I bollettini parrocchiali

Molte volte ho confessato la mia curiosità, verso i cosiddetti bollettini parrocchiali, da qualche anno quasi tutte le parrocchie stampano questi foglietti. Questa iniziativa editoriale non può certamente essere riportata come un vanto delle chiese di Mestre, taluni di questi bollettini sono così poveri, striminziti da far pietà, altri da un punto di vista tipografico sono un po’ migliori, evidentemente c’è dietro ad essi un parroco o un volontario che ha maggior dimestichezza col computer; la sostanza però è povera anche se la grafica è di buona fattura.

Io sono contento che tanti parroci abbiano finalmente compreso che la proposta religiosa deve avere canali adeguati e non si può fermare ove termina l’ombra del campanile. Spero sempre, che prima o poi anche il piccolo mondo parrocchiale scopra la funzione degli strumenti di comunicazione di massa e sia disposto a pagarne il prezzo economico, di ricerca e di fatica.

Il mio interesse per questi strumenti pastorali, nasce anche dal fatto che posso vantare una qualche paternità nei riguardi dei fogli parrocchiali, essi a Mestre, ma pure in diocesi sono nati da un viaggio pastorale fatto in Francia assieme a Monsignor Vecchi. In una chiesa di Parigi ne trovammo un esemplare, in quel tempo la Francia era la mosca cocchiera della pastorale. Tornati a casa partimmo subito.

Conservo la raccolta di questi incunaboli. Il primo numero porta la data del 15 ottobre 1967- 40 anni fa! Un semplice foglio A4- stampato fronte retro a ciclostile.

Eccovi i titoli degli articoli: Concerto a S. Lorenzo- giornata missionaria- Il Ristoro- Sos Televisivo- Comunione- Club della Graticola- Messe per gli studenti- conferenze al Laurenzianum-.

Ho ora sottomano la “Mercedes” della parrocchia di S. Lorenzo che quarantanni ha prodotto quel prototipo. E’ una “Mercedes” bellissima all’avanguardia. L’unico neo è che nel numero che ho qui davanti a me è scritto- “la pubblicazione è sospesa fino a settembre”. Cosa si direbbe se anche il Gazzettino sospendesse le pubblicazioni d’estate?

Vivere la vita come un dono è essenziale!

Recentemente sono stato a Quarto d’Altino per concelebrare l’Eucarestia di commiato per la sorella della signorina Rita, la governante che ha accudito la canonica per i trentacinque anni che ho trascorso colà da parroco.

Don Gianni, il parroco, con garbo e gentilezza mi ha offerto l’opportunità di fare un breve intervento. In genere non amo il moltiplicarsi di allocuzioni, io sono sempre per riti scarmi, essenziali, poco verbosi e di intensa sobrietà. La sollecitazione del giovane collega fu però tanto calda ed affettuosa che mi sentii in dovere di prendere la parola.

Io avevo conosciuto la cara estinta durante le gite pellegrinaggio organizzate dalla mia parrocchia a cui ella partecipò per venti anni.

Non sapevo quasi nulla della sua pratica religiosa, della partecipazione alla vita parrocchiale; notizie che emersero nel sermone del parroco, che illustrò con dovizie di particolari questi aspetti, cosa che mi fece piacere. Non sapendo neppure fino prima del funerale quanti anni avesse questa creatura. La ricordavo, appunto in queste gite pellegrinaggio, alle quali partecipava con la sorella Rita; era una personcina sempre elegante, vestita sempre in maniera sciolta e sportiva, garbata nei modi, ma frizzante, curiosa, interessata a tutto, godeva di ogni scoperta e di ogni novità sembrava almeno più giovane di vent’anni di quanti non ne avesse.

La mia testimonianza non poteva rifarsi se non a questo aspetto della sua vita che conoscevo, ma mi sembrava una testimonianza degna di essere ascoltata, perchè essa era a mio umile parere un aspetto importantissimo della vita religiosa.

Le preghiere, il culto, i riti hanno una loro importanza, ma è la vita che è essenziale! Se un cristiano non vive la vita come un dono, non l’apprezza, non canta la gloria di Dio con la gioia di vivere, dello scoprire la natura e l’opera dell’uomo di partecipare, come può essere grato a chi gli ha fatto questo dono come può amare chi gli ha concesso tutto questo?
Non certamente limitandosi a dire due rosari al giorno!

