Don Armando Trevisiol


Archivio di novembre 2008

Un tempo di raccolta gioiosa

mercoledì, 26 novembre 2008

C’è una frase della Bibbia che in certi momenti amari della mia vita mi ha donato conforto, sollievo e speranza: “C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia”.

In questa frase sembra siano due i protagonisti degli eventi amari e di quelli lieti. Però credo che la sentenza biblica si possa interpretare come riguardante la stessa persona in momenti diversi.

Nel lontano 1971, in un momento di devastante contestazione mi trovai a diventar parroco in un momento veramente burrascoso in cui sembrava pressoché impossibile tenere la rotta voluta dentro un uragano così scatenato.

Pensai subito che dovevo crearmi uno strumento per poter comunicare con tutte le componenti della comunità per non essere travolto da quelle più irrequiete e più radicali. Creai “Lettera aperta” il settimanale che portava come sottotitolo: “Circolare settimanale del parroco” in modo che nessuno potesse pretendere di prendere in mano il “megafono”. Così fu.

I giovani più esagitati tentarono più volte di far diventare il foglio come veicolo del pensiero della comunità, che poi in realtà avrebbe veicolato solamente il loro pensiero malato. Tenni duro, ed ebbi ragione.

Nacque poi sulla stessa linea il periodico “Carpinetum” e all’interno di questo la rubrica “Il diario del parroco” che mi permise di parlare in maniera sciolta, non troppo impegnata, usando tutte le corde: dal sentimento all’humor, alla poesia o al patetico.

Rimasi solo, ma potei comunicare e raggiungere tutti.

Don Gino Cicutto, che mi fu accanto per molti anni, capì la validità della soluzione e nella sua parrocchia di Mira la tradusse con “Gli appunti di don Gino” e adopera attualmente questo strumento in maniera disinvolta ed efficace. Ora mi capita di scoprire che anche un altro giovane prete, don Cristiano Bobbo, adotta la soluzione con un titolo pure diverso: “I giorni del prete” nel suo periodico “Comunità e servizio” con gli stessi risultati positivi.

Il mio pare ormai tempo di raccolta gioiosa; la ricerca, la fatica non è andata perduta, ma sta germogliando non appena trova intelligenza e buona volontà!


Una testimonianza edificante all’ospedale

martedì, 25 novembre 2008

Mi sono reso disponibile, prima e dopo la messa dell’Angelo, di amministrare i sacramenti della penitenza, dell’Eucarestia e dell’Unzione agli ammalati o per dare una parola di conforto o di una benedizione a qualche paziente che ne avesse fatto richiesta.

La suoretta dell’ospedale mi aveva chiesto l’altro giorno di dare gli “olii santi”, come si diceva un tempo, ad una anziana signora che era degente in un determinato reparto.

Appena smesse le vesti liturgiche dopo la celebrazione, stavo prendendo il vasetto dell’olio santo, allorchè due signori, piuttosto preoccupati, mi chiesero di andare subito a dare una benedizione alla loro mamma che, a loro dire, stava per morire.

Dissi che non appena avessi evaso la richiesta precedente sarei andato immediatamente da loro. Mi parvero preoccupati per questo ritardo ed insistettero perché andassi subito dalla loro mamma. Se non che pian piano capii che la loro pressante richiesta e quella della suora riguardavano la stessa paziente.

Andai con sollecitudine e di buon grado. In una stanzetta linda, appartata, che si affacciava sui prati verdi, in cui è immerso l’ospedale, c’era una cara nonnetta, accanto a lei due figli affettuosi, una nuora ed un nipote. Dissi due parole di preparazione prossima, ma non ce n’era bisogno perché lei era pronta e tutti gli altri partecipi al sacro rito, quasi desiderosi che io purificassi e vestissi a festa la loro mamma perché potesse presentarsi pulita, in ordine e bella al cospetto di Dio. Rimasi tanto edificato per la fede di questa cara donna e per quella che aveva trasmessa ai suoi cari, tanto che le domandai che mi tenesse un posto per me lassù accanto a Dio.

