La “liturgia” della giustizia

Un prete anche se vecchio, risente dell’aria che tira nel mondo in cui vive. Al Gazzettino, do’ almeno una sbirciata ogni mattina, il pranzo e la cena anche per questo povero vecchio prete sono “allietati” dal telegiornale. E tutti sanno che goduria siano questi strumenti di comunicazione di massa. Talvolta mi pare che notizie che questi mass- media ci forniscono assomiglino molto alle epigrafiche le imprese di pompe funebri espongono sui vetri delle loro agenzie!

Anche nel settore tormentato della giustizia pareva che ci fosse un riverbero dell’arcobaleno della “Pax” di cui o parlato ieri. Il ministro della giustizia aveva usato tante cortesie e quasi per ricambiare i magistrati avevano espulso dalla loro congregazione un giudice che non era riuscito a studiare durante otto anni le motivazioni di una sentenza; motivo per cui mafiosi catturati con tanta fatica da carabinieri e polizia erano stati liberati per decadenza dei termini o dei tempi.

Un gesto significativo a quanto pare una specie di liberazione del soldato ebreo da parte di Amas.

Io non cè l’ho con i magistrati e con la giustizia, ci vorrebbe altro! Anche se mi fa un certo che, che i dipendenti dello Stato meglio pagati accumulino ventimila pratiche inevase soltanto a Venezia. Non sono mai stato tenero per quanto riguarda il mio mondo con l’ampollosità della liturgia, ma sia ben chiaro che la “Liturgia” della giustizia è ben più ampollosa ed assurda. A me è capitato di esser convocato alle 8,30 del mattino per fare da testimone per un furtarello sulla cassetta delle elemosine e di passare mezza giornata ad ascoltare sciocchezze, futilità con risultati superati ed assurdi e il tutto come se si trattasse della cosa più sacra di questo mondo. Non so da chi dipende ma credo che bisogna semplificare, sveltire svecchiare perché quella gente pare non si sia accorta che siamo nel 2008 non nell’anno uno o giù di li.

Santa Rita (la Santa degli impossibili) e il dialogo in politica

M’era parso finalmente di scorgere dopo tante burrasche, sul cielo d’Italia l’arcobaleno, ben s’intende non quello dell’estrema sinistra, ma quello più rasserenante di Noè.

Finalmente il mio cuore aveva battuto forte per l’annuncio della “Pace politica” preannunciata da Veltroni e Berlusconi.

Mi sono subito detto: “Era ora!” Possibile che nel nostro Paese quando chi sta al governo reputa bianca una soluzione, l’opposizione dica sempre “No è nera!”

E quando chi era all’opposizione e va al governo, capiti la stessa cosa! Penso da un pezzo “O questa gente è pazza, o è disonesta!”

L’arcobaleno segnalato con frequenza dalla maggior parte dei giornali, dico la maggioranza perché c’è qualcuno che si ostina a ritenere una lettura che maggioranza e minoranza si mettano finalmente d’accordo, questi però sono certamente matti e anche disonesti! (chiusa la parentesi) pareva preannunciasse finalmente il bel tempo. Mi sembrava che politici di centro destra e di centro sinistra, si fossero finalmente decisi a dialogare, discutere per trovare delle soluzioni concordate.

A me che sono un politicamente ingenuo, sembrava di constatare già i primi risultati di questa “Pace”: erano infatti stati eliminati gli aculei estremi dello schieramento politico, i bastian contrari di professione che inseguivano eteree chimere e che non avevano proprio capito nulla dei fallimenti, delle catastrofi economiche e delle tragedie umane di certe utopie.

Signor no!

Veltroni ha ripreso l’antica grinta e le vecchie frasi della famiglia da cui proviene, Berlusconi accigliato riparte lancia in testa per la nuova tenzone! Mi spiace, non mi resta che ricorrere agli ottavari, ai tridui e alle novene a S. Rita, la santa degli impossibili! Però ho paura che sarà dura anche per lei!

GREST e altre esperienze

In queste ultime settimane ho letto con molto piacere in “ Gente Veneta” che quasi cinquemila ragazzi della diocesi quest‘anno hanno partecipato al grest organizzato dalle parrocchie del Patriarcato.