Il senso del dovere

Gli anziani con cui vivo talvolta appaiono logori, suonati o rassegnati alla monotonia del quotidiano, quasi sempre poco propensi all’impegno e a nuove iniziative. In realtà non è proprio così, almeno per certi aspetti della vita sto rendendomi conto che sono più informati di quanto non sembri su tutte le provvidenze che la civica amministrazione e la Ulss pongono in atto a loro favore. A cominciare da metà giugno, e credo che la cosa procedaerà fino a settembre, li vedo spesso che arrancano dietro a valigioni trascinati da qualche figliolo o nipote diretti ai luoghi di villeggiatura.

Gli anziani conoscono veramente bene tutti la provvidenza messa in atto dal comune; non hanno certa bisogno di “Centri di ascolto o di sportelli di informazione per sapere le modalità e i calendari dei turni di villeggiatura al mare e ai monti. Taluni partono ritornano e ripartono senza darlo troppo a vedere, mentre mostrano d’essere sorpresi per qualche euro d’aumento. Con estrema facilità hanno scoperto molto in fretta di poter fruire dei generi alimentari offerti dal Banco alimentare e della medesima opportunità di beneficiare dello spaccio che mette a disposizione gratuitamente frutta e verdura.

Anche nel settore della terza età c’è una grande sensibilità e prontezza per quanto riguarda i diritti mentre spesso si fa orecchio da mercante per quanto riguarda ciò che si può e deve fare per gli altri.

Tempo fa un opinionista osservava in un periodico che dopo Mazzini non c’è stato alcun altro in Italia che abbia parlato dei doveri del cittadino! Mi convinco sempre di più che nel nostro Paese la necessità più grave non sono tanto le leggi, provvedimenti perequativi, le riforme sociali che facciano cambiare la mentalità, il costume della nostra gente. I politici, i sindacalisti e i mass media hanno arrecato dei danni che sono pressoché irreparabili, che solamente grandi riformatori possono riparare.

Gli amici della carta stampata e del piccolo schermo

Le mie vicende o le mie povere vicende le conoscono un po’ tutti. La cosa, lo confesso, mi fa piacere.

Non passa giorno non passa incontro che qualcuno mi chieda: “ come va il don Vecchi Marghera?” “si fa, don Armando la nuova chiesa del cimitero?” “Hanno già cominciato il Samaritano, la casa per i familiari degli ammalati dell’Ospedale?” “Allora si fa o non si fa l’ostello San Benedetto, per ospitare i lavoratori che vengono dal sud, dalle coste africane, o dai paesi dell’est d’Europa?” Per non parlare poi de “L’Incontro” dei Magazzini San Martino e San Giuseppe, dei supporti per gli infortunati o del Banco alimentare!

Sono felice che la città sia coinvolta nelle opere della solidarietà, vi partecipi almeno con la curiosità, senta che sono problemi di tutti e sia un po’ orgogliosa che questa nostra Mestre, che negli ultimi decenni s’è un po’ impigrita ed è diventata sonnolenta, desideri almeno, di brillare per una solidarietà che deve coinvolgere tutti.

Da sempre sono convinto che se non matura una cultura diffusa, ben difficilmente, emerge l’uomo o il gruppo sociale che tenti di produrre a livello operativo le risposte ai bisogni e alle nuove esigenze della collettività. In tutto questo mi da una buona mano L’Incontro, che anche durante le ferie viaggiava a quota quattromila copie settimanali.

Ma sono pur riconoscente e felice delle spintarelle, e talvolta delle spallate che mi danno “Il Gazzettino” “La Nuova Venezia”, “Gente Veneta” il “Corriere del Veneto” e Rai Tre!

Tutta questa buona gente che costruisce l’opinione pubblica non mi tiene tanto sulla cresta dell’onda, ma soprattutto mantiene viva la memoria, l’urgenza e la necessità delle cause a cui ritengo utile dedicare le mie residue energie. Gli amici della carta stampata e del piccolo schermo sono veramente cari e preziosi amici del bene e della solidarietà.

Lo scrupolo

Ora non faccio quasi più “il mestiere” del confessore, un po’ perché vivo in un modo di vecchi che son convinti, quasi con rammarico di non poter più peccare, ed un po’ perchè ormai la confessione fa parte del museo dei vecchi mestieri ora non più praticati.

Un tempo quando confessavo e molto, ogni tanto m’imbattevo in qualche penitente scrupoloso.

Era una pena, perché lo scrupoloso non trova mai pace, sempre convinto di non aver detto tutto, o di non aver detto bene.

Io credo di non aver mai sofferto di scrupoli, anzi talvolta mi pare d’essere di manica larga, forse troppo larga con me stesso.

