La “guerra degli spazi”

Qualche giorno fa sono sceso, come faccio ogni giorno, nell’interrato del don Vecchi per gratificare i cento volontari che impegnano il pomeriggio a servizio della gente che ha bisogno di vestiti, coperte e mobili per gli appartamenti che faticosamente riescono ad affittare.

La visita non ha il solo scopo di far sentire a chi serve con umiltà e generosità la povera gente che il capo conosce ed approva, ma anche per fare da interposizione tra i contendenti nella “guerra degli spazi”.

Ogni gruppo rivendica, costantemente con passione, il bisogno di più spazio per svolgere al meglio il proprio servizio, perciò come presidente della fondazione e dell’associazione di volontariato sono chiamato a fare da paciere e da controllore perché non si invadano i territori altrui.

Proprio in una delle ultime mie visite notai come certi spazi siano quasi sprecati perché costituiti da sgabuzzini angusti. Mentre mi stavo chiedendo come mai l’interrato è stato strutturato in quel modo, mi venne in mente che l’artefice sono stato proprio io, perché avevo lungamente sognato di fare di quella parte di interrato una trentina di stanze per lavoratori extracomunitari.

Il progetto andò a vuoto perché, l’assessore Zordan, nonostante tutta la buona volontà, stante le leggi vigenti, non poteva darmi questo permesso. Da questo fallimento nacque il progetto alternativo dell’ostello San Benedetto di Campalto.

Quanto ringraziai il Signore per avermi impedito, tramite la burocrazia del Comune, di realizzare l’incauta soluzione sognata! Ora capisco che avrei costruito una polveriera sotto gli alloggi del don Vecchi e il Signore, più cauto e lungimirante del suo vecchio e sprovveduto ministro, pensò bene di impedirmelo.

Prima di tornare al piano nobile, non solo ho ringraziato il buon Dio di avermi messo i pali tra le ruote, ma ho pure fatto il proposito di fidarmi di più e sempre della Provvidenza, che talvolta si avvale perfino della burocrazia, per impedire la sventatezza di qualcuno dei suoi ministri meno avveduti e prudenti.

L’arcobaleno mi emoziona

Ogni tanto riscopro in fondo al mio animo emozioni provate nei tempi lontani e che con sorpresa ricompaiono, riaffiorando da spazi interiori che non sapevo quasi più di avere.

Qualche giorno fa me ne ritornavo a casa, percorrendo la circonvallazione che dal nuovo ospedale conduce velocemente al don Vecchi.

Ero entrato in ospedale quando incombevano, sulla periferia che incontra i primi campi ancora coltivati, dei nuvoloni neri, bassi e cupi e stavano cadendo i primi goccioloni pesanti di pioggia.

Entrato in ospedale incontrai un’atmosfera dolce e serena nel giardino pensile bello ed accogliente, come ci trovassimo in una isola del Pacifico.

Celebrai assieme ad un gruppetto di degenti che, con me, chiedeva al Signore salute e serenità per i tanti ospiti accomunati dalla preoccupazione e dalla sofferenza.

Ripresi la mia vecchia Fiat, dopo aver passato i vari check-point, per uscire sono sbucato sul nuovo vialone che prima punta, per un breve tratto, a nord e poi volta a destra conducendomi in un battibaleno al don Vecchi. Il cielo era ancora un po’ cupo ma uniforme e sulla grande volta del cielo mi apparve quasi per incanto l’arcobaleno, nitido, enorme con i colori della pace. Era talmente grande che pareva che nascesse da piazza Grande di Treviso e terminasse, dopo l’alto arco, in piazza Ferretto.

Provai un’emozione profonda a questa visione insolita; ritornai indietro di almeno settant’anni ritrovando la meraviglia, lo stupore, la certezza che il buon Dio si è rappacificato con noi, ha desistito dal proposito di punirci e ci riprometteva un domani più sereno.