Mi sorrise e mi benedisse. Forse ora ha già messo un giornale nella sedia accanto alla sua perché questo povero vecchio prete non debba stare a lungo in piedi ad attendere.


“Il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!”

martedì, 25 novembre 2008

Il dottor Marco Doria, docente universitario a Ca’ Foscari e consigliere di amministrazione della Fondazione Carpinetum, che attualmente gestisce i centri don Vecchi e i progetti solidali in fase di realizzazione, oggi mi ha presentato lo studente di Economia e Commercio che ha vinto una borsa di studio per una tesi di laurea sulla dottrina sociale ed economica che sottintende questa struttura residenziale per la terza età.

Il laureando, residente a Marghera, figlio o nipote di esuli Giuliano Dalmati, è un giovane sveglio ed intelligente che ha colto la palla al balzo di aver subito una tesi, un tutor nel dottor Doria che lo guiderà, un argomento attuale ed interessante, ed infine una gratificazione economica che gli permetterà di sostenere le spese e di aver pure un introito economico con cui affrontare i primi tempi per cercare un lavoro.

Io sono felice che l’università studi e dia un supporto scientifico a quella che per me è stata un’intuizione nata dal condividere le esperienze e i drammi amari degli anziani.

Abbiamo passato assieme a questo studente e al dottor Doria un’oretta di conversazione cordiale in cui ho tentato di puntualizzare le motivazioni di fondo, che attingono a principi di fede e quindi ho illustrato le mediazioni intermedie che hanno tradotto gradatamente in scelte sociali, strutturali ed organizzative il progetto nato da questi principi religiosi.

Mi pareva di essere tornato ai tempi di scuola in cui il professore di storia monsignor Altan, tipo intelligente, ma originale, quando incominciò a parlarci della riforma protestante distinse le cause remote da quelle prossime. Le cause remote della riforma, secondo lui, risalivano al peccato di Adamo ed Eva!

Credo che avesse ragione.

Traducendo, nel caso del don Vecchi, sono convinto che la causa remota sia la mia profonda ed assoluta convinzione che il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!

Da questa convinzione con infinite mediazioni si è arrivati pian piano al don Vecchi. Quindi se togli questo principio crolla tutto!


Una “collisione” evitata

martedì, 25 novembre 2008

In questi giorni ho temuto di entrare in collisione con la San Vincenzo, movimento in cui ho militato per alcuni decenni e da cui non mi sono mai idealmente staccato.

In genere quando mi pare di aver terminato un’esperienza, volto pagina, non perché rifiuto o rinneghi il passato, ma solamente perché l’esperienza successiva che sposo, mi assorbe totalmente per cui non mi pare di aver più tempo per quella che ho lasciato.

Così è avvenuto per la San Vincenzo.

Una quindicina di anni fa mi è parso di non riuscire più a dare quel contributo che ritenevo doveroso, per cui ho lasciato, dedicandomi più liberamente sempre alla carità, però seguendo il mio intuito, le mie esigenze interiori, perseguendo obiettivi che io ritenevo più impellenti e più bisognosi di persone che vi dedicassero attenzione ed impegno.

Con questo ho seguito, sempre discretamente a da lontano, il servizio che questo movimento continua ad offrire alle frange più indifese della nostra popolazione.

La San Vincenzo da qualche anno è entrata in ospedale con un centinaio di volontari per svolgere un’opera di supporto e di testimonianza cristiana.

Per una serie di circostanze e di carenze di assistenza religiosa anch’io, seppur vecchio, sono rientrato in servizio attivo in qualità di richiamato.

Una delle prime urgenze che ho avvertito fu quella della comunicazione e della formazione religiosa e senza pensarci troppo ho, per la seconda volta, dato vita ad un foglio settimanale, essendomi stato erroneamente detto che, il primo a cui avevo pensato tanti anni fa “Il coraggio” è stato chiuso.

Le cose non stanno così, il foglio precedente era solamente “dormiente”.

Chiarito l’equivoco, troveremo certamente modo di arricchire l’iniziativa in maniera tale che la presenza e la testimonianza cristiana sia più viva ed efficace all’interno dell’Angelo.