Ultimamente però ho uno scrupolo che mi perseguita e che mi toglie pace, nonostante sia più che in regola con i canoni della chiesa, mi pare d’aver abbandonato troppo presto la vita attiva a livello pastorale, e anche se ho accettato il fatto della pensione, mi viene da temere che anche nella condizione in cui mi trovo potrei fare di più o di diverso di quello di cui sto occupandomi.

Mi ero offerto senza ricevere risposte ed “essere preso a giornata” dai miei confratelli. Contrariamente dissero di non aver bisogno, questi rifiuti mi avevano tranquillizzato sennonché l’aver sentito che l’unico frate sacerdote, quindi in grado di celebrare l’Eucarestia, amministrare il perdono e dare l’unzione degli infermi se n’è andato con il 30 giugno dall’ospedale mi ha riacceso il tormentone, tanto da costringermi di fare una seppur modesta e limitata avance. L’aver un’ ospedale di eccellenza sotto ogni punto di vista, ma carente di una adeguata assistenza religiosa è diventato per me un assillo. Sebbene che prima di me a dover preoccuparsi di queste cose c’è il cardinal Patriarca sua eminenza Angelo Scola, il patriarca emerito cardinal Marco Cè, il vescovo ausiliare sua ecc.za monsignor Beniamino Piziol, il delegato per la pastorale degli infermi monsignor Dino Pistolato, il delegato per l’evangelizzazione monsignor Orlando Barbaro, ma nonostante questo rimane pure “il servo dei servi di Dio” don Armando Trevisiol.

La responsabilità morale lambisce pure la mia coscienza tanto da farmi dire “posso fare ancora qualcosa anch’io!”

“Non giudicate!”

Qualche giorno fa ha rivisto una cara signora con la quale avevo lavorato per una ventina di anni a favore degli anziani della casa di riposo di Mestre.

Ambedue eravamo più giovani e ricchi di sogni. Ora siamo ambedue più anziani, ma fortunatamente ancora impegnati e sognatori di un mondo migliore.

Ci fu un tempo in cui le nostre strade presero direzioni diverse; il fallimento del suo matrimonio e la sua scelta politica fece si, che senza trauma di sorta ognuno prese la sua strada, ci ritrovammo occasionalmente qualche volta, sempre timorosi che quasi si fosse allargata la crepa della separazione. Ci ritrovammo poi quasi anziani, una decina di anni fa a sognare e lavorare ancora per il bene degli altri. I risultati sono stati abbastanza miserelli, comunque credo che abbiamo avuto almeno il merito d’avercela messa tutta!

Ora lei collabora ancora con me ma a partime perché si occupa di mille altre cose positive con l’entusiasmo di sempre.

Quando le rividi giorni fa, mi apparve un po’ stanca e sciupata, gli domandai il perché di questa stanchezza.

Mi rispose che aveva fatto la notte all’uomo da cui ha divorziato forse da un quarto di secolo. Mi confidò con tanta naturalezza con pudore e pietà umana, che essendo quest’uomo ormai morente, facevano la notte a giorni alterni lei e la nuova “moglie” perché non c’era alcun altro a poterlo fare. Questa confidenza mi costrinse a pensare al casellario formale che la società e la chiesa mi offrono per inquadrare questi drammi umani: divorzio, separazione, peccato, amore coniugale. Confrontando questi termini con queste due donne che alternativamente avevano amato lo stesso uomo e poi con pietà e fraternità l’aiutavano nell’ora estrema della vita.

Quanto sono inadeguati, angusti i nostri termini per dare cornice alla vita! Provai quasi un senso di smarrimento e di compatimento per chi ha sicurezze formali a questo riguardo ed accostai costoro all’intimazione di Cristo: “non giudicate!”

Mi parve più saggio, più umano e più cristiano mettere queste due donne e il morente nel cuore di Dio. Così stavano molto meglio!

Una preghiera per don Armando

Lunedì don Armando è stato ricoverato per un piccolo intervento che avverrà oggi. Si prevede che don Armando torni a casa giovedì.

In questi giorni il blog continuerà a pubblicare i numerosi pezzi che don Armando ha scritto e continua imperterrito a scrivere.

Oggi comunque, in occasione dell’intervento, invitiamo i già numerosi lettori del blog a innalzare una preghiera per questo grande sacerdote e uomo.

– La redazione

“Fa più rumore un ramo che cade che una foresta che cresce!”

