Don Armando Trevisiol


Archivio di dicembre 2008

Vita e sopravvivenza de l’Incontro

martedì, 30 dicembre 2008

Nessuno mi ha ordinato di stampare “L’incontro”, anzi credo che qualcuno sarebbe più contento se non lo facessi!

Le voci libere sono sempre scomode, anche se esse non contengono livore, non vogliono contrapporsi ad alcuno e sono pronunciate sempre per amore e per costruire.

Andato in pensione tre anni fa, mi pareva di perder tempo, di non adempiere più al mio compito di annunciare la buona notizia, di non poter più dialogare con la gente che ho tanto amato e di non servire più la mia città.

Ho cominciato così questa impresa editoriale che non ha altro scopo se non quello di contribuire, con il pensiero e la parola, a costruire il Regno.

Mi è andata bene!

Col tempo si sono aggregati una trentina di persone di buona volontà, che hanno condiviso questa avventura pastorale. Pian piano abbiamo acquistato macchine povere, ma capaci di stampare in maniera dignitosa, soprattutto abbiamo avuto l’aiuto di tecnici competenti e giornalisti vivaci che hanno dato un aspetto ed un contenuto originale al periodico che ha incontrato il favore della città, tanto che abbiamo ormai toccato la soglia delle 5000 copie settimanali.

Certo che, tolto il costo dell’alloggio e del mangiare, tutto il resto della mia pensione va in carta, matrici ed inchiostro! Ogni tanto arriva qualche contributo. L’altro ieri una signora porgendomi una busta mi ha detto: “Leggo sempre e volentieri L’incontro, però non mi va di leggerlo a sbafo!”

Speriamo che questa scelta sia maggiormente condivisa in futuro!


La desacralizzazione della morte

martedì, 30 dicembre 2008

Ho letto con interesse i pareri di alcuni prelati della chiesa veneziana sugli effetti della secolarizzazione per quanto riguarda il discorso sulla morte e sugli elementi inerenti ad essa.

Che ci sia una cultura che progressivamente desacralizza ogni comportamento umano è fuori di dubbio.

Prima l’illuminismo, poi il comunismo, quindi il radicalismo con la relativa rivoluzione francese, rivoluzione russa, hanno creato un clima per cui l’uomo ha perduto non solamente il senso di Dio, ma anche valori quali il sentimento, la poesia, la sacralità della famiglia, via via fino a ridurre l’uomo come lo definisce il filosofo francese Sartre: “un nervo nudo che si contorce o per il piacere o per il dolore” e nulla più.

Quei prelati, forse per non conoscenza, o forse per quieto vivere, non detto nulla delle responsabilità dei preti a questo riguardo.

I sacerdoti in pochissimi anni, penso abbiano contribuito in maniera consistente e forse determinante, per desacralizzare tutti gli aspetti che riguardano la morte.

Un tempo il clero ha costruito un’impalcatura eccessiva di riti, accompagnamenti, benedizioni preghiere e quant’altro, ora con estrema disinvoltura, forse perché anche loro vittime di questa cultura pragmatica, o forse per comodo, hanno pian piano smontato questo meccanismo complesso e si trovano in mano solamente i rimasugli di una realtà impalpabile e misteriosa che costituiva l’aureola della morte nella concezione cristiana.

Temo che siamo solamente all’inizio di un processo a cui manca veramente molto per toccare il fondo. Il funerale è più indietro del matrimonio, ma però e sulla stessa strada!


Don Adriano

lunedì, 29 dicembre 2008

Ho incontrato don Adriano il giovane sacerdote che ebbe un ruolo determinante nei miei primi anni di attività pastorale a Carpenedo.

Nel ‘71 infuriava devastante la così detta contestazione parrocchiale; si trattava dei colpi di coda del movimento che aveva colpito nel ‘68 i centri urbani e che stava scaricandosi ancora con molta forza nelle periferie.

Don Adriano è stato per me veramente un dono di Dio: prete giovanissimo, intelligente, un carattere d’acciaio, innamorato dei giovani, dalla vita sobria e coerente.

Si impegnò fino allo spasimo e dette vita ad un nucleo iniziale, con solidi anticorpi che non si lasciò influenzare dalle utopie irrequiete e nebulose dei giovani che avevo incontrato entrando in parrocchia. Don Adriano rimase non molto tempo in parrocchia, ma lasciò le premesse perché don Gino potesse sviluppare un movimento, a livello di gioventù, quanto mai valido e numeroso.