Ho dimenticato le nozioni di fisica sulla rifrazione ed ho abbracciato frettolosamente la visione biblica del mondo.

Sono tornato certo che il nostro domani sarà più bello.

Foglietti, statistiche e ricordi

Ho eliminato la gran parte di carte che riempivano gli scaffali della mia grande canonica che la mia perpetua non si è mai rassegnata ad accettarla come la casa di tutti senza chiavi e senza orari, tanto che un giorno sbottò in una frase da potersi accostare a quella di Pietro Micca: “Maramaldo, tu uccidi un uomo morto”

Rita sentenziò in maniera un po’ meno epica: “Questa non è una casa ma un municipio!”.

Sono sempre stato grato, alla mia governante, perché era la riprova che tutto sommato qualcosa di quanto andavo sognando si stava realizzando.

Tornando a noi, ogni tanto trovo ancora in qualche contenitore, le cui carte non avevo selezionato al momento dell’uscita dalla parrocchia, qualche carta che mi fa riandare ai drammi, alle imprese o ai sogni di un tempo.

Qualche giorno fa ho trovato una pagina di un quaderno a quadretti in cui il dottor Mario Carraro aveva annotato i risultati del sondaggio che il Patriarca aveva disposto in tutte le parrocchie 5-6 anni fa.

Prima di buttare la carta nel cestino, lo girata e rigirata tra le mani come una preziosa reliquia, tanto che mi sento spinto a trasferirne i contenuti su qualcosa che non è tanto meno fragile del foglietto.

Ecco il contenuto: nella parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio con le due messe vespertine si celebravano 10 messe ogni domenica.

Ed ecco i dati: 5167 parrocchiani i praticanti erano 2182 così ripartiti: messa vespertina al don Vecchi n. 107 – nella chiesa parrocchiale n. 134 – alla domenica ore 8 n. 67 – ore 9 n. 410 – ore 10 n. 339 – ore 11 n. 300 – ore 12 n. 340 – ore 18 n. 211 – ore 19 n. 127 – in monastero n. 36 – in cimitero n. 111.

Io spero che attualmente con un parroco giovane e con più aiuti di sacerdoti, diaconi ed accoliti la situazione sia ancora migliore, ma solo Dio lo sa quanta fatica, quanto sacrificio e quanta ricerca appassionata di soluzioni pastorali per superare questo 40% di praticanti.

Certo io non mi sono rassegnato di ridurre la parrocchia ai vicini, ma ho sempre cercato la pecorella perduta

“Va dove ti porta il cuore”

Mi pare sia di una giovane scrittrice triestina il volume che porta un titolo che mi affascina: “Va dove ti porta il cuore”. Mi pare che in questo messaggio ci sia il profumo di un altro splendido pensiero di Sant’Agostino: “Ama e fa quello che vuoi”.

In questi messaggi c’è una componente comune: il coraggio, la radicalità delle scelte, la determinazione ed una magnifica follia.

Ho letto una volta una bellissima preghiera che aveva per titolo: “Signore mandaci dei preti folli!” e tutto il contenuto della preghiera ruotava attorno al concetto di rifiuto della prudenza da ragioniere, d’impiegato d’azienda, di persona che tende a calcolare tutti i rischi, le ragioni che si oppongono all’avventura e ad un’impresa cristiana che non tiene conto eccessivamente dei propri limiti umani per esaltare invece l’aiuto di Dio.

S. Paolo se avesse messo in conto tutti i rischi che avrebbe incontrato sulla sua scelta di portare il Vangelo ai gentili, si sarebbe appoggiato al potere costituito e sulla soluzione che gli avrebbe garantito meno rischi e più risultati. Lui invece scelse l’atto di fede “Nos stulti proter Cristo!” “Non vogliamo per scelta essere folli sulla fiducia in Cristo!”

Le scelte cristiane presuppongono sempre la fede, non però una fede da contabile, ma una fede assoluta che fa il salto fidandosi interamente sulla parola di Gesù.