Mi fece molta impressione qualche anno fa una citazione, che non avevo mai sentito, e che il prof. Rama, che non era solamente un celebre oculista, ma anche un ottimo ed incisivo conferenziere fece, durante il suo discorso: cioè: Fa più rumore un ramo che cade che una foresta che cresce!

Dopo quella volta ho sentito in tante e tante altre occasioni citare questa sentenza.

In verità è un’immagine vera e felice, L’immagine che in un’altra occasione avevo sentito dall’avvocato Carnelutti, principe del foro veneziano, con un’altra espressione ma con identico contenuto: “Il male è come i papaveri in un campo di grano, bastano pochi di questi fiori dal color rosso vivo per farti sembrare il campo pieno di questi fiori, mentre il bene è come le viole, anche se in un campo ce ne sono moltissime e profumate, devi cercarle con attenzione perché sono umili e nascoste.

Da quando è nato l’Incontro, mi sto costruendo alla meno peggio un archivio, con tutto quel materiale che è nella stessa lunghezza d’onda della linea editoriale scelta per il nostro periodico. Col materiale ricavato in poco più di due anni avrei personaggi, testimonianze, avvenimenti, pensieri ed iniziative benefiche che mi potrebbero bastare per più di dieci anni. Attualmente non ho che l’imbarazzo della scelta per portare all’attenzione dei lettori un mondo nascosto e sconosciuto che si rifà al vangelo, al bene e alla solidarietà.

Talvolta soffro di non riportare tutto quello che di vero, di bello e buono vado scoprendo, non solamente nella stampa, ma anche nei rapporti normali e quotidiani con la vita di tutti i giorni. La foresta meravigliosa vigorosa e promettente che sta crescendo nel silenzio e nell’umiltà è veramente immensa e ricca di prospettive. Peccato che i mass-media non le riportino!

Annullamento di un matrimonio

Don Danilo, il mio successore alla guida della parrocchia di Carpenedo, qualche giorno fa mi ha telefonato dicendomi che il tribunale eclesiastico per l’annullamento dei matrimoni chiedeva un’informazione su due coppie che io ho sposato una decina di anni fa. In realtà non ricordavo proprio nulla di questi parrocchiani ai quali il matrimonio era andato male, motivo per cui essi ne chiedevano l’annullamento, ma in ogni caso queste richieste esigite dalla prassi legale mi han sempre irritato. Se avessi riscontrato irregolarità lo avrei segnalato, ed anche se avessi nutrito dubbi sulla opportunità delle nozze non avrei potuto legittimamente impedire di sposarsi.

Ho ritenuto e ritengo ancora valido il fatto che la Chiesa, constatando alla prova dei fatti, delle anomalie o delle carenze sostanziali alla vita coniugale di una coppia, dichiari che il matrimonio era stato un fatto solamente formale e quindi lo dichiari nullo. Non sono affatto d’accordo e continuo a sperare e pregare per un ripensamento della Chiesa sulle modalità, sui parametri del giudizio, sui costi e sulla lunghezza dell’inchiesta giudiziaria.

Avrei bisogno di un libro per una argomentazione adeguata, mi limito solamente ad una immagine. La casa, che ha avuto licenza edilizia e collaudo statico, se crolla, a meno che il proprietario non abbia messo della dinamite per farla saltare, significa che essa era carente di elementi essenziali. Se un matrimonio fallisce significa che mancavano i presupposti perché potesse reggere, e nove volte su dieci dovrebbe essere dichiarato nullo senza tanti discorsi inutili!

E’ tempo che prendiamo coscienza che…

Il giorno in cui ho scoperto d’essere il datore di lavoro che stipendia ogni impiegato dello Stato, e che gli garantisco lo stipendio, ho superato ogni complesso di inferiorità nei riguardi di qualsiasi funzionario sia modesto che importante; pretendo risposte rapide, rispetto, impegno, obbedienza.
Mi ha aiutato a superare questo complesso il famoso avvocato Cacciavillani che mi raccontava, che essendo stato un capotreno arrogante nei suoi riguardi tirò fuori dalla tasca la carta di identità ed ergendosi in tutta la sua altezza, con voce vibrante gli disse: “Lei non sa chi sono io?” L’altro probabilmente pensò di essere di fronte ad un onorevole, o forse peggio ancora ad un magistrato, ma lui soggiunse invece “Io sono un cittadino italiano, ed ho quindi tutti i diritti che mi garantisce la costituzione e il codice civile!”

