Don Armando Trevisiol


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Quale futuro per la solidarietà cristiana che sembra non attrarre più i giovani?

martedì, 8 novembre 2011

C’è un problema che mi preoccupa a livello ecclesiale: non vedo all’orizzonte della vita ecclesiale l’arrivo di rinforzi in generale e, in particolare, nel settore della carità. Mi può far anche piacere che spesso i giornali locali si interessino delle mie imprese caritative, ma sarei molto più contento se ci fosse quasi una gara tra preti nel far di più e nel far meglio.

Io penso di essere un attento osservatore di ciò che avviene nel campo della solidarietà cristiana. Non dico che non ci sia nulla, perché ogni tanto mi capita di leggere che nella parrocchia della Gazzera ci si fa carico dei cristiani del Libano, che a Chirignago si ospitano dei profughi dell’Africa subsahariana, che a Catene si accolgono i bambini di Chernobil, che a Carpenedo c’è un bel gruppo di persone che aderiscono all’iniziativa delle adozioni a distanza, che riesce a portare degli aiuti consistenti per dare una cultura di base ai ragazzi e ai giovani di certe regioni dell’India, delle Filippine e dell’Africa; che nelle due parrocchie di viale San Marco, una è impegnata per finanziare l’ospedale di Wamba e l’altra raccoglie fondi per gli affamati del Sudan; che ad Altobello si fa funzionare una mensa per i poveri, ai Cappuccini un’altra e a San Lorenzo un’altra ancora. Tutto questo è molto bello, però mi pare che manchino i rincalzi del mondo dei giovani.

Un tempo c’era, a Mestre, un gruppo numeroso della gioventù francescana, un altro chiamato “gruppo del martedì” ed un altro ancora della San Vincenzo, tutti veramente impegnati sul fronte della carità, e dei giovani preti e frati che guidavano questi giovani generosi ed entusiasti. Ora ho l’impressione che le strutture caritative poggino soprattutto sugli anziani e il mondo giovanile sia piuttosto assente, facendo così mancare, da un lato l’entusiasmo e la passione tipica dei giovani, e dall’altro la speranza dei rincalzi e dei ricambi.

Io poi ero fino a poco tempo fa preoccupato di non vedere a chi lasciare i miei sogni e i miei progetti non ancora realizzati e che non riuscirò di certo a realizzare, ora però è arrivato don Gianni.


Quelle settecento lampade sono frutto di un dono d’amore

venerdì, 4 novembre 2011

Chi in questi giorni non segue l’andamento della borsa? Piazza Affari la sto immaginando come il falò dei Pezzin in via Ca’ Solaro. Perché mentre i nostri amici invocano prosperità bruciando fascine di sterpi per l’Epifania, a Piazza Affari si bruciano ogni giorno milioni di euro. Tante volte ho tentato di farmi spiegare questo rebus di carattere economico, però non sono mai riuscito a capirci niente.

Qualcosa però ho finito per “capire” dei fenomeni collegati: ad esempio che cala il prezzo del petrolio e pare che tutti siano preoccupati di questo fatto come fosse male che la benzina cali di prezzo, o meglio che dovrebbe calare, mentre invece, per un altro mistero, cresce.

Stanno dicendo inoltre che l’oro continua a salire, raggiungendo prezzi mai visti, perché la gente investe su questo bene “rifugio”. Io invece, in controtendenza, ho approfittato per mettere sul mercato le mie “riserve auree”.

In passato, quando mi regalavano qualche oggettino d’oro, quando andavo a venderlo me lo pagavano quasi niente perché dicevano che era “oro vecchio”! Ora ho approfittato dell’occasione favorevole e del bisogno di pagare le fatture che mi giungono ininterrotte per il “don Vecchi” di Campalto. Questa volta avevo una collana, un bracciale e qualche altra cosetta che una dolcissima e cara mamma aveva ricevuto in dono dal figlio e che, essendo egli morto precocemente, ella mi disse che non avrebbe mai portato e perciò me li offriva per le opere di cui mi occupo.