Trilussa, il poeta romano che scrisse le sue belle e indovinate poesie in vernacolo romanesco, sentenziò: “La fede è bella però senza i ma, i chissà e i perché”

La fede ha una logica che sorpassa con un gran salto la grammatica e la sintassi dei furbi. Oggi nella chiesa e soprattutto nel clero temo sia venuta meno questa santa follia.

Senza questa follia avremo impresette artigiane, botteghe languenti, ma certamente ne testimoni ne apostoli e meno che meno profeti!.

Nessun incontro avviene per caso…

Ho letto una bella riflessione di un uomo di fede che affermava che nessun incontro avviene per caso, ma esso invece capita sempre in rapporto ad un piano predisposto dalla Provvidenza.

Come ci sono leggi ferree, che l’uomo pian piano sta scoprendo, che regolano la vita degli astri, della natura e del micro e macro cosmo così il progetto di Dio regola pure l’incontro di miliardi di persone che popolano il pianeta.

Concludeva quindi la sua riflessione affermando che ogni incontro tra persona e persona è determinato dal fatto che sempre l’uno è l’altro hanno qualcosa di valido da dirsi e da darsi reciprocamente. Tutto questo, di primo acchito, potrebbe sembrare un discorsetto a carattere mistico o poetico; in realtà, se le cose stanno così e ci sono buoni motivi per crederlo, il nostro atteggiamento mentale e comportamentale dovrebbe essere coerente.

Qualche giorno fa, mentre di primo mattino ho recitato il breviario per il bene della mia anima e quello della mia città e della gente che avrei incontrato durante la giornata, mi è tornata alla mente questa lettura, d’istinto mi è venuto in mente il proposito di sperimentare questo discorso che onestamente ha un suo fascino. Confesso che durante il giorno mi sono smarrito più di una volta, ma debbo pur confessare che, quando mi sono ricordato, incontrare le persone come se stessero per offrirti un dono, ascoltarle come se dovessero raccontare una splendida notizia è veramente qualcosa che affascina che rende ricco, caldo il rapporto che ti fa apparire le persone care e belle.

Che Dio mi aiuti non soltanto di accogliere le persone in questo modo, ma di avere un approccio con esse con questo atteggiamento fiducioso e positivo.

L’Angelo, il settimanale

La pazienza non è mai stata il mio forte, in realtà non mi sono mai neanche tanto spinto a perseguire questa virtù! Le cosiddette virtù hanno quasi sempre due facce come le medaglie.

Una volta mi è capitato di leggere che spesso l’ignavia pretende di potersi chiamare col nome di prudenza, ma che in realtà rimane sempre e solamente ignavia!

Non so se sia perché sono istintivamente uno che sente l’urgente bisogno di fare subito e presto quello che ritiene giusto fare o perché sia totalmente sprovvisto della virtù morale della pazienza, sta di fatto che, una volta preso coscienza che nel nuovo ospedale non ci sono più preti e che al capezzale degli ammalati è piuttosto esiguo il numero di persone che portano il messaggio evangelico e che chi lo fa forse non ha una preparazione ed una grossa esperienza per farlo, è’ nata nel mio animo l’idea di mandare un messaggio cristiano ed offrire l’opportunità di riscoprire le preghiere dell’infanzia, mediante un foglio settimanale.

Ho tentato le vie canoniche chiedendo al monsignore incaricato dalla Curia di realizzare, assieme ad altre, questa proposta. Mi ha suggerito di aspettare l’evolversi della situazione; constatando però che dieci mesi fa, la situazione era tale e quale quella di oggi, anzi forse migliore e considerato che a questo mondo ognuno gode della libertà di fare ciò che è lecito e buono, ho riflettuto sulla linea pastorale di dare al foglio, ho scelto una strada percorribile legalmente, ho chiesto i debiti permessi all’interno dell’ospe-dale, ai responsabili competenti, ho chiesto aiuto ai collaboratori de “L’incontro”, con la stampa e ad un gruppetto di persone che operano all’interno dell’ospedale di provvedere alla distribuzione.