Io ho preso da un pezzo coscienza d’essere non solo un cittadino, anche una persona, un cristiano ed un figlio di Dio. Non ho più complessi verso i burocrati, verso gli amministrativi, verso i politici, verso i letterati, verso i partiti! Come vorrei che tanti cittadini e tanti cristiani perdessero i complessi di inferiorità verso gente presuntuosa che crede di essere non so chi!

La sinistra s’è impadronita della resistenza, della cultura, dei mass media, della magistratura, del cinema, della storia e si è talmente montata la testa certi da pensare d’essere il battistrada del pensiero, detentrice della verità, l’espressione più autentica della democrazia, il domani per il nostro Paese. Balle! Tutte balle! Fortunatamente l’ha capito anche il popolo italiano e nelle ultime elezioni pur non avendo alternative meravigliose, l’ha mandati a casa con un calcio nel sedere!

E’ tempo che prendiamo coscienza che i cristiani posseggono i valori più validi, l’umanesimo più rispondente alla natura umana, esprimono gli uomini migliori, più seri, più concreti, più audaci. Finche non avremmo preso coscienza di queste certezze ci lasciamo schiacciare da imbonitori da piazza.

Il dibattito

Ci sono certi fatti che si incidono particolarmente nella mia coscienza, pare quasi che essi siano stati segnati con timbro rovente nel mio sentire, tanto da non riuscire a liberarmene per tanto tempo.

Lo scorso anno ha ascoltato e visto alla televisioni il dibattito sulla esistenza di Dio che il nostro Patriarca ebbe con Scalfari a Cortina.

In quell’occasione Scalfari è stato impietoso, arrogante, privo di ogni sensibilità umana e con affondi impietosi ha messo in grave difficoltà il nostro Patriarca il quale non aveva purtroppo avvertito che non avrebbe potuto duellare ad armi pari con Scalfari. Il Patriarca, cattedratico, solito a muoversi in ambienti rispettosi e con un denominatore comune a livello culturale, quello della fede o perlomeno di una cultura fondamentalmente cristiana.

Lui, Scalfari, invece il giornalista di successo supportato da una cultura marxista e laica ancora largamente presente nel Paese che ha sempre gratuitamente coltivato la presunzione di rappresentare la verità, il domani, e perché no, il sole dell’avvenire. In questi abbondanti avanzi del marxismo sconfitto dalla storia, permane nonostante l’assoluto fallimento storico, questa arrogante e gratuita presunzione.

In questi giorni con l’uscita del volume di Scalfari, che una volta ancora dichiara con sicurezza e sarcasmo, con argomenti arcaici ed assolutamente minoritari nella storia del pensiero umano, il suo ateismo, giudicando con sprezzante sicurezza gli uomini di fede, mi si è riaperta la ferita! Io non so se sento più pietà che ribrezzo per questa gente, comunque sono convinto che vada trattato come si merita.

E’ ora di finirla con i complessi di inferiorità, di soggezione o di pietà. Il popolo italiano ha capito ed ha manifestato con voto certo e palese la disistima per gente del genere.

Mi spiace tanto, che purtroppo, nonostante tante dichiarazioni, in realtà anche Veltroni, compagni e caudatari continuino a seguire la stessa strada.

“Il volto si fa memoria e la memoria si fa presenza”

Nelle pareti bianche del mio piccolo alloggio al don Vecchi sono appese solamente le amate Icone, che ho raccolto col passar degli anni. Le icone mi sono particolarmente care perché per me sono come delle reliquie delle preghiere di tanta povera gente, dalla fede semplice, che ha affidato a Cristo, alla Vergine ed ai santi amati dai russi la loro preghiera nei momenti difficili della loro vita grama. Ogni volta che passo accanto alle sacre immagini si sovrappongono ad esse i volti delle donne e dei vecchi che nelle loro isbe sparse nel desolato territorio pregavano di fronte a queste sacre immagini, molte di queste icone portano ancora i segni del fumo e della fiamma dei lumini accesi davanti ad esse.

Unica eccezione è un portaritratti d’argento, aperto a libro, con a sinistra la foto di mio padre con la sua vecchia Guazzetti e quella di mia madre, col suo volto mesto, mentre ricama presso un pergolato verde. Mi sono tanto care queste due istantanee dei miei vecchi genitori; mi ricordano la laboriosità, la fatica, i disagi affrontati con infinito coraggio per crescere i loro sette figli!

Quante volte me li sento così vicini cosi vivi e cosi cari mentre li guardo con tanto affetto e tanta nostalgia, quanta riconoscenza e quanto amore suscitano nel mio cuore queste due foto, tanto che io che sono cosi schivo vorrei baciare quelle immagini.