Sono stanco di una religiosità compassata…

lunedì, 24 novembre 2008

Ho sempre tenuta ben stretta la razionalità anche quando ragiono o mi occupo di fatti o discorsi che riguardano la fede.

Io sono ben legato all’affermazione: “Credo ut intelligam ed intelligo ut credam” credo per capire più a fondo e meglio e cerco motivazioni razionali perché facciano da supporto alla mia fede e la rendano credibile per chi mi sta accanto.

Però non ho mai disdegnato di dare un giusto rilievo anche alle sensazioni, ai sentimenti emotivi che accompagnano e talvolta avvolgono i fatti di fede.

Come ho confessato più volte adopero, per la mia meditazione mattutina, un libretto edito dalla congregazione metodista di Genova, una delle tante chiese nate dal movimento protestante, particolarmente diffusa negli Stati Uniti d’America, ma diffusa in tutto il mondo.

La paginetta quotidiana parte da qualche riga del nuovo o vecchio testamento ed è commentata da uno dei tanti fedeli aderenti ad una piccola comunità cristiana sparsa nel mondo, che fa capo a questa chiesa protestante.

Sono quasi sempre riflessioni ingenue, che si rifanno a delle esperienze personali, quasi a commento, supporto e prove della validità del dato biblico. Talvolta sono centrate, talvolta un po’ tirate, ma sempre fresche, candide, luminose e soprattutto illuminate dalla fede che fa brillare come il prato verde illuminato dalla rugiada mattutina.

Mi pare di avvertire, sempre più, che la fede ha bisogno per esprimersi, per farsi sentire vera e convinta, anche di questa freschezza, di questo candore e di questo entusiasmo che sa quasi di estasi e letizia interiore. Sono stanco di una religiosità compassata quasi preoccupata di non avere il consenso degli uomini e dei ben pensanti. Sono anzi sempre più convinto che la fede deve esprimersi con l’incontro di chi è veramente innamorato.


La “guerra degli spazi”

lunedì, 24 novembre 2008

Qualche giorno fa sono sceso, come faccio ogni giorno, nell’interrato del don Vecchi per gratificare i cento volontari che impegnano il pomeriggio a servizio della gente che ha bisogno di vestiti, coperte e mobili per gli appartamenti che faticosamente riescono ad affittare.

La visita non ha il solo scopo di far sentire a chi serve con umiltà e generosità la povera gente che il capo conosce ed approva, ma anche per fare da interposizione tra i contendenti nella “guerra degli spazi”.

Ogni gruppo rivendica, costantemente con passione, il bisogno di più spazio per svolgere al meglio il proprio servizio, perciò come presidente della fondazione e dell’associazione di volontariato sono chiamato a fare da paciere e da controllore perché non si invadano i territori altrui.

Proprio in una delle ultime mie visite notai come certi spazi siano quasi sprecati perché costituiti da sgabuzzini angusti. Mentre mi stavo chiedendo come mai l’interrato è stato strutturato in quel modo, mi venne in mente che l’artefice sono stato proprio io, perché avevo lungamente sognato di fare di quella parte di interrato una trentina di stanze per lavoratori extracomunitari.

Il progetto andò a vuoto perché, l’assessore Zordan, nonostante tutta la buona volontà, stante le leggi vigenti, non poteva darmi questo permesso. Da questo fallimento nacque il progetto alternativo dell’ostello San Benedetto di Campalto.

Quanto ringraziai il Signore per avermi impedito, tramite la burocrazia del Comune, di realizzare l’incauta soluzione sognata! Ora capisco che avrei costruito una polveriera sotto gli alloggi del don Vecchi e il Signore, più cauto e lungimirante del suo vecchio e sprovveduto ministro, pensò bene di impedirmelo.

Prima di tornare al piano nobile, non solo ho ringraziato il buon Dio di avermi messo i pali tra le ruote, ma ho pure fatto il proposito di fidarmi di più e sempre della Provvidenza, che talvolta si avvale perfino della burocrazia, per impedire la sventatezza di qualcuno dei suoi ministri meno avveduti e prudenti.