Dopo un mese e mezzo dalla decisione sono usciti regolarmente sei numeri, si è raggiunta la tiratura di 500 copie settimanali ed ora puntiamo al 1000.

Debbo concludere che la scelta della virtù della fretta è stata più vantaggiosa di quella della pazienza forse per questo l’Angelo già vola e parla!

“I peccati della religione”

Recentemente ho pubblicato un libretto delle preghiere più comuni e delle verità religiose fondamentali del cristianesimo.

L’iniziativa, un po’ perché gratuita, un po’ perché la gran parte dei cristiani, diventati adulti negli ultimi 30-40 anni, non conosce assolutamente alcuna formula di preghiera, ha avuto successo.

Ne ho stampate 3-4 mila copie, tutte sparite in un battibaleno.

Ebbene in questo libretto, tra le altre massime, ho riscoperto anch’io i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio: “I sette vizi capitali” e “I sei peccati contro lo Spirito Santo”.

Riflettendo su queste cose, mi sono detto che non sarebbe male che qualcuno codificasse anche “i peccati della religione”.

Questa affermazione potrebbe suonare apparentemente paradossale, ma in realtà una religiosità malintesa, diventa peccato e che peccato! Ad esempio quando Marx affermava che la religione è l’oppio dei popoli, non aveva tutti i torti!

Se ci fossero stati allora cristiani che avessero ritenuto che la religione, con la scusa di pensare al dopo, finisse di estraniarsi dai problemi del presente, perché la religiosità deve inervare e spingere l’uomo a cominciare a realizzare da subito il Regno di Dio. Proseguendo dovremo affermare che la religione ridotta a rito solamente è peccato, come è certamente peccato una religione che sappia di setta, o che porti a divisioni, a senso di superiorità sugli altri, o che faccia propendere e convincersi di avere l’esclusiva della verità, o che ritenga nemici i fratelli che sono membri di altre chiese, e anche la religione legata al potere politico è peccato.

E’ peccato la religione che si lasci strumentalizzare dal denaro o dal partito. E’ peccato la religione che, benedice le armi e la guerra, sia pur dichiarata santa. E’ peccato la presunzione che, per il solo fatto d’appartenere formalmente ad una chiesa, questo garantisca la salvezza.

Potrei continuare ma concludo dicendo che questo argomento deve essere seriamente approfondito per non correre il pericolo di perdersi per il solo fatto di essere stati uomini di religione.

“Dona i tuoi fiori ai vivi!”

Nella mia meditazione di questa mattina, tra una distrazione ed un pisolo, quale appendice del tormentato sonno notturno, ho incontrato un pensiero che ho acquisito perché l’ho trovato interessante e quanto mai utile per la vita.

Il pensiero era per un giovane che aveva lavorato per molti anni in un negozio di fiori di una vecchia zia, la quale aveva la saggezza antica delle persone di buon senso.

Una delle massime che aveva appreso questo giovane era molto semplice, ma contemporaneamente molto sapiente: “Dona i tuoi fiori ai vivi!”

Questo cristiano continuava la sua riflessione affermando: “Ho speso una buona parte della mia vita a predisporre delle belle confezioni floreali per aiutare le persone a mostrare il loro amore a qualcuno che è morto, ho scoperto dopo tanto tempo quanto quei fiori avrebbero significato se i destinatari fossero stati vivi”.