Ho seguito per le varie soluzioni scelte dalle varie comunità cristiane. Alcune parrocchie fanno le cose in grande con la partecipazione perfino di duecento ragazzi, altre con numeri più ridotti, altre niente. Comunque pare che ci sia una ripresa generale di queste attività esterne di divertimento e di formazione.

La cosa mi fa veramente piacere, perché avevo la sensazione che nel piccolo mondo parrocchiale ci fosse abbastanza la tentazione di tirar avanti alla meno peggio con l’amministrazione dei battesimi, funerali, pochi matrimoni, un po’ di dottrina cristiana e di messa festiva. Spero proprio che la mia sensazione fosse davvero non rispondente al vero. Quando ero parroco il grest a Carpendo non è mai stato un gran che, un po’ perché i miei collaboratori diretti non ne erano troppo convinti ed un po’ anche perché durante il periodo estivo portavamo quasi duecento scout ai vari campi e altrettanti alla malga dei faggi, la casa alpina delle parrocchie. Qualche tempo fa Don Danilo e i coniugi Bonaldo, che e Carpendo si occupano dei chierichetti, mi hanno gentilmente invitato alla cena con cui hanno concluso l’anno di servizio liturgico; sono rimasto entusiasta ed ammiratissimo di questo splendido e numerosissimo gruppo di bambini, bambine e di adolescenti, accompagnati dai loro giovani genitori che hanno letteralmente gremito l’ampia sala da Pranzo del don Vecchi!

lo rimango del parere che la chiesa abbia ancora una grande quantità di cartucce da sparare, che quasi tutto sia possibile, che la vita pastorale vissuta sempre in attacco, che il domani sia il tempo più redditizio per l’affermarsi del Regno. Tutto questo però ha bisogno di convinzione, di coraggio, di spirito di sacrificio, di generosità e di impegno!

A proposito di vacanze

Ogni tanto qualche persona cara che mi vive accanto e che mi conosce fa un sorriso di compatimento un po’ divertita quando sono preoccupato se perdo qualche mezz’ora di tempo senza essere impegnato in qualcosa che reputo giusto fare. Sono sempre stato un po’ stacanovista e rigido con me stesso nell’impiego del tempo e del denaro.

Invecchiando questo assillo sta aumentando. Talvolta penso che nasca dalla consapevolezza di non aver avanti a me molto tempo e molte energie, talora invece sono portato a pensare che impegnando bene le risorse si possono fare ancora delle cose belle delle quali possano beneficiare tante creature ormai impotenti ed in balia della sorte.

Io non sono mai stato ricco, la mia famiglia era una famiglia di artigiani, mio padre e mia madre hanno lavorato sodo per crescere la nidiata di sette figli, e giustamente io, ma anche tutti i miei fratelli, abbiamo cominciato presto a lavorare.

Ricordo che quando tornavo dal seminario, mentre alcuni amici mi raccontavano che trascorrevano le vacanze in montagna, io invece aiutavo il babbo nella sua bottega di falegname; scaldavo la colla, raddrizzavo i chiodi vecchi per poterli riadoperare! Questa scuola mi ha educato al risparmio, all’impiego serio del tempo, al rigore di una vita impegnata. Qualche giorno fa, sentendo che la gente fa debiti pur di andare in vacanza, m’è venuto da chiedermi “come passerò le mie vacanze quest’anno? Poi mi venne quasi da sorridere. Non ho mai fatto vacanze almeno che non si dica vacanza portare in montagna un centinaio di ragazzini, dormire per terra, mangiare quanto i ragazzini cucinavano

Ora scelgo di rimanere a casa, perché al don Vecchi c’è tanto verde e si sta bene, perché ho da fare e perché mi rimorderebbe troppo la coscienza spendicchiare per nulla, quando centinaia e centinaia di milioni di esseri umani, non hanno acqua, pane, casa e vivono in condizioni disumane. La solidarietà per me non è e non può ridursi ad una predica, né un discorso che vale solamente per gli altri!

Un piccolo paradiso in terra

Un pomeriggio mi sono concesso una passeggiata.

