Don Armando Trevisiol


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Preghiere da Internet

lunedì, 1 dicembre 2008

Mio padre mi raccontava lo stupore e l’incredulità di mio nonno quando un suo compare gli raccontò che nell’osteria, che ambedue frequentavano alla domenica dopo la messa delle sei del mattino, avevano comperato una scatola che parlava.

Mio padre era un buon parlatore, alla sera ci raccontava sempre le stesse favole, ma sempre con varianti tali per cui ci sembravano sempre nuove o ci parlava dei fatti della prima guerra mondiale il cui fronte si era attestato sul Piave ove i miei cari vivevano in un casone, in prima linea; racconti che mi incantavano.

Il babbo perciò incorniciava l’incredulità del nonno per l’arrivo in Paese della prima radio come un avvenimento inverosimile e favoloso, tanto che, campassi altri cent’anni, non dimenticherò mai la scena del nonno incredulo di fronte ad una vicenda così sorprendente.

Ora io ho l’età che a quel tempo aveva mio nonno e mi capita di essere meravigliato e sorpreso, quanto fu lui, quando arrivò la prima radio ad Eraclea, mio paese natale.

I miei collaboratori di internet mi avevano avvertito che mi avevano aperto un blog perché io potessi colloquiare non solo con i cittadini i Mestre, ma con gli italiani e il mondo intero e perciò quando avevo qualcosa da dire lo facessi scrivendo sul mio blog. Sinceramente non ho ancora capito questo strano marchingegno, poi diffido che in questa “Treccani” mediatica moltiplicata per mille o per diecimila ci sia chi va a scoprire il mio indirizzo!

Vedendo che io non adoperavo questo blog, qualcuno degli amici deve aver scritto che lunedì scorso ero stato ricoverato in ospedale, martedì mi portano un foglio con tanto di disegno a colori con la scritta di una ragazzina dodicenne di Mondello, Palermo, che mi ha conosciuto mediante il sito internet, è rimasta colpita dalla notizia.

Mi scrive che si è impegnata assieme alla madre di pregare per la mia guarigione scrivendomi “Don Armando, guarisci presto!”.

La mia pronipote più piccola si chiama Anne, le racconterò questo evento perché quando sarà vecchia racconti ai suoi cari la sorpresa e la meraviglia del suo vecchio prozio!


Liana Foletto

sabato, 29 novembre 2008

Alla messa che celebro nell’ospedale all’Angelo non c’è mai tanta gente, specie durante la settimana, ma mentre quando celebro in cimitero debbo leggermi le letture perché nessuno si offre a farlo, in ospedale c’è sempre qualcuno che si alza e s’accosta al leggio.

Stamattina, mentre me ne stavo un po’ assorto, ho sentito un timbro di voce che mi pareva di ricordare. Diedi una sbirciata e scorsi una signora di mezza età in vestaglia, con i capelli un po’ arruffati ed un braccio in gesso. Conclusi di non conoscerla. Durante la predica più di una volta cercai con lo sguardo, ora che mi stava di fronte, la lettrice dalla dizione perfetta che aveva proclamato la Parola del Signore in maniera egregia. Accanto a lei c’era seduto un signore che riconobbi subito perché per molti anni aveva fatto il contabile della San Vincenzo.

Finalmente compresi che la signora ospite dell’ortopedia, era Liana Foletto, la splendida creatura che ha donato voce alla liturgia, cuore ai poveri, sensibilità alla musica e al canto.

In un baleno si accavallarono nella mia mente tanti fotogrammi, precisi che mi fecero riaffiorare la memoria di tante vicende vissute assieme.

Liana per anni ed anni si era impegnata con la casa di Riposo di via Spalti, alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia, per anni questa donna ha animato la liturgia ai Cappuccini per non averlo potuto fare nella sua comunità per un parroco impossibile. Liana ogni anno mi donava voce e cuore nel tessuto de “Il Quaresimale” la paraliturgia vespertina delle domeniche in preparazione alla Pasqua.