Io sono tra le persone che possono comprendere meglio quanto sia giusto e saggio questo discorso, vivendo, da mane a sera, su e giù per l’entrata del nostro cimitero, ove lavorano ben quattro chioschi di fiori che si guadagnano da vivere con gli omaggi floreali ai morti. Sono convinto che pur vivendo lontani, in cielo, i fiori giungano graditi anche ai morti, altresì sono ancor più convinto che sarebbe più intelligente ed umanamente più valido se quei quattro chioschi di fiori lavorassero, da mattina a sera, per permettere alla gente di manifestare affetto, simpatia, riconoscenza ed amore ai giovani o vecchi ancora vivi, verso cui abbiamo legami importanti.

Spero e prego che questa mia riflessione, sul cambio di destinazione dei fiori, trovi qualche riscontro tra le decine e decine di persone che acquistano fiori ai chioschi del cimitero, pur preoccupato dal timore che i miei concittadini non acquistino ed inviino fiori di plastica come ormai si fa quasi sempre per i morti.

Teologia complicata

E’ indubbio che alla mia età o per la difficoltà di aggiornamento sui progressi del pensiero teologico, o per un processo di semplificazione che penso sia naturale negli anziani, o perché nemico naturale di chi complica anche ciò che è semplice, questa mattina mi si è aperto l’animo leggendo la risposta che Gesù dà al teologo che gli chiedeva quale fosse il più importante dei comandamenti.

Tutti, o quasi tutti, conoscono la risposta limpida, senza sbavature, senza possibilità di interpretazioni peregrine ed estremamente concisa e concreta di Cristo: “Ama Dio con tutte le tue facoltà ed ama il prossimo come te stesso”.

Un tempo, in rapporto a questa pagina evangelica, dissi che questo è il più bello e comprensibile corso di teologia che io abbia mai ascoltato ed un’altra volta sentii un prete che affermava che questo compendio teologico-biblico è un testo tascabile che Cristo ci ha offerto perché lo possiamo portare sempre con noi e lo possiamo consultare in ogni circostanza.

Oggi tutto è complicato e difficile, anche le aziende più piccole, ma pure i cittadini comuni, avrebbero bisogno di consulenti a tempo pieno per quanto riguarda il fisco, il codice della strada, i depositi bancari, di norme sanitarie e di ogni altro aspetto della nostra vita sociale. Vuoi vedere che anche i rapporti col Creatore sono regolati da discorsi e disposizioni macchinose, complicate e difficili?

Ad ottant’anni, questa è la mia età, ho mandato dal rigattiere la mia biblioteca di teologia, biblica, ascetica, morale e quant’altro e mi sono tenuto solamente questa sentenza evangelica e il Padre Nostro. Ho costatato che questo mi basta per vivere da cristiano, anzi, confesso che temo che un certo allontanamento dalla pratica religiosa sia determinato proprio da un supercarico di arzigogolanti discorsi di teologia che schiacciano il cuore ed il pensiero e che ti allontanano da Dio!

Sport, complicazioni e veri problemi del mondo

Questa estate ho corso il pericolo di prendere una sbornia da sport.

Da mattina a sera, ma soprattutto nei momenti del pranzo e della cena, tempo in cui mi concedo un po’ di televisione per i telegiornali, mi è capitato di imbattermi nella musichetta cinese e dovermi sorbire classifiche su classifiche i risultati degli sport più strampalati che potessi immaginare.

Confesso che sto stancandomi anche dello sport, che tutto sommato dovrebbe essere una delle attività umane tra le più pulite, innocenti e disinteressate.

Parlando dei tuffi, pensavo che si trattasse di qualcuno che si butta in acqua da una certa altezza, invece no, c’è chi si tuffa da 10 metri, chi da 20, chi fa lungo la traiettoria una capriola, chi due, chi si avvita, chi…..

Mi pare che si sia giunti ad una sofisticazione tale più vicina all’artificio che allo sforzo per cui uno esprime tutte le splendide potenzialità del corpo umano.

A tutto questo, che mi provoca in partenza una reazione istintivamente negativa, si aggiunge l’enfasi dei giornalisti specializzati su ogni singola prova, che fanno comparazioni risalenti fino ad Adamo ed Eva e adoperano una terminologia epica degna di miglior causa.