L’orefice me li ha pagati duemila euro, meno qualche spicciolo. M’è dispiaciuto quanto mai privarmene, perché per me rappresentava un vero “tesoro” l’oro che questa mamma mi ha donato con le mani tremanti e gli occhi lucidi.

Neanche dopo un’ora, con la somma ho pagato le settecento lampade che illumineranno il “don Vecchi” di Campalto.

Lo so che per i vecchi che vi risiederanno e per gli ospiti quelle saranno soltanto delle lampade; per me, invece, nella loro luce, vedrò solamente il cuore di questo giovane che amava sua madre e di quella madre che ha voluto che il dono di suo figlio diventasse amore.


L’esempio di un’Italia migliore

mercoledì, 2 novembre 2011

Ricordo che quando da bambino andavo a catechismo, c’erano sulla parete dell’aula dei cartelloni molto elementari che illustravano la dottrina cristiana. Ce n’era uno che raffigurava una bilancia: su un piatto c’era una grossa pietra, quasi un macigno, su cui c’era scritto “vizio”, mentre sull’altra c’era scritto “virtù”. C’era invece un sassolino quando chiesi all’insegnante come mai i due pesi si bilanciavano, mentre uno era tanto pesante e l’altro tanto leggero, essa mi rispose che agli occhi di Dio il bene vale molto di più che il male. Imparai in seguito il discorso sul peso specifico, per cui non è l’ingombro che determina il peso, ma il contenuto.

Quella lezione mi ha aiutato per tutta la vita a non lasciarmi disperare per tutta la cattiveria che i giornali mi mettono ogni giorno sott’occhio, perché sono certo che in qualche angolo del nostro Paese ci sono persone che in umiltà e silenzio producono virtù dal peso specifico enormemente maggiore agli occhi di Dio del male, per cui si mantiene l’equilibrio, pur precario, tra vizio e virtù.

L’altro ieri ho fatto una riflessione amara sulle quaranta o trenta auto blu al servizio del Quirinale, nonostante il nostro presidente da una vita si proclami difensore dei lavoratori e dei poveri. Oggi una signora che vive “in esilio” al quinto piano, perché non ce la fa a scendere le scale, avendo ricevuto dai suoi parenti, in occasione dei suoi 87 anni, una somma per lei quanto mai consistente – 250 euro – ha incaricato una signora della sua parrocchia di portarmeli tutti per Campalto perché, a suo dire, lei con la pensione sociale può vivere anche senza quei soldi.

Io conosco la sua storia: vedova giovanissima con due bambine, allora senza pensione, perché i soldati americani che avevano messo sotto con la loro auto suo marito, non erano in servizio! Fu costretta a mettere le sue bambine in collegio a Mantova, ove le andava a trovare una volta al mese e, “per fortuna” riuscì a trovare un posto come lavandaia in un albergo a Venezia (a quel tempo si lavava tutto a mano e perciò da mattina a sera era al mastello, estate e inverno) e dormiva nella soffitta dell’albergo perché non aveva casa. Una storia di sacrifici, lacrime, solitudine, mentre dove lavorava, vedeva il lusso, lo sperpero e il disordine morale dei clienti dell’hotel.

Questa donna che vive sola, quando racimola qualche soldo, pare che non possa resistere senza darmelo per i vecchi poveri. M’ha telefonato dieci volte perché desiderava che i suoi 250 euro – una ricchezza per lei – mi giungessero il più presto possibile.

Questo cuore di donna, le sue parole disadorne ma calde e generose, mi ricordano la pietruzza che faceva da contrappeso al masso nel cartellone dell’aula di catechismo. Dopo l’ultima telefonata ho concluso che nonostante Napolitano, la casta, i faccendieri e gli uomini di partito corrotti e corruttori, posso ancora sperare in un’Italia migliore.


La visita del Sindaco Orsoni al don Vecchi

venerdì, 21 ottobre 2011

Il dottor Boldrin, membro della Fondazione che governa i Centri “don Vecchi”, qualche tempo fa ci ha portato il sindaco Orsoni.

Il noto avvocato veneziano era già venuto al “don Vecchi” per la campagna elettorale. In quella occasione gli avevamo prospettato le problematiche del Centro, ma m’era parso così sperduto, frastornato per i tanti incontri, per i tanti problemi che il Comune di Venezia ha da sempre.