L’altro giorno, mentre tenevo in mano l’ostia bianca, su cui avevo appena pronunciato le sacre parole della consacrazione, provai lo stesso sentimento, gli stessi palpiti di quando vedo i volti dei miei vecchi genitori. L’ostia bianca, forse mi aiuta ancora di più a ricordare a dar volto vivo e raccogliere il pensiero di Cristo, ad aprirmi alla sua presenza a sentirlo accanto a me. Solo così riesco ad avvertire la presenza reale.

“Il volto si fa memoria e la memoria si fa presenza”, che stimola all’apertura al messaggio e alla presenza di una realtà particolare, ma che in ogni modo è realtà!

”…ma non è detto che abbia sempre ragione!”

Il giorno dell’inaugurazione del Centro don Vecchi di Marghera il Patriarca con fare bonario, ma non a caso disse alla folla dei partecipanti al lieto evento: “Don Armando parla poco, ma scrive molto” e poi soggiunse dando una breve pausa ”ma non è detto che abbia sempre ragione!”

L’affermazione è ovvia e quasi scontata, lo Spirito Santo non garantisce neanche al Papa d’aver sempre ragione; magari pure fosse vero! Per un povero prete come me credo che non sia per nulla preoccupato che dica sempre la verità! Prendendo la parola, avendomi quasi costretto ad intervenire, gli promisi, che sarei stato più attento; cosa che farò di certo, ma neanche in quel momento mi passò minimamente per la testa che non sarei stato onesto o che avrei taciuto per amor di pace.

Nella chiesa ce ne sono anche troppi di adulatori, di critici nascosti, di opportunisti silenti per comoda prudenza o per non compromettersi, perché anch’io mi aggiunga a questa povera gente. La critica per la critica o per partito preso o per invidia ritengo un comportamento ignobile, però dire quello che penso essere la verità per amore della causa e della comunità di cui sono sempre parte integrante, la ritengo un sacro dovere, specie nei riguardi di chi ha compiti di responsabilità nella Chiesa.

Costoro sono spesso isolati, i palazzi e la carica sono come un insuperabile muraglia cinese per gli apporti di verità e i contributi che possono venire dal basso per le scelte pastorali. La massima che mi ha sempre guidato durante la mia lunga vita di prete, che mi ha gratificato moralmente, ma mai mi ha difeso da reprimende e da emarginazioni più o meno coperte è stata quella del profeta del nostro tempo don Primo Mazzolari: “Libero e fedele”: C’è stato qualcuno meno fortunato di me che a quarantanni è stato promosso a Barbiana una parrocchia di una trentina di abitanti, ma forse per questo don Lorenzo Milani è diventato uno dei preti più amati e ascoltati nel nostro tempo.

Il seme della parabola

Il mio piccolo gregge è formato in maggioranza da donne di tutte l’età, ma fortunatamente non mancano i giovani e gli uomini, taluno anche di prestigio.

Vedo frequentemente tra la folla dei fedeli il giudice del tribunale dei minori, specie ora che ha perso la sua dolce Chiara, viene nel camposanto per onorarne la memoria, per pregare per la sua anima, ma credo anche per chiederle d’aiutarlo nella sua solitudine. Qualche giorno fa, con quel suo fare semplice, cordiale e bonario mi disse alla fine della messa “a quando don Armando il diario del 2007? quello del 2006 l’ho già terminato di leggerlo!” Gli sorrisi riconoscente ed un po’ imbarazzato, perché vedendo come stanno andando le cose, sono propenso di dare alla stampa quello del 2007, dato che le bozze sono gia pronte.

Qualche settimana fa una suora dello stato maggiore delle Dorotee, mi ha confidato che fa la meditazione sul mio diario; questo non mi imbarazza soltanto, ma mi mette in crisi, perché non vorrei traviare un’anima semplice e bella con le mie rudi prese di posizione, se a volte esse sono talmente prive di garbo e di prudenza. Credo d’aver si il veleno dei serpenti, ma non la semplicità delle colombe,come ci chiede Gesù!

Una suora missionaria m’ha mandato una foto con il mio diario sul tavolo di lavoro. Taluno mi ringrazia per la franchezza, talaltro mi dice che si diverte nel leggerlo. Io spero e trepido augurandomi che le mie tante parole siano come il seme della parabola e non come le piume della maldicenza che San Filippo Neri precisò che erano ormai irrecuperabili.