Terminata la messa l’incontro è stato quanto mai caldo, affettuoso e cordiale; due vecchi amici, due commilitoni di tante battaglie sul campo della carità.

Ora io sono vecchio e lei quasi, ma mi fa felice di averla incontrata ancora una volta in prima linea!


Il gallo che mi fa la predica al mattino

venerdì, 28 novembre 2008

Di natura sono un uomo metodico, mi pare che l’osservare un orario sia quasi un mettermi in un binario per giungere nei tempi esatti ai vari appuntamenti della mia vita di vecchio prete in pensione.

La sveglia suona alle 5,45, pulizie personali, rifacimento del letto, recita del breviario, breve meditazione, colazione e alla 7,30 ingresso nella mia cattedrale ancora dormiente tra i vecchi cipressi.

Ora alle 5,40 è ancora buio. Il grande campo prospiciente al mio terrazzino se ne sta sdraiato, muto ed incolore. Al mattino però non c’è solamente la coltre scura che copre linee e colori, che con l’aurora si ravvivano, ma si avvertono suoni e rumori che durante la giornata non mi capita mai di avvertire.

Si sente dalla bretella dell’autostrada di via Martiri della Libertà, un brontolio sordo e costante delle macchine e dei camion sempre in movimento. Ogni tanto sovrasta questo rumore cupo lo sferragliare del treno della ferrovia che passa abbastanza rapido, ma soprattutto aspetto con trepida attesa il canto del gallo di una piccola fattoria che ha qualche campo coltivato vicino al don Vecchi.

Deve essere un piccolo gallo perché il suo canto giunge flebile, ma ben distinto.

Da più di cinquant’anni non sento il cantare del gallo che nella mia infanzia era tanto gradito, gioioso e familiare.

Ogni mattina il canto del gallo mi fa pensare al tradimento di Pietro col rimprovero di Gesù, ma soprattutto, penso con preoccupazione, durante il nuovo giorno, di non essere capace di dare una testimonianza coerente, coraggiosa e limpida della mia fiducia della parola di Cristo.

Il gallo del mattino mi turba, mi stimola in maniera più efficace dei salmi e delle riflessioni del libro di meditazione.

Spero tanto che la padrona di casa non finisca di tirare il collo al gallo che mi fa la predica al mattino!


Sono stanco di una religiosità compassata…

lunedì, 24 novembre 2008

Ho sempre tenuta ben stretta la razionalità anche quando ragiono o mi occupo di fatti o discorsi che riguardano la fede.

Io sono ben legato all’affermazione: “Credo ut intelligam ed intelligo ut credam” credo per capire più a fondo e meglio e cerco motivazioni razionali perché facciano da supporto alla mia fede e la rendano credibile per chi mi sta accanto.

Però non ho mai disdegnato di dare un giusto rilievo anche alle sensazioni, ai sentimenti emotivi che accompagnano e talvolta avvolgono i fatti di fede.

Come ho confessato più volte adopero, per la mia meditazione mattutina, un libretto edito dalla congregazione metodista di Genova, una delle tante chiese nate dal movimento protestante, particolarmente diffusa negli Stati Uniti d’America, ma diffusa in tutto il mondo.

La paginetta quotidiana parte da qualche riga del nuovo o vecchio testamento ed è commentata da uno dei tanti fedeli aderenti ad una piccola comunità cristiana sparsa nel mondo, che fa capo a questa chiesa protestante.

Sono quasi sempre riflessioni ingenue, che si rifanno a delle esperienze personali, quasi a commento, supporto e prove della validità del dato biblico. Talvolta sono centrate, talvolta un po’ tirate, ma sempre fresche, candide, luminose e soprattutto illuminate dalla fede che fa brillare come il prato verde illuminato dalla rugiada mattutina.

Mi pare di avvertire, sempre più, che la fede ha bisogno per esprimersi, per farsi sentire vera e convinta, anche di questa freschezza, di questo candore e di questo entusiasmo che sa quasi di estasi e letizia interiore. Sono stanco di una religiosità compassata quasi preoccupata di non avere il consenso degli uomini e dei ben pensanti. Sono anzi sempre più convinto che la fede deve esprimersi con l’incontro di chi è veramente innamorato.