In verità gli avevo già mandato nei mesi scorsi, quando ero pressato dalla gran paura di non farcela a pagare Campalto, due lettere accorate per chiedere aiuto. Non avevo ricevuto risposta alcuna e ciò mi aveva un po’ indispettito e deluso. Poi, leggendo i giornali, che da mesi e mesi non hanno fatto che parlare della crisi finanziaria in cui il Comune di Venezia si dibatte, e conoscendo purtroppo, per esperienza diretta, la burocrazia comunale, dispersiva ed inefficiente – infatti i giornali in questi ultimi tempi ci hanno informato che è pure corrotta – ho provato un po’ di pena, immaginandolo indifeso ad annaspare fra infiniti problemi. Motivo per cui l’ho risparmiato dalla mia critica che non vorrebbe guardare in faccia nessuno e che esige efficienza, servizio e attenzione particolare per i più poveri.

Il sindaco ci ha ascoltato paziente; mi è sembrato che abbia condiviso i nostri sforzi tesi solamente a dare una mano al suo e nostro Comune, per cui l’amministrazione dovrebbe esserci eternamente riconoscente, perché noi facciamo presto, a poco prezzo e in maniera efficiente, quello che per il Comune richiederebbe anni e a costi astronomici.

In verità l’avvocato Orsoni non si è compromesso più di tanto, comunque credo che almeno egli ci abbia aperto la porta perché il discorso possa continuare con i suoi collaboratori.

Anche in questa occasione il sindaco mi ha ripetuto che gli ho fatto catechismo quando era bambino. Io non ricordo il bimbetto di cinquant’anni fa, ma di certo gli ho insegnato che il buon Dio vuole che amiamo il nostro prossimo, specie quello più indifeso e quello più povero. Spero tanto che egli non abbia dimenticato questo insegnamento del suo prete-catechista e mi dia una mano per aiutare i poveri.


I costi che gravano sulla solidarietà

martedì, 18 ottobre 2011

Per grazia di Dio in questi ultimi tempi un signore di Mirano ha lasciato in eredità alla Fondazione l’appartamento in cui viveva: un bell’appartamento, anche se un po’ vecchiotto, di 140 metri quadri di superficie e in bella posizione.

L’intenzione era di lasciarci la casa che si era costruita in una vita di lavoro, purtroppo l’imprecisione con cui ha scritto il testamento non ci ha permesso di beneficiare di tutto ciò che intendeva destinare agli anziani in difficoltà, ma solamente dell’appartamento in cui abitava. Pazienza! Quello che la Provvidenza ci ha fatto avere è stata già una vera manna del cielo che ha concorso in maniera determinante a coprire i costi del “don Vecchi” di Campalto.

Ora, espletate le pratiche non facili per la successione, affronteremo l’impresa di venderlo – in questo momento, il più infelice per alienare una casa. Oggi ho pagato la parcella del professionista che ha seguito la pratica. In Italia un povero cittadino normale viene a trovarsi in un labirinto di pratiche per cui è praticamente impossibile fare da sé; devi sempre ricorrere all’esperto che ti aiuti.

Il nostro esperto, che ci ha detto che ci ha trattato bene perché sa che cosa stiamo facendo, ci ha chiesto cinquemila euro. Il costo non si ferma qui perché su questa somma lo Stato, che pure sa quanto stiamo facendo avendoci inseriti nel catalogo delle Onlus – cioè degli enti di beneficenza – ha preteso, su questa parcella, il 20 per cento di Iva ed un altro 20 per cento per la trattenuta d’acconto.

Io so, per motivi di giustizia e di solidarietà e perché devo insegnare la morale, che è giusto pagare le tasse, ma credo che sia sacrilegio che lo stesso Stato butti questi soldi, che andrebbero direttamente ai poveri, li sprechi e li consegni ai burocrati inconcludenti che passano le giornate per complicare la vita ai cittadini che lavorano e più ancora a quelli che per scelta si fanno carico delle difficoltà dei meno abbienti.