Avevo fatto la visita quotidiana ai magazzini ove una cinquantina di volontari prestano il loro turno di servizio nella distribuzione dei vestiti, dei mobili, dei generi alimentari e degli strumenti per gli infermi. Ai magazzini ogni giorno c’è un affollamento sereno di un mondo cosmopolita, di razze ed etnie diverse; dalla gente dalla pelle scura giunte dall’Africa, settentrionale, Marocco, Tunisia, Algeria, Madagascar ecc… alla gente che viene dal freddo: ucraini, moldavi, polacchi, rumeni. Mi rendo sempre più conto che quando c’è rispetto, comprensione e fraternità la lingua, la religione e i costumi non costituiscono una barriera, un problema di convivenza. La gente dei magazzini, siano volontari, che clienti s’intendono benissimo, bastano poche parole per comunicare: ciao, grazie, ti sta bene!

I problemi di integrazione, di convivenza, di flussi o dei permessi di soggiorno pare siano inventati dai politici e dai sociologi; quando la gente si da una mano e si tratta con amicizia e rispetto tutto s’accomoda nel miglior dei modi.

Fatto il giretto sono uscito nel parco, avendo notato che due care signore, sapendo quanto amo i fiori, stavano riordinando le aiuole. La giornata era veramente bella, numerosi anziani stavano nella piazzetta a crocchi seduti attorno ai tavolini a chiacchierare, ogni tanto uscivano “le bariste” per servire il gelato, una birretta fresca o il caffè.

Incontrai le signore che accudivano ai fiori con dei copricapo in testa per proteggersi dal sole; vidi in loro gli antichi gesti delle nostre vecchie donne di campagna, gente bella, semplice sana laboriosa.

Quindi mi sono avviato al mio “eremo” per occuparmi dell’ “Incontro”, mentre camminavo lo sguardo leggeva ed accarezzava le pietre con i nomi di infiniti benefattori. Quello che vedevo: bellezza, pace, ordine, serenità era frutto della loro generosità, forse non lo sanno, però hanno costruito veramente un piccolo paradiso in terra!

…e la nuova chiesa del cimitero di Mestre?

Esattamente due anni fa sembrava che la chiesa del cimitero fosse ormai cosa fatta: si trattava di lasciar trascorrere solamente i tempi tecnici, assurdi ed infiniti quanto si vuole, ma che comunque hanno termine.

L’architetto Caprioglio s’era illuso che per la fine del 2008 anche a Mestre ci fosse un luogo degno ove i cristiani potessero pregare per le decine e decine di migliaia di concittadini che in questo piccolo lembo di terra hanno trovato l’ultima dimora. S’era studiato un piano finanziario per il quale non solamente l’amministrazione comunale non avrebbe speso un centesimo, ma i mestrini senza alcuna imposizione avrebbero finanziato non solo la chiesa, ma avrebbero provveduto a costruire una sala in cui i fratelli non credenti potessero onorare i loro morti. Il comune avrebbe solamente dovuto con una fideiussione o un mutuo , anticipare il denaro che avrebbe poi recuperato in un po’ di anni. “Meglio di cosi, si muore!” dice la gente.

Il tutto sarebbe stato troppo facile, però in un mondo in cui regna la burocrazia, l’inefficienza e la sistematica complicazione tutto pare paralizzato e bloccato, avvolto nel silenzio.

E’ vero ci sono problemi più importanti, la gente può pregare sotto la pioggia e al gelo, oppure può abbandonare i morti alla loro sorte!

Si preferisce distruggere il piazzale del cimitero, fatto pochi anni fa, che nessun cittadino ha chiesto di cambiarlo, complicare la circolazione, perchè? Nessuno ce lo dice; probabilmente ci sono interessi che l’opinione pubblica non conosce!

Così centinaia di cittadini staranno sotto il sole e sotto la pioggia con queste stagioni irrequiete e sballate, ma la chiesa del camposanto che non solo ogni città, ma anche ogni borgo per quanto selvaggio, possiede a Mestre non si fa.

Mestre: “Sul ponte sventola bandiera bianca”?

Mi viene da pensare che quando un popolo comincia a decadere questo processo non si fermi a metà strada, ma continua inarrestabile finché non arrivi alla sua completa distruzione.

Un tempo pensavo che il ciclo della decadenza della Serenissima Repubblica di Venezia fosse decisivamente terminato prima con l’arrivo dell’albero della libertà piantato nei campielli di Venezia e poi con la resa definitiva all’impero degli Asburgo.