L’arcobaleno mi emoziona

lunedì, 24 novembre 2008

Ogni tanto riscopro in fondo al mio animo emozioni provate nei tempi lontani e che con sorpresa ricompaiono, riaffiorando da spazi interiori che non sapevo quasi più di avere.

Qualche giorno fa me ne ritornavo a casa, percorrendo la circonvallazione che dal nuovo ospedale conduce velocemente al don Vecchi.

Ero entrato in ospedale quando incombevano, sulla periferia che incontra i primi campi ancora coltivati, dei nuvoloni neri, bassi e cupi e stavano cadendo i primi goccioloni pesanti di pioggia.

Entrato in ospedale incontrai un’atmosfera dolce e serena nel giardino pensile bello ed accogliente, come ci trovassimo in una isola del Pacifico.

Celebrai assieme ad un gruppetto di degenti che, con me, chiedeva al Signore salute e serenità per i tanti ospiti accomunati dalla preoccupazione e dalla sofferenza.

Ripresi la mia vecchia Fiat, dopo aver passato i vari check-point, per uscire sono sbucato sul nuovo vialone che prima punta, per un breve tratto, a nord e poi volta a destra conducendomi in un battibaleno al don Vecchi. Il cielo era ancora un po’ cupo ma uniforme e sulla grande volta del cielo mi apparve quasi per incanto l’arcobaleno, nitido, enorme con i colori della pace. Era talmente grande che pareva che nascesse da piazza Grande di Treviso e terminasse, dopo l’alto arco, in piazza Ferretto.

Provai un’emozione profonda a questa visione insolita; ritornai indietro di almeno settant’anni ritrovando la meraviglia, lo stupore, la certezza che il buon Dio si è rappacificato con noi, ha desistito dal proposito di punirci e ci riprometteva un domani più sereno.

Ho dimenticato le nozioni di fisica sulla rifrazione ed ho abbracciato frettolosamente la visione biblica del mondo.

Sono tornato certo che il nostro domani sarà più bello.


Foglietti, statistiche e ricordi

mercoledì, 19 novembre 2008

Ho eliminato la gran parte di carte che riempivano gli scaffali della mia grande canonica che la mia perpetua non si è mai rassegnata ad accettarla come la casa di tutti senza chiavi e senza orari, tanto che un giorno sbottò in una frase da potersi accostare a quella di Pietro Micca: “Maramaldo, tu uccidi un uomo morto”

Rita sentenziò in maniera un po’ meno epica: “Questa non è una casa ma un municipio!”.

Sono sempre stato grato, alla mia governante, perché era la riprova che tutto sommato qualcosa di quanto andavo sognando si stava realizzando.

Tornando a noi, ogni tanto trovo ancora in qualche contenitore, le cui carte non avevo selezionato al momento dell’uscita dalla parrocchia, qualche carta che mi fa riandare ai drammi, alle imprese o ai sogni di un tempo.

Qualche giorno fa ho trovato una pagina di un quaderno a quadretti in cui il dottor Mario Carraro aveva annotato i risultati del sondaggio che il Patriarca aveva disposto in tutte le parrocchie 5-6 anni fa.

Prima di buttare la carta nel cestino, lo girata e rigirata tra le mani come una preziosa reliquia, tanto che mi sento spinto a trasferirne i contenuti su qualcosa che non è tanto meno fragile del foglietto.

Ecco il contenuto: nella parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio con le due messe vespertine si celebravano 10 messe ogni domenica.

Ed ecco i dati: 5167 parrocchiani i praticanti erano 2182 così ripartiti: messa vespertina al don Vecchi n. 107 – nella chiesa parrocchiale n. 134 – alla domenica ore 8 n. 67 – ore 9 n. 410 – ore 10 n. 339 – ore 11 n. 300 – ore 12 n. 340 – ore 18 n. 211 – ore 19 n. 127 – in monastero n. 36 – in cimitero n. 111.