Il terzo motivo di stanchezza e di tendenziale rifiuto mi viene dal fatto che gli italiani sono quanto mai deludenti, specie negli sport che richiedono maggior sforzo fisico.

Se non siamo gli ultimi della classe poco ci manca anche se nel medagliere abbiamo qualche medaglia spelacchiata. Ma soprattutto quello che mi rattrista infinitamente è il pensiero delle migliaia e migliaia di persone che vivono, lucrano di questa attività per nulla produttiva e per nulla incidente a risolvere i terribili problemi del pianeta: fame, guerre, disuguaglianze, soperchierie, attentato alla vita del pianeta.

Quanto sarebbe più giusto che uomini e Stato si impegnassero con uguale passione, fatica e sforzo per appuntare appuntare nel medagliere di ogni cittadino meritevole l’oro per la solidarietà, per la pace, per la democrazia, per la libertà, per….

Questo tipo di impegno desterebbe di più il mio interesse e tiferei più calorosamente per i campioni di questi valori!

…sempre sulla nuova Chiesa del cimitero di Mestre…

Non passa settimana che qualche fedele non mi domandi notizie su come vanno le cose nei riguardi della nuova chiesa del cimitero.

Ero partito con tanto entusiasmo perché mi pareva che la soluzione trovata fosse la più indovinata: la spesa non ricadeva sull’amministra-zione comunale, nè sui cittadini in genere, ma solamente sui fedeli, che per motivi di fede e di scelte personali, erano disposti a pagare un loculo a prezzo maggiorato purché i resti mortali dei loro cari riposassero in luogo consacrato. Molte chiese di Venezia e splendide chiese, sono state costruite mediante questa soluzione. Qualche mese fa sono stato nella chiesa di Santa Maria del Giglio, mons. Bortolan, rettore di suddetta chiesa, mi ha regalato un dischetto in cui si dice che la famiglia patrizia dei Barbaro ha finanziato la costruzione di quella chiesa, partendo da questa scelta o da motivi vicini ad essa.

Io poi ero particolarmente felice perchè l’architetto Caprioglio mi aveva detto che con la vendita dei 1400 loculi, che sarebbero stati costruiti nei due corridoi adiacenti alle pareti, si sarebbe potuto finanziare anche il costo della sala per la celebrazione dei funerali civili o di altre confessioni religiose.

Dei cristiani che si costruiscono a spese proprie una chiesa ove riposino i loro cari, ove si preghi per i fratelli del cielo e per di più fossero così cristiani da pensare perfino ai non credenti o ai credenti diversamente, mi pareva il meglio che si potesse desiderare.

Chiesi di parlare con l’amministratore delegato della Vesta per avere finalmente una risposta dopo 3 anni di illazioni e di mezze promesse, però mi pare di aver capito che, stando così le cose e dati i regolamenti e le leggi vigenti, c’è ben poco da sperare. Pazienza!

In ogni caso io penso che data l’età e gli acciacchi in atto, non sarò certamente io a guidare la preghiera dei cristiani che credono alla vita eterna e alla comunione dei santi.

Sono nato povero e non sarà una calamità se finirò come il prete della chiesa più piccola e più povera di Mestre!

Sacerdoti in viaggio d’estate

Tra me e mio fratello don Roberto, parroco di Chirignago, c’è grande stima e profondo affetto, però ognuno di noi vive la sua vita.

Sia l’uno che l’altro siamo stati abituati, dai nostri genitori, a lavorare seriamente, a non perder tempo, a spenderci totalmente per la nostra gente.

Don Roberto, sta ottenendo in parrocchia, a mio modesto parere, dei grossi risultati. Io l’ammiro e sono convinto che abbia delle risorse d’intelligenza, di capacità di comunicare e di simpatia superiori di molto alle mie, anche perché, mentre io sono un introverso, musone e schivo, egli è esattamente l’opposto assomigliando a mio padre che era di una simpatia unica.