Brunetta ha fatto qualche sparata iniziale, però ho l’impressione che ad esempio l’assenteismo, dopo il primo momento di resipiscenza, continui pacificamente – vedi Rovigo dove più della metà dei dipendenti della Regione vanno pacificamente a farsi le spese in orario di “lavoro”.


Il don Vecchi 4 nasce grazie a tanti gesti d’amore dei semplici

venerdì, 9 settembre 2011

Era nei progetti che fra un paio di mesi – e precisamente alle ore 11 dell’8 ottobre, il Patriarca, cardinale Scola, avrebbe benedetto ed inaugurato il “don Vecchi” di Campalto – altri 64 alloggi per anziani poveri costruiti secondo la formula innovativa e vincente degli alloggi protetti.

Le cose però non andranno così perché a quel tempo il Cardinale sarà già a Milano. Il centro di Campalto si inaugurerà comunque: la benedizione del nostro vecchio patriarca Marco Cè o del giovane vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, o comunque di monsignor Bonini o del neo monsignor Danilo Barlese, penso sia altrettanto efficace perché i nostri anziani si trovino bene nel nuovo Centro e vivano una vecchiaia serena.

Spesso in queste mie “confidenze”, ho parlato dei guai, degli ostacoli e delle difficoltà incontrate in questo ultimo paio d’anni in cui è compendiata la storia della nuova struttura. Io sono abituato a giocare allo scoperto e a parlare apertamente ai miei concittadini che considero da sempre miei compagni in questa avventura; non vorrei perciò che essi pensassero che io abbia incontrato solamente spine in questo percorso, perché in verità questa storia è stata una bella storia in cui non sono mancate “le rose”; anzi dovrei dire che in questo tempo il sogno è diventato un autentico roseto.

Voglio solamente accennare a qualche “sorpresa” bella, anzi affascinante, colta durante questo percorso. Da quella dello scultore veneziano Enrico Camastri, che ci ha offerto “La Madonna dell’accoglienza”, un altorilievo di due metri per uno in terracotta – impresa quasi leggendaria per uno scultore – alla signora dottoressa Elena Vendrame, mai vista e mai conosciuta, che ci ha regalato cinquantamila euro, alla nonna Rossi di Marghera, che ci ha lasciato un’eredità del valore di quasi mezzo milione di euro, al signor Mario Tonello di Mirano, che ci ha donato il suo appartamento, alla signora Amelia Conte che ci ha fatto un lascito di ventimila euro, all’Associazione “Carpenedo solidale” che ci ha messo da parte mobili pregiati da arredare un castello, all’altra associazione di volontariato “Vestire gli ignudi” che ci ha donato un finanziamento così consistente da portarci fuori dalle preoccupazioni e dai guai.

Accanto a queste “rose” così straordinarie ed esemplari, c’è stata poi un’infinità di “roselline” più modeste ma altrettanto belle e profumate: dalla pioggerella continua di offerte che da mesi continua a cadere dolce come quella “di marzo” del poeta della nostra infanzia, alla signora che s’è tolta i denti d’oro e ci ha mandato l’equivalente (100 euro per Campalto), alla giovane collaboratrice dal cuore d’oro e dalle mani prestigiose che sta restaurando, con una incredibile maestria, i vecchi lampadari che impreziosiranno la nuova struttura.

E’ stato un ininterrotto succedersi di gesti cari e gentili con i quali la città ha dato volto bello e cuore caldo alla nuova dimora per i nostri nonni.


Se questa è la civiltà dell’Europa…

martedì, 6 settembre 2011

La gran parte degli aiuti alimentari che “Carpenedo solidale”, l’associazione di volontariato che ruota attorno ad “don Vecchi”, eroga ogni settimana a più di duemila concittadini in difficoltà, proviene dal “Banco Alimentare”. A sua volta il “Banco Alimentare”, che opera in tutta Italia e che per noi ha sede a Verona, ritira suddetti prodotti dalle grandi catene di distribuzione di generi alimentari e dalle fabbriche relative.

Si tratta quasi sempre di prodotti non più vendibili, o di produzioni eccessive che il