Don Adriano operò quindi nell’ambiente per altri versi difficile, a Carole e quindi al Lido per finire parroco a S. Marco a Mestre e per laurearsi in diritto canonico a Roma.

Purtroppo un tragico e banale incidente stroncò inaspettatamente le aspettative della chiesa veneziana nei suoi riguardi.

Me lo sono rivisto in questi giorni, traballante, incerto, spesso risucchiato dal passato e in balia della risacca della vita.

Perché questo destino per questo giovane prete così forte e promettente? Una domanda che non avrà mai una risposta esauriente come tante altre domande non andranno più in là del punto interrogativo, oltre quel punto interrogativo c’è spazio solamente per la fede nella Divina Provvidenza!


“prega e lavora”

lunedì, 29 dicembre 2008

Da sempre sono un ammiratore di San Benedetto, della sua regola e dei benedettini. Questo ordine religioso è antico, nato in un contesto storico enormemente diverso da quello in cui noi viviamo, eppure i valori portanti su cui poggia sono talmente validi per cui pare che non siano erosi dai secoli che passano: la cura della liturgia, il senso dell’ospitalità, la figura paterna dell’abate a vita, l’equilibrio tra contemplazione ed attività, il lavoro manuale sono elementi tali per i quali il monaco benedettino sembra un signore tra i religiosi.

Una delle regole che spessissimo sono citate: “Ora et labora”, “prega e lavora” è la nota più alta di una visione della vita realistica, che esprime una spiritualità, un’ascesi ed un equilibrio spirituale di somma grandezza.

Queste mete poi si traducono in una norma di estrema saggezza imponendo al monaco di dedicare otto ore alla preghiera (compreso studio e meditazione) otto ore al lavoro manuale ed otto ore al riposo. Tante volte ho fatto conteggi per mettere anch’io, nella mia vita irrequieta, un po’ di ordine. Finora non ci sono mai riuscito e non so ancora se ciò sia anche possibile!

I conti non mi quadrano mai, perché per me il lavoro e la preghiera sono quasi due fratelli siamesi che non si possono separare, ma la campana del convento mi difende dalle commistioni che imbrogliano sempre le carte. Probabilmente dovrò abbandonare per sempre l’idea di potermi rifare a certi schematismi irrealizzabili in questa società irrequieta, veloce e sbrigliata, però credo non potrò, senza grave pericolo, neanche abbandonare totalmente l’impegno di ritagliare tempo per lo spirito, per il lavoro e per il riposo, perché senza questo equilibrio ben difficilmente si può fare qualcosa di costruttivo.


Un angioletto per cui pregare

venerdì, 26 dicembre 2008

Un messaggio dalla redazione del blog.

Una bambina di 11 anni di Mogliano il mese scorso è stata colpita da meningite.

La malattia é passata ma ha lasciato uno strascico sulla circolazione per cui alcuni tessuti sono andati in cancrena.
Le hanno tagliato le mani. Il 30 dicembre si parla di un’altra operazione, la stessa, sui piedi.
Cosa possiamo fare se non pregare per quella piccola martire?

Fatelo, facciamolo. Nel Dio cristiano o in ciò in cui credete.


La danza del ventre

mercoledì, 24 dicembre 2008

Ho confessato più volte che, in questa tarda stagione della mia vita, sono diventato un fanatico ricercatore e raccoglitore di buone notizie.

Qualcuno ricorderà la rubrica che ho tenuto per molti anni su “Lettera aperta” il vecchio periodico della parrocchia di Carpenedo “Il fioretto della settimana”.

Raccoglievo episodi minuti, semplici ma che tutto sommato presentavano particolari del volto positivo della vita. La gente mi pareva ne fosse contenta, difatti quando scrivevo qualcosa di amaro e di triste trovava il modo di farmi capire che dal loro parroco si aspettavano sempre qualcosa che facesse scoprire il volto più bello della vita.

Questo desiderio e questa scelta la nutro ancora, però da qualche tempo mi pare di imbattermi solamente su cardi, ortiche ed erbacce!

Purtroppo anche oggi debbo confessare che la mia attenzione si è fermata su un’erbaccia che è emersa sul prato abbastanza ordinato di questa giornata di inizio inverno.