“Va dove ti porta il cuore”

martedì, 18 novembre 2008

Mi pare sia di una giovane scrittrice triestina il volume che porta un titolo che mi affascina: “Va dove ti porta il cuore”. Mi pare che in questo messaggio ci sia il profumo di un altro splendido pensiero di Sant’Agostino: “Ama e fa quello che vuoi”.

In questi messaggi c’è una componente comune: il coraggio, la radicalità delle scelte, la determinazione ed una magnifica follia.

Ho letto una volta una bellissima preghiera che aveva per titolo: “Signore mandaci dei preti folli!” e tutto il contenuto della preghiera ruotava attorno al concetto di rifiuto della prudenza da ragioniere, d’impiegato d’azienda, di persona che tende a calcolare tutti i rischi, le ragioni che si oppongono all’avventura e ad un’impresa cristiana che non tiene conto eccessivamente dei propri limiti umani per esaltare invece l’aiuto di Dio.

S. Paolo se avesse messo in conto tutti i rischi che avrebbe incontrato sulla sua scelta di portare il Vangelo ai gentili, si sarebbe appoggiato al potere costituito e sulla soluzione che gli avrebbe garantito meno rischi e più risultati. Lui invece scelse l’atto di fede “Nos stulti proter Cristo!” “Non vogliamo per scelta essere folli sulla fiducia in Cristo!”

Le scelte cristiane presuppongono sempre la fede, non però una fede da contabile, ma una fede assoluta che fa il salto fidandosi interamente sulla parola di Gesù.

Trilussa, il poeta romano che scrisse le sue belle e indovinate poesie in vernacolo romanesco, sentenziò: “La fede è bella però senza i ma, i chissà e i perché”

La fede ha una logica che sorpassa con un gran salto la grammatica e la sintassi dei furbi. Oggi nella chiesa e soprattutto nel clero temo sia venuta meno questa santa follia.

Senza questa follia avremo impresette artigiane, botteghe languenti, ma certamente ne testimoni ne apostoli e meno che meno profeti!.


Nessun incontro avviene per caso…

lunedì, 17 novembre 2008

Ho letto una bella riflessione di un uomo di fede che affermava che nessun incontro avviene per caso, ma esso invece capita sempre in rapporto ad un piano predisposto dalla Provvidenza.

Come ci sono leggi ferree, che l’uomo pian piano sta scoprendo, che regolano la vita degli astri, della natura e del micro e macro cosmo così il progetto di Dio regola pure l’incontro di miliardi di persone che popolano il pianeta.

Concludeva quindi la sua riflessione affermando che ogni incontro tra persona e persona è determinato dal fatto che sempre l’uno è l’altro hanno qualcosa di valido da dirsi e da darsi reciprocamente. Tutto questo, di primo acchito, potrebbe sembrare un discorsetto a carattere mistico o poetico; in realtà, se le cose stanno così e ci sono buoni motivi per crederlo, il nostro atteggiamento mentale e comportamentale dovrebbe essere coerente.

Qualche giorno fa, mentre di primo mattino ho recitato il breviario per il bene della mia anima e quello della mia città e della gente che avrei incontrato durante la giornata, mi è tornata alla mente questa lettura, d’istinto mi è venuto in mente il proposito di sperimentare questo discorso che onestamente ha un suo fascino. Confesso che durante il giorno mi sono smarrito più di una volta, ma debbo pur confessare che, quando mi sono ricordato, incontrare le persone come se stessero per offrirti un dono, ascoltarle come se dovessero raccontare una splendida notizia è veramente qualcosa che affascina che rende ricco, caldo il rapporto che ti fa apparire le persone care e belle.

Che Dio mi aiuti non soltanto di accogliere le persone in questo modo, ma di avere un approccio con esse con questo atteggiamento fiducioso e positivo.


“Dona i tuoi fiori ai vivi!”

sabato, 15 novembre 2008

Nella mia meditazione di questa mattina, tra una distrazione ed un pisolo, quale appendice del tormentato sonno notturno, ho incontrato un pensiero che ho acquisito perché l’ho trovato interessante e quanto mai utile per la vita.

