bara sul carro funebre per portarla a  cremare a Marghera!”

Oggi questo capita poche volte, fra dieci anni forse i funerali si faranno per la maggior parte così!

La vita e la morte stanno diventando una banalità insignificante!

Un restauro radicale del cristiano

Credo di essere per costituzione e per formazione, oltre che per necessità contingenti, un uomo pragmatico e concreto, piuttosto che un mistico, seppur tendenziale. Molte volte ho confessato pubblicamente di preferire mille volte San Giacomo, che inchioda i discepoli del Signore alla carità concreta ed immediata, a San Giovanni che si lascia andare a discorsi tanto sublimi che talvolta mi appaiono perfino fumosi.

Stando così le cose del mio spirito, il meditare mi è stato sempre piuttosto difficile, spesso il pensiero parte da verità di ordine spirituale e poi prende strani sentieri che mi riportano ai miei problemi concreti che non ho ancora risolti. Quando mi scopro così lontano dalla rotta preordinata do un colpo di barra e per un po’ tengo la rotta, per poi ritrovarmi nel vasto mare della vita. Talvolta però ho la fortuna di imbattermi in una immagine o in una verità che mi affascina, allora tento di conquistarla ad ogni costo. Mi è capitato l’altra mattina che chi commentava un passo del Vangelo cominciò alla larga rifacendosi ad una sua recente esperienza concreta.

Aveva deciso di restaurare un vecchio mobile che aveva in casa, tentando di riportarlo allo stato di origine perchè nel tempo l’avevano più volte colorato, impasticciandolo.

Cominciò a sverniciare, passare con la carta vetrata, a raschiare finché riemerse il bel e caldo colore del larice di cui era fatto.

Concludendo che anche l’uomo, il cristiano talvolta ha bisogno di questo restauro radicale per tornare alla bellezza originale.

Il pensiero mi è parso valido; quanto non ho desiderato poter entrare nell’archivio di Dio per prendere visione di come il Creatore mi ha progettato per confrontare la mia vita al progetto originale. Certamente il progetto è più bello, ordinato, armonioso di come mi sono ridotto.

Se non farmi nuovo, almeno credo sia ancora possibile un restauro radicale per far emergere la bellezza dell’impianto originale.

Allora non c’è che a metter mano alla carta vetrata e allo sverniciatore!