E’ venuto a trovarmi un giovane professionista per raccontarmi una delle tante tristi e fallimentari storie coniugali. Tutte le parole del suo lungo parlare erano intrise di tristezza, desolazione, rimpianto, ma soprattutto di preoccupazione per la sua creaturina che sta sbocciando in un ambiente brullo, bruciato ed arido mentre avrebbe bisogno di rugiada, tenerezza, di sogni e di poesie.

“Mia moglie torna tardi, perché si è iscritta ad un gruppo che si dedica alla danza del ventre!”

Io non frequento, evidentemente perché prete perché vecchio e soprattutto perchè amante del bello, spettacoli del genere; per caso ad una cena organizzata dall’AVAPO, ho avuto modo però di assistere ad un intermezzo del genere, penando alquanto nella preoccupazione che scivolasse il gonnellino all’improvvisata odalisca.

Come si è ridotta “l’angelo della casa” in questo povero mondo!


Malinconia per un mondo al tramonto

martedì, 23 dicembre 2008

Al don Vecchi, il mio piccolo mondo, c’è un ricambio ora abbastanza veloce; con la media di 85 anni che impera, le partenze per la Terra Promessa, se non sono settimanali, poco ci manca, comunque due tre volte al mese parte il treno per l’eternità.

Una prima tappa a San Pietro Orseolo per l’ultimo saluto, poi la nebbia dell’oblio avvolge tutto nel mistero, mentre in segreteria si affollano i pretendenti al posto rimasto libero.

Questa è la vita!

Qualche giorno fa incontrai all’ingresso del don Vecchi un volto nuovo di donna anziana. Intuii che doveva essere una nuova inquilina che era appena entrata alla chetichella nel nostro borgo di viale don Sturzo.

Difatti appena le chiesi se era una dei nostri, annuì prontamente. Si trattava di una anziana che stava avviandosi verso la quarta età. Le feci qualche domanda tentando di inquadrare la nuova venuta con cui dovrò condividere casa e destino per i pochi anni che forse avremo ancora da vivere. Si trattava di una donna cordiale, spigliata, una veneziana disinvolta dalla battuta calda e pronta.

Le chiesi dei figli; ottimi, come sempre lo sono per tutte le mamme, ma fu la richiesta di notizie sul marito, che pensavo morto, da noi prevalgono le vedove, che mi stupì alquanto.

“Mi auguro che sia ancora vivo!”

Si erano separati da tempo e il coniuge le era diventato talmente estraneo da non sapere neppure se era ancora vivo. Per fortuna non c’era ne malanimo ne rancore, ma una assoluta e totale indifferenza!

Al don Vecchi siamo tutti anziani e dovremmo quindi rappresentare “il piccolo mondo antico”, mentre purtroppo siamo ormai i protagonisti del “mondo moderno” sempre adoperando le definizioni di Fogazzaro, ma credo che di questo autore abbiamo anche il rimpianto e la malinconia del nostro mondo al tramonto!


“C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia” e storie di fiori

lunedì, 22 dicembre 2008

Durante il mese di novembre mi è capitato più volte di avere la tentazione di inquadrare un evento abbastanza banale con una frase biblica saggia e solenne dell’Antico Testamento: “C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia”.

La frase non calzava perfettamente perché era lo stesso soggetto, io, che avevo seminato tra tante difficoltà ed ora raccoglievo con sorpresa e con gioia i risultati della mia fatica.

Chiarisco l’enigma e poi come si fa con gli aneddoti e le favole ne tiro la morale.

Nel dicembre dello scorso anno ebbi modo di notare che sia gli operai del cimitero, sia i parenti dei defunti sepolti nel nostro camposanto, buttavano nei cassonetti dei rifiuti, le piante di crisantemo ormai sfiorite e semidistrutte dalle prime gelate dell’incipiente inverno.

Dapprima pensai ai costi di queste piante: 15 – 20 euro all’una, poi mi balenò l’idea di recuperarle per piantarle lungo il viale del don Vecchi.

Ogni mattina caricavo il portabagagli della mia Fiat Uno, sporcando di terra l’abitacolo.

Ebbi tutti contro, chi diceva che ormai erano perdute per il gelo, altri che la terra del don Vecchi era cretosa, altri ancora che il sole di luglio le avrebbe bruciate.