Invece no; la decadenza continua sia nelle pietre della città che si corrodono, che nell’esodo continuo dei veneziani della città insulare verso la terraferma, che nel chiudersi dei negozi della città e nelle vendite delle case agli americani, giapponesi e russi perché vi trascorrano un paio di settimane nella città museo. Ho fatto queste tristi melanconiche considerazioni i giorni scorsi in occasione di due incontri. Il primo con un membro della Comunità di Sant’Egidio che nella vicina Padova prospera numerosa ed efficiente, mentre da noi a Mestre è ancora una piantina stantia che stenta attecchire.

Il secondo andando per una volta ancora a visitare una mia “vecchia” parrocchiana alla Casa dei gelsi a Treviso, la splendida struttura che i trevigiani hanno costruito per chi sta terminando i suoi giorni su questa terra affinché terminino in maniera degna la vita assistiti dai loro cari, dalla scienza e dai concittadini. Confrontavo le stanze, l’ordine, il decoro, l’efficienza, gli spazi, il verde, i fiori di questa magnifica struttura con l’ospice del policlinico San Marco, un vero deposito per moribondi, e con la vita seppur coraggiosa, ma tribolata dell’Avapo mestrina, la corrispondente dell’Advar trevigiana. Pare che una volta ancora riecheggino le meste e sconsolate parole del poeta “sul ponte sventola bandiera bianca!”

Pensionati e calciatori

Io non sono un fanatico del calcio. Non nego sia uno spettacolo piacevole, perché di spettacolo si tratta; il calcio oggi è una specie di circo equestre aggiornato, al posto dei trapezi e dei giocolieri, vi sono le corse, e acrobazie per fermare e lanciare il pallone, l’entusiasmo chiassoso e colorito della folla e le chiacchiere veloci e spigliate dei cronisti, ma niente di più! Quando gioca l’Italia, mi concedo talvolta due orette di questo spettacolo, anche se mi resta sempre il rimorso e la sensazione di aver impiegato male il mio tempo.

Il guaio, poi, è che la nostra squadra mi pare più lenta, più svogliata degli avversari; gli italiani o perdono o vincono per scommessa o per il rotto della cuffia. E sì che sono pagati bene, anzi dicono troppo bene! Gente che guadagna miliardi alla stagione, perché dovrebbe sudare, arrischiare di farsi male e correre come dannati? Quando penso a queste cose, piuttosto banali, mi torna sempre alla mente che il nostro Paese avrebbe bisogno di un rilancio morale ed ideale, di capi capaci di esigere di più, di pretendere un impegno migliore, una vita più parca, di un costume più sano!

Ma con questa classe politica, con la televisione che distrugge ogni valore, con dei sindacati sempre bastian contrari, con industriali che non vedono che il loro profitto senza di condividerlo con i propri dipendenti, una Alitalia che produce miliardi di passivo, preti che rischiano sempre più di diventare impiegati statali a stipendio fisso e posto assicurato.

Io prego talvolta che il buon Dio ci mandi un nuovo S. Francesco d’Assisi o un Savonarola, un altro Don Milani, o un duplicato di Papa Giovanni, un La Pira o un De Gasperi, comunque un qualcuno che ci faceva sognare, capace di pretendere piuttosto che promettere non sempre usando la carezza, ma anche la frusta!

Perrotta e Veltroni mi avevano indotto per un attimo a sognare, ma ora pare che anche questa illusione si sia spenta.

Cosa possiamo sperare finché per le strade di Napoli da mesi e mesi si accumulano tonnellate e tonnellate di spazzatura, la mafia ed associati detta legge nel meridione, finché ci sono italiani a mille euro al mese, pensionati a cinquecento, e calciatori a centinaia di milioni di euro?

Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!

Molti anni fa, presso Piazza Ferretto, si era aperto un “Centro Benessere” per gente stanca, stressata, fuori peso, e comunque desiderosa di migliorare la propria immagine e la propria prestanza fisica. Venne in canonica una inviata di questo Centro per chiederci una mano a reclamizzare questa iniziativa, che, a parer loro, aveva anche una valenza spirituale perché dicevano che se la gente si sente bene, è anche più propensa a pensieri e rapporti più positivi.

L’aspetto particolare che mi colpì fu la ragazza che ci portò di questa pubblicità: era una giovane veramente meravigliosa; sprizzava armonia, freschezza, entusiasmo e bellezza da ogni poro. Tanto che mi venne spontaneo pensare che quel centro benessere fosse veramente una sorgente di efficienza e di vita piena di fascino. Io non andai al Centro benessere, e non so proprio come andò a finire, comunque compresi l’importanza di presentare bene qualsiasi iniziativa.