Io spero che attualmente con un parroco giovane e con più aiuti di sacerdoti, diaconi ed accoliti la situazione sia ancora migliore, ma solo Dio lo sa quanta fatica, quanto sacrificio e quanta ricerca appassionata di soluzioni pastorali per superare questo 40% di praticanti.

Certo io non mi sono rassegnato di ridurre la parrocchia ai vicini, ma ho sempre cercato la pecorella perduta


“Va dove ti porta il cuore”

martedì, 18 novembre 2008

Mi pare sia di una giovane scrittrice triestina il volume che porta un titolo che mi affascina: “Va dove ti porta il cuore”. Mi pare che in questo messaggio ci sia il profumo di un altro splendido pensiero di Sant’Agostino: “Ama e fa quello che vuoi”.

In questi messaggi c’è una componente comune: il coraggio, la radicalità delle scelte, la determinazione ed una magnifica follia.

Ho letto una volta una bellissima preghiera che aveva per titolo: “Signore mandaci dei preti folli!” e tutto il contenuto della preghiera ruotava attorno al concetto di rifiuto della prudenza da ragioniere, d’impiegato d’azienda, di persona che tende a calcolare tutti i rischi, le ragioni che si oppongono all’avventura e ad un’impresa cristiana che non tiene conto eccessivamente dei propri limiti umani per esaltare invece l’aiuto di Dio.

S. Paolo se avesse messo in conto tutti i rischi che avrebbe incontrato sulla sua scelta di portare il Vangelo ai gentili, si sarebbe appoggiato al potere costituito e sulla soluzione che gli avrebbe garantito meno rischi e più risultati. Lui invece scelse l’atto di fede “Nos stulti proter Cristo!” “Non vogliamo per scelta essere folli sulla fiducia in Cristo!”

Le scelte cristiane presuppongono sempre la fede, non però una fede da contabile, ma una fede assoluta che fa il salto fidandosi interamente sulla parola di Gesù.

Trilussa, il poeta romano che scrisse le sue belle e indovinate poesie in vernacolo romanesco, sentenziò: “La fede è bella però senza i ma, i chissà e i perché”

La fede ha una logica che sorpassa con un gran salto la grammatica e la sintassi dei furbi. Oggi nella chiesa e soprattutto nel clero temo sia venuta meno questa santa follia.

Senza questa follia avremo impresette artigiane, botteghe languenti, ma certamente ne testimoni ne apostoli e meno che meno profeti!.


Nessun incontro avviene per caso…

lunedì, 17 novembre 2008

Ho letto una bella riflessione di un uomo di fede che affermava che nessun incontro avviene per caso, ma esso invece capita sempre in rapporto ad un piano predisposto dalla Provvidenza.

Come ci sono leggi ferree, che l’uomo pian piano sta scoprendo, che regolano la vita degli astri, della natura e del micro e macro cosmo così il progetto di Dio regola pure l’incontro di miliardi di persone che popolano il pianeta.

Concludeva quindi la sua riflessione affermando che ogni incontro tra persona e persona è determinato dal fatto che sempre l’uno è l’altro hanno qualcosa di valido da dirsi e da darsi reciprocamente. Tutto questo, di primo acchito, potrebbe sembrare un discorsetto a carattere mistico o poetico; in realtà, se le cose stanno così e ci sono buoni motivi per crederlo, il nostro atteggiamento mentale e comportamentale dovrebbe essere coerente.

Qualche giorno fa, mentre di primo mattino ho recitato il breviario per il bene della mia anima e quello della mia città e della gente che avrei incontrato durante la giornata, mi è tornata alla mente questa lettura, d’istinto mi è venuto in mente il proposito di sperimentare questo discorso che onestamente ha un suo fascino. Confesso che durante il giorno mi sono smarrito più di una volta, ma debbo pur confessare che, quando mi sono ricordato, incontrare le persone come se stessero per offrirti un dono, ascoltarle come se dovessero raccontare una splendida notizia è veramente qualcosa che affascina che rende ricco, caldo il rapporto che ti fa apparire le persone care e belle.

Che Dio mi aiuti non soltanto di accogliere le persone in questo modo, ma di avere un approccio con esse con questo atteggiamento fiducioso e positivo.


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