Non badai a nessuno e ne piantai cento, centocinquanta.

Durante l’estate sembrava che i miei oppositori avessero avuto ragione, tanto erano striminzite, ma invece ora tutto il don Vecchi è in fiore. Al don Vecchi sembra primavera.

Nella vita bisogna lavorare, soffrire, avere il coraggio di andare contro corrente, ma soprattutto ascoltare il cuore, perché solo così prima o poi si può raccogliere qualcosa con letizia anche in un settore così marginale conviene ascoltare il buon Dio, Egli ha sempre ragione!


Sulla crisi economica

lunedì, 22 dicembre 2008

Mi pare di essere tornato ai tempi dell’ultima guerra mondiale: allora la radio trasmetteva ogni giorno “il bollettino di guerra” che comunicava gli aerei nemici abbattuti, i carri armati distrutti i prigionieri catturati.

Ora i termini usati sono un po’ diversi perché ogni giorno si parla delle centinaia di milioni di euro di capitalizzazione che sono ogni giorno bruciati, di indici negativi registrati dalle borse d’America, d’Europa o d’Asia.

Dapprima ho fatto un po’ fatica a capire questi “roghi” informatici, poi pian piano, ho finalmente compreso che le valute non rappresentavano più la ricchezza reale, ma rappresentano un mondo fasullo e fumoso, costruito ad arte, da agenti di borsa, pseudo operatori economici e furfanti di ogni risma che campano da nababbi sul sudore dei poveri e succhiano come vampiri i risparmi che la povera gente accumula per la vecchiaia o per i tempi difficili. In mezzo a questa guerra di euro e di dollari, di banche e di borse noi, gente che non conta, siamo come i civili inermi ed impotenti, che sperano aiuto solamente dal cielo.

La mia pensione finora, almeno finché vivo al don Vecchi, mi garantisce una vita relativamente tranquilla, non avendo bisogno né della mercedes, né di viaggi culturali transoceanici, né di vacanze alle Maldive. Quello che però mi preoccupa veramente sono i miei coinquilini dalla pensione di 516 euro al mese, costoro mi sembrano dei naufraghi aggrappati disperatamente al relitto del libretto della pensione.

Non so quanto potranno resistere, o se la guerra di cifre e di perdite in borsa li colpirà ulteriormente?

Prego che il buon Dio mi dia una mano per offrire anch’io a loro una mano, prima che affoghiamo assieme!


Far volontariato oggi è un dovere di tutti!

domenica, 21 dicembre 2008

Una volta ancora il dover presentare ai fedeli il brano evangelico, durante l’Eucarestia domenicale, mi ha creato qualche difficoltà.

Settimane fa la pagina del Vangelo trattava della famosissima frase di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

Di primo acchito mi sentii imbarazzato di dover parlare di un argomento che mi sembrava ormai logoro e scontato.

Nel passato questa frase evocava i problemi dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, con le relative problematiche, degli sconfinamenti relativi che hanno generato, da una parte il cesaro-papismo e dall’altra il clericalismo.

Il problema non pare ancora definitivamente risolto. Ora si sono cambiati i termini per definire questo problema, tanto che è attualmente sulla bocca di tutti la “distinzione dei ruoli”, affermata da una parte e dall’altra, anche se poi si sconfina trattando “i ruoli” come elastici che si allungano o si accorciano a seconda del proprio interesse.

Nell’oratoria religiosa si indugia ancora sul dovere di “pagare le tasse” come se i doveri nei riguardi della comunità civile, in cui si vive, si riducessero al dovere di lavorare più di sei mesi all’anno in maniera che il governo possa sperperare senza eccessiva preoccupazione!

Nella mia riflessione mi è parso invece di capire che la “parte di Cesare” consiste soprattutto nel dovere di interessarsi della cosa pubblica, di partecipare attivamente, di reagire uscendo allo scoperto da un lato e dall’altro di mettersi a disposizione mediante il volontariato per supplire, per aprire soluzioni nuove, per tappare i vuoti che l’organizzazione pubblica non riuscirà mai a tamponare.

Sono arrivato a concludere che far volontariato non è una vocazione di pochi, ma un dovere di tutti, perché il Cesare di Roma è sempre lontano, distratto ed incapace di avere attenzione per i drammi spiccioli dei suoi sudditi!


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