Qualche giorno fa ebbi pressappoco la stessa impressione su un argomento ben diverso, ma che mi richiamò il vecchio ricordo. Vengo al fatto. Recentemente ho dedicato un certo numero de “L’Incontro” alla Comunità di Sant’Egidio, realtà che conoscevo poco, ma pensavo meritasse di essere presentata fra i movimenti di ispirazione cristiana, ora presenti nella nostra società.

“L’Incontro” è importante, ma comunque nasce e muore a Mestre! Qualche giorno dopo l’uscita del periodico, mi telefonò una voce giovanile che disse avrebbe avuto piacere incontrarmi in merito alla Comunità di S. Egidio, e con mia grande sorpresa, disse essere presente anche a Mestre, ove svolge la sua attività di formazione cristiana ad Altobello e di solidarietà alla stazione distribuendo panini e aprendo un dialogo fraterno con quella settantina di anime morte, che passano la notte nei paraggi della stazione.

Ricevetti la delegazione formata da un giovane ingegnere, piuttosto parco di parole, ed una simpaticissima ragazza, che parlava, invece, in maniera quanto mai fl uida e convincente, con una voce calda, degli occhi espressivi e luminosi, ed un sorriso accattivante.

L’incontro fu certamente positivo e piacevole; ho conosciuto meglio la vita e l’attività della Comunità, nata a Roma, ma presente con una settantina di aderenti anche a Padova, ma soprattutto ho pensato che se i nostri giovani e le nostre ragazze avessero modo di incontrare queste creature, finirebbero pure per pensare che la Comunità di S. Egidio sia veramente una bella cosa e sia quanto mai opportuno aderirvi!

Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!

Una rondine al Centro don Vecchi

Annotai nel mio diario della scorsa estate, quanto fossero contenti gli anziani del Centro per il servizio al pranzo offerto da due ragazzine di Santa Maria Goretti.

Terminata la scuola, due ragazze, una bionda esuberante ed estroversa, ed una morettina piuttosto silenziosa e riservata, scelsero di offrire due, tre ore al giorno per servire al seniorestaurant, ove ogni giorno, una novantina di anziani del Centro, poco amanti dell’arte culinaria, o poco in sesto con la salute, mangiano al ristorante del Centro con tre euro e cinquanta al pasto.

Era piacevolissimo vedere queste due fanciulle, veloci e sorridenti, aggirarsi vezzose tra i tavoli, scambiando qualche battuta, rispondendo ai desideri dei vecchi commensali, ritirare i piatti sporchi ed offrire quelli con le pietanze sfornate dalla cucina, dove, ogni giorno, una decina di volontarie cucinano, scodellando chiacchierando a ruota libera. Penso sia difficile trovare in città un ristorante con tanto personale quanto quello che lavora al Don Vecchi!

Con l’inizio della scuola le due rondini presero il volo e tra i tavoli ricomparvero tanti camerieri anzianotti, traballanti e con poco o nessun fascino. Fortunatamente ha preso coraggio ed è uscita dalla sua riservatezza, Rita, l’adolescente che al sabato sera serve Messa e che, alla domenica, inizialmente con un po’ di rossore, ma ora più sicura e consapevole del suo fascino primaverile, giostra con destrezza tra i tavoli dei nonni e bisnonni, quasi danzasse un valzer.

Rita parla poco, sorride meno, ma ora pian piano sta aprendosi, avvertendo forse nel suo inconscio, che agli anziani è quanto mai gradevole la sua grazia e il suo modo gentile e cortese di porgere le vivande, accompagnando finalmente il gesto con un principio di timido sorriso. Il servizio di Rita è quanto mai utile, ma forse sarebbe pure gradito se porgesse agli anziani anche solamente piatti vuoti! Beata giovinezza!