Il pensiero era per un giovane che aveva lavorato per molti anni in un negozio di fiori di una vecchia zia, la quale aveva la saggezza antica delle persone di buon senso.

Una delle massime che aveva appreso questo giovane era molto semplice, ma contemporaneamente molto sapiente: “Dona i tuoi fiori ai vivi!”

Questo cristiano continuava la sua riflessione affermando: “Ho speso una buona parte della mia vita a predisporre delle belle confezioni floreali per aiutare le persone a mostrare il loro amore a qualcuno che è morto, ho scoperto dopo tanto tempo quanto quei fiori avrebbero significato se i destinatari fossero stati vivi”.

Io sono tra le persone che possono comprendere meglio quanto sia giusto e saggio questo discorso, vivendo, da mane a sera, su e giù per l’entrata del nostro cimitero, ove lavorano ben quattro chioschi di fiori che si guadagnano da vivere con gli omaggi floreali ai morti. Sono convinto che pur vivendo lontani, in cielo, i fiori giungano graditi anche ai morti, altresì sono ancor più convinto che sarebbe più intelligente ed umanamente più valido se quei quattro chioschi di fiori lavorassero, da mattina a sera, per permettere alla gente di manifestare affetto, simpatia, riconoscenza ed amore ai giovani o vecchi ancora vivi, verso cui abbiamo legami importanti.

Spero e prego che questa mia riflessione, sul cambio di destinazione dei fiori, trovi qualche riscontro tra le decine e decine di persone che acquistano fiori ai chioschi del cimitero, pur preoccupato dal timore che i miei concittadini non acquistino ed inviino fiori di plastica come ormai si fa quasi sempre per i morti.


Teologia complicata

venerdì, 14 novembre 2008

E’ indubbio che alla mia età o per la difficoltà di aggiornamento sui progressi del pensiero teologico, o per un processo di semplificazione che penso sia naturale negli anziani, o perché nemico naturale di chi complica anche ciò che è semplice, questa mattina mi si è aperto l’animo leggendo la risposta che Gesù dà al teologo che gli chiedeva quale fosse il più importante dei comandamenti.

Tutti, o quasi tutti, conoscono la risposta limpida, senza sbavature, senza possibilità di interpretazioni peregrine ed estremamente concisa e concreta di Cristo: “Ama Dio con tutte le tue facoltà ed ama il prossimo come te stesso”.

Un tempo, in rapporto a questa pagina evangelica, dissi che questo è il più bello e comprensibile corso di teologia che io abbia mai ascoltato ed un’altra volta sentii un prete che affermava che questo compendio teologico-biblico è un testo tascabile che Cristo ci ha offerto perché lo possiamo portare sempre con noi e lo possiamo consultare in ogni circostanza.

Oggi tutto è complicato e difficile, anche le aziende più piccole, ma pure i cittadini comuni, avrebbero bisogno di consulenti a tempo pieno per quanto riguarda il fisco, il codice della strada, i depositi bancari, di norme sanitarie e di ogni altro aspetto della nostra vita sociale. Vuoi vedere che anche i rapporti col Creatore sono regolati da discorsi e disposizioni macchinose, complicate e difficili?

Ad ottant’anni, questa è la mia età, ho mandato dal rigattiere la mia biblioteca di teologia, biblica, ascetica, morale e quant’altro e mi sono tenuto solamente questa sentenza evangelica e il Padre Nostro. Ho costatato che questo mi basta per vivere da cristiano, anzi, confesso che temo che un certo allontanamento dalla pratica religiosa sia determinato proprio da un supercarico di arzigogolanti discorsi di teologia che schiacciano il cuore ed il pensiero e che ti allontanano da Dio!


Sacerdoti in viaggio d’estate

mercoledì, 12 novembre 2008

Tra me e mio fratello don Roberto, parroco di Chirignago, c’è grande stima e profondo affetto, però ognuno di noi vive la sua vita.