Con questo non è detto che condivida ogni sua scelta e credo che anche lui nei miei riguardi pensi allo stesso modo.

Io seguo la sua vita mediante le confidenze positive dei suoi parrocchiani che ho modo di incontrare e soprattutto leggendo il suo bollettino parrocchiale che lui, gentilmente, mi fa avere ogni settimana. Normalmente non mi lascio invischiare dalle polemiche e dalle sue vicende pastorali per non sembrare che lo faccia per motivi di parentela.

Ultimamente don Roberto ha scritto un corsivo in cui affermava di non approvare i parroci e i preti che durante l’estate mollano le parrocchie per andare a visitare gli angoli più remoti del pianeta.

Se non che un confratello, che peraltro vive lontano dall’Italia, gli ha mandato un reprimenda, dicendogli che non ha diritto di giudicare, che ognuno è responsabile di se stesso.

Don Roberto ha risposto chinando il capo in atto di pentimento e difendendosi accampando un argomento che non condivido, ossia che per farsi leggere bisogna adoperare anche un po’ di pepe.

Io ho ottant’anni, non mi permetto di giudicare alcuno nominalmente, ma affermo a chiare lettere che, questo modo di riempire i mesi estivi, è un malcostume mondano, per nulla evangelico e pastoralmente negativo.

Ci sono mille modi per aprirsi al mondo, per farsi una cultura larga. Tacere su questo argomento significa connivenza, privare i fratelli di quella correzione fraterna che a cominciare da S. Paolo ai profeti dei giorni nostri, fortunatamente non è mai mancata.

Se la pastorale va male, una grossa responsabilità ricade anche sulle carenze dei sacerdoti, cioè di noi preti, per essere chiari!

Saggezza senza intelligenza

Ogni tanto mi tornano alla mente delle massime che i miei vecchi insegnanti mi hanno trasmesso durante il tempo della scuola. Erano, quelle massime, delle verità alle quali essi erano arrivati pian piano mediante la ricerca e la riflessione e che essi ci donavano come delle perle preziose, ma che noi studenti, ricevevamo con atteggiamento poco attento e spesso annoiato.

Col passare del tempo però queste verità emergono dalla mia memoria come talvolta emergono dai ghiacciai reperti della guerra mondiale e di vicende ancora più remote.

Qualche giorno fa ripensai ad una vecchia massima che un insegnante di italiano, durante gli anni del liceo, andava ripetendoci ogni tanto: “A questo mondo è abbastanza facile incontrare persone intelligenti o di vasta cultura, mentre è molto più difficile incontrare persone sagge”.

Poi quell’insegnante continuava la sua lezione di vita affermando che solamente i saggi sanno vivere, mentre spesso gli intelligenti combinano solo guai.

Ora solamente capisco quanta ragione aveva quel professore e quanto valido era il suo insegnamento perchè egli non si limitò ad offrirci il suo teorema, ma spesso ci dava delle indicazioni per diventare pure noi saggi.

Credo che, ai nostri giorni, come non mai, la gente è scolarizzata, tutti siamo informati da mane a sera dai giornali, televisione, internet su quanto avviene in questo nostro mondo tribolato ed irrequieto, eppur mai c’è stato un tempo tanto strampalato, della gente così balorda, asservita alle mode di pensiero, succube di una economia che pur di far soldi è disposta a rovinare la gioventù con la droga e lo sballo.

Beati i nostri vecchi, che con poca cultura sapevano vivere e morire da uomini dabbene!

Ricordo della maestra Irma Strassera

Poco tempo fa, dopo aver percorso una lunghissima via dolorosa, è morta una insegnante elementare in pensione: Irma Strassera.

Mi hanno informato dalla parrocchia di questo decesso e del desiderio dei familiari che potessi concelebrare ai funerali della loro cara.