L’Incontro

L’affermarsi dell’Incontro rappresenta un vero miracolo. In un paio d’anni abbiamo fatto un giornale, abbiamo una linea editoriale, creato una tipografia dal niente, posto in atto una rete di distribuzione, battendo di gran lunga tutta la “concorrenza”, tanto che si stampano ogni settimana un numero di copie tali da eguagliare quello di tutti i bollettini delle parrocchie di Mestre messi assieme. La notorietà, poi, raggiunta è tale, che molte volte siamo stati citati dalla stampa cittadina, un paio di volte da quella nazionale, ed una, perfino, dal notissimo “Le monde”. La Curia poi, segue con attenzione e talvolta, forse, con preoccupazione questo periodico “Libero e fedele”

Ora, poi, al periodico si è aggiunta una piccola, ma intraprendente Casa editrice, che sforna almeno due o tre volumi all’anno. Il periodico diventa, poi, un traino ed un portavoce delle realtà che stanno alle spalle e lo sorreggono: la Fondazione Carpinetum, l’associazione Carpenedo solidale, la Chiesa del Cimitero con l’indotto di queste realtà.

Se è vero come dicono, che ogni giornale è letto da quattro persone, ciò vuol dire che ogni settimana, sedicimila cittadini sono messi a conoscenza de “Il Samaritano”, dell’Ostello S. Bendetto, dei Centri don Vecchi e dei magazzini dei vestiti, dei mobili, degli alimenti, dei supporti per le infermità, e della galleria S. Valentino. Quello che c’è di più bello sono la trentina di volontari che lavorano con passione ed entusiasmo per questa testata.

Nomino per tutti, Luciano Valentini che la sorte gli ha fatto trovar casa a Mogliano, ma rimasto fedele al suo impegno di “strillone”, a tutt’oggi, ha percorso ben 980 chilometri di strada in bicicletta per diffondere l’Incontro. Nemmeno Bartali e Coppi
ne hanno fatta tanta “senza ricevere un soldo”!

La Chiesa è in attivo

Qualche giorno fa (l’articolo risale a giugno 2007, NdR) “la capo” dei miei chierichetti (sono due in pianta stabile e qualcuno di avventizio) ha fatto la prima comunione.

Francesca, che tutti chiamano Franceschina perché minuta di statura e con la voce di topo Gigio, da quando siamo al don Vecchi non manca una volta e non perde un colpo nella simpatia perché porta tutto il brio e la freschezza dell’infanzia.

Francesca mi ha portato, come ormai fan tutti, i confetti, però anche in questo gesto gentile c’è il tocco cristiano della sua famiglia; i confetti erano stati confezionati dal gruppo delle adozioni a distanza della parrocchia e certamente di parte del costo beneficiano i ragazzi di lontani villaggi dell’India con cui la comunità di Carpenedo è collegata.

La chiesa oggi forse soffre di un deficit numerico, ma certamente è in attivo nella sostanza, almeno su certi aspetti!

La città dei vecchi

Quando ero poco più di un bambino, mi ha fatto sognare il film “La città dei ragazzi”. Era appena terminata la guerra ed arrivavano in Europa pellicole americane, con storie da “nuova frontiera”, piene di ottimismo, in cui gli eroi positivi la spuntavano sempre. Ricordo “La mia via”, in cui Bill Crosby, in tonaca da prete, convertiva la parrocchia cantando assieme ad una bella ragazza che non era la perpetua o la presidente delle Figlie di Maria.

Tornando alla “Città dei ragazzi”, fatta da brigantelli, scugnizzi, e piccoli malandrini che sfasciavano tutto e scappavano, guidata da un prete, che mi ha fatto sognare per trent’anni, pian piano è diventata una splendida realtà ordinata e positiva. Il film ha avuto un eco tale che, anche in Italia, fiorirono per tanti anni esperienze del genere; ad esempio, a Bassano, fino a qualche anno fa, esisteva il Comune dei ragazzi con tanto di elezioni e sindaco e consiglio comunale!

Sulla falsa riga di questa tipologia sociale, io, persona a cui non manca proprio la fantasia, ho pensato alla senior city del Don Vecchi in questi termini: al centro don Vecchi di Carpenedo c’è una toponomastica con relativa segnaletica stradale, per cui il complesso ha delle denominazioni precise che definiscono le strade, le piazze, gli slarghi e i vicoli. Gli anziani, però, sembra non siano entrati troppo nel gioco. C’è stata solamente una vecchietta, appena entrata, che Suor Teresa ha incontrato piangente perché non sapeva più trovare il suo alloggio. La Suora le chiese: “Dove abiti?”, e l’anziana con le lacrime agli occhi: “In vicolo dei Merli 21” tutti ora sanno solamente i numeri civici.