Sia l’uno che l’altro siamo stati abituati, dai nostri genitori, a lavorare seriamente, a non perder tempo, a spenderci totalmente per la nostra gente.

Don Roberto, sta ottenendo in parrocchia, a mio modesto parere, dei grossi risultati. Io l’ammiro e sono convinto che abbia delle risorse d’intelligenza, di capacità di comunicare e di simpatia superiori di molto alle mie, anche perché, mentre io sono un introverso, musone e schivo, egli è esattamente l’opposto assomigliando a mio padre che era di una simpatia unica.

Con questo non è detto che condivida ogni sua scelta e credo che anche lui nei miei riguardi pensi allo stesso modo.

Io seguo la sua vita mediante le confidenze positive dei suoi parrocchiani che ho modo di incontrare e soprattutto leggendo il suo bollettino parrocchiale che lui, gentilmente, mi fa avere ogni settimana. Normalmente non mi lascio invischiare dalle polemiche e dalle sue vicende pastorali per non sembrare che lo faccia per motivi di parentela.

Ultimamente don Roberto ha scritto un corsivo in cui affermava di non approvare i parroci e i preti che durante l’estate mollano le parrocchie per andare a visitare gli angoli più remoti del pianeta.

Se non che un confratello, che peraltro vive lontano dall’Italia, gli ha mandato un reprimenda, dicendogli che non ha diritto di giudicare, che ognuno è responsabile di se stesso.

Don Roberto ha risposto chinando il capo in atto di pentimento e difendendosi accampando un argomento che non condivido, ossia che per farsi leggere bisogna adoperare anche un po’ di pepe.

Io ho ottant’anni, non mi permetto di giudicare alcuno nominalmente, ma affermo a chiare lettere che, questo modo di riempire i mesi estivi, è un malcostume mondano, per nulla evangelico e pastoralmente negativo.

Ci sono mille modi per aprirsi al mondo, per farsi una cultura larga. Tacere su questo argomento significa connivenza, privare i fratelli di quella correzione fraterna che a cominciare da S. Paolo ai profeti dei giorni nostri, fortunatamente non è mai mancata.

Se la pastorale va male, una grossa responsabilità ricade anche sulle carenze dei sacerdoti, cioè di noi preti, per essere chiari!


Saggezza senza intelligenza

martedì, 11 novembre 2008

Ogni tanto mi tornano alla mente delle massime che i miei vecchi insegnanti mi hanno trasmesso durante il tempo della scuola. Erano, quelle massime, delle verità alle quali essi erano arrivati pian piano mediante la ricerca e la riflessione e che essi ci donavano come delle perle preziose, ma che noi studenti, ricevevamo con atteggiamento poco attento e spesso annoiato.

Col passare del tempo però queste verità emergono dalla mia memoria come talvolta emergono dai ghiacciai reperti della guerra mondiale e di vicende ancora più remote.

Qualche giorno fa ripensai ad una vecchia massima che un insegnante di italiano, durante gli anni del liceo, andava ripetendoci ogni tanto: “A questo mondo è abbastanza facile incontrare persone intelligenti o di vasta cultura, mentre è molto più difficile incontrare persone sagge”.

Poi quell’insegnante continuava la sua lezione di vita affermando che solamente i saggi sanno vivere, mentre spesso gli intelligenti combinano solo guai.

Ora solamente capisco quanta ragione aveva quel professore e quanto valido era il suo insegnamento perchè egli non si limitò ad offrirci il suo teorema, ma spesso ci dava delle indicazioni per diventare pure noi saggi.

Credo che, ai nostri giorni, come non mai, la gente è scolarizzata, tutti siamo informati da mane a sera dai giornali, televisione, internet su quanto avviene in questo nostro mondo tribolato ed irrequieto, eppur mai c’è stato un tempo tanto strampalato, della gente così balorda, asservita alle mode di pensiero, succube di una economia che pur di far soldi è disposta a rovinare la gioventù con la droga e lo sballo.

Beati i nostri vecchi, che con poca cultura sapevano vivere e morire da uomini dabbene!


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