Essendo nella possibilità di farlo, l’ho fatto tanto volentieri, perché avevo e credo di avere ancora un grosso debito nei riguardi di questa donna.

Non avendola conosciuta, don Danilo, l’attuale parroco di Carpenedo, mi sollecitò di fare una breve testimonianza. L’ho fatto molto volentieri, anche se io sono molto schivo di aggiungere parole, durante questi riti, che per la mia sensibilità, sono spesso prolissi e formali.

Sentii il dovere di premettere che per la defunta, da cui prendevamo commiato, sarebbero state adeguate solamente le parole di De Amicis o di Guareschi, letterati che ebbero il culto della loro maestra elementare, non le mie così disadorne e poco incisive.

Irma, è stata semplicemente “la maestra” colei che aveva scienza, valori e verità da passare e che ha passato ad innumerevoli generazioni di bambini, senza complessi e senza le inibizioni di certi consigli di classe che hanno riempito la scuola di saccenza, pettegolezzi e non di rado di stupidità o pseudo politica.

La maestra Strassera continuò indisturbata ad educare, fino alla pensione, ai principi civici, morali e religiosi senza paura e senza titubanze di sorta.

Sono stato felice di mettere un po’ di cornice ad una donna e ad una docente del genere, in un tempo in cui prosperano, in ogni settore della società e della chiesa, mezze tacche, funzionari e non infrequente, servi più attenti alla circolare che alla coscienza.

Sarà difficile, ma spero che ci sia ancora qualcuno capace disposto a ricevere il testimone che la maestra di Carpenedo ci ha passato.

Sono stato raggirato!

Dopo parecchie esperienze negative mi ritenevo ormai un esperto che non correva più il pericolo di essere abbindolato dai furfanti che con gli espedienti più diversi spillano denaro ai cittadini e soprattutto agli anziani.

A questo proposito avrei da raccontare un vasto repertorio di fatti accadutimi durante la mia lunga vita di prete, vita in cui questa gente che campa di espedienti, mi ha spillato denari, ma soprattutto mi ha fatto correre il pericolo di negare l’aiuto a chi ne aveva veramente bisogno.

L’essere ora al don Vecchi, in questa isola fuori dal mondo, mi rendeva più sicuro che mai, invece, ci sono cascato come un perognocco!

Fortuna ha voluto che il lestofante si sia accontentato di poco, appena 120 euro, ma se avesse voluto credo che avrei pagato molto di più per la mia dabbenaggine.

Faccio un appunto sull’evento per ricordarmi che l’aiuto ai poveri lo debbo dare per scelta, non per raggiro!

La vigilia dell’Assunta mi telefonano dalla segreteria che il signor tal dei tali mi voleva dare un saluto. Non ricordavo il nome, ma per me sono molti di più i nomi di amici che non ricordo che quelli che ricordo.

Mi accolse nella hall con tanta familiarità, disse che stava andando in vacanza e che lavorando come ingegnere alla Sony aveva dei televisori, dei computers, stampanti ed un sacco di altre cose da regalare perché in sede tenevano solo gli ultimi modelli.

Volle gli estremi della Fondazione, per preparare la ricevuta, lo portai in segreteria dove chiese i programmi da inserire. Una vera manna per i collaboratori de “L’incontro” che adoperano macchine vecchie e sorpassate!

Tutto bene se non che mi disse quasi con imbarazzo, che certi cavi li doveva comprare anche lui perché le macchine potessero funzionare, cose che lui avrebbe pagato a prezzo scontato.

Chiesi: “Dica quanto ha bisogno? “Centoventi euro”
Mi venne un dubbiolino, perché chi mi offre roba non fa mai questi discorsi.
Fugai il dubbio e gli diedi il denaro.
“Alle venti, prima di partire, le porto tutto”

Probabilmente alludeva alle venti dell’anno 3000!