Stamattina sono stato al don Vecchi di Marghera e sono stato veramente entusiasta della situazione: ordine, pulizia, entusiasmo, partecipazione; mi è parso veramente di scoprire il soggetto per una nuova pellicola: “La città dei vecchi”.

A Marghera non abbiamo alcun dipendente; tutti sono padroni, tutti sono dipendenti, perchè vige sovrana l’autogestione. Lino con la sua aria tranquilla da ottimista, regna da sovrano illuminato e costituzionale, non ha bisogno di chiavi, di ordinanze, né di circolari; la sua fede e la sua bontà gli sono più che sufficienti per governare la Nomadelfia delle ciminiere!

“Voi dovete essere sale, dovete essere luce per chi vi sta accanto”

Almeno su un aspetto della personalità splendida di S. Agostino, gli rassomiglio. Peccato si tratti di un aspetto di cui, pure il santo di Ippona, si doleva amaramente: “Tardi, Signore, ti ho conosciuto, tardi ti ho amato!”. Per me è triste, capire di dover esclamare con rammarico e tristezza questo; di dover ammettere qualcosa del genere per quanto riguarda la comprensione delle parole di Cristo.

Ci sono affermazioni evangeliche che ho letto mille volte nella mia vita, ma solamente ora, a ottant’anni e decisamente verso il tramonto, mi pare di scoprirne tutta la ricchezza e la bellezza, e se non sono fuori tempo massimo, poco ci manca! Stamattina ho letto quello che Gesù esige da chi vuole essere discepolo: “Voi dovete essere sale, dovete essere luce per chi vi sta accanto”.

Non è necessario frequentare un corso biblico o essere esperto in esegesi per capire la funzione del sale e della luce. Il sale ha la funzione preminente di dar sapore agli alimenti, la luce permette di cogliere la ricchezza dei colori, l’armonia dei volti, dei corpi, della natura, del cielo e del mare. La traduzione esistenziale è perfino troppo facile: il discepolo di Gesù deve essere uno che sa vivere, che è felice, che gode di quanto c’è di bello nella vita, che corre, danza, canta, sorride, ama e sogna.
Altro che quei poveri menagramo col volto storto, vestiti di nero, iagnucolosi, che non sanno né sorridere, né amare!

Tutto questo l’aveva capito perfino quell’anima dannata di André Gide, quando affermò: “Come potete voi credenti pretendere di essere testimoni del Risorto avendo una faccia da funerale, e quando camminate sul ciglio della strada e a testa bassa?”

“misericordia io voglio e non sacrifici”

Sono quanto mai d’accordo che non si può spigolare nel Vangelo e cogliere i pensieri che maggiormente coincidono con le convinzioni e la visione della vita che ognuno ha. Il Vangelo va preso “in toto” anche quando si incontrano dei passaggi non graditi, che fai fatica ad accettare. Comunque non credo sia ingiusto e peccaminoso vibrare particolarmente di gioia quando incontri delle affermazioni che coincidono esattamente al tuo modo di pensare.

Qualche domenica fa, nella parte finale della pagina del Vangelo che la Chiesa ci ha offerto per la meditazione,c’era una frase famosa e forte di Gesù – ma quando mai le affermazione di Cristo non sono valide e forti? – “misericordia io voglio e non sacrifici”.

Mi ripromettevo di soffermarmi particolarmente su questa frase che costituisce uno dei punti di forza nella proposta cristiana, e credo, oggi, sia giusto offrire ai credenti, perché la traducano in maniera esistenziale per gente del nostro tempo, che credo avverta quanto mai l’esigenza di un cristianesimo incarnato nelle problematiche di oggi. La società contemporanea potrà anche affermare di fronte ad una cerimonia condotta da una valente regia: “Che bel rito!”, ma nulla più; rimane nell’animo solamente una sensazione.

L’esigenza più forte, oggi, mi sembra sia quella di una fede che diventa “misericordia”, partecipazione al dramma di chi soffre, intervento coraggioso e generoso verso chi è in difficoltà.

Speravo di battere tanto su questo chiodo, sul quale pochi preti si impegnano, sennonché, quattro gocce, di una nuvola dispettosa di passaggio, ha scompaginato la mia assemblea che partecipava all’Eucaristia tra le tombe, accanto ai grandi cipressi del Camposanto, ed io dovetti fermarmi all’annunciazione solamente del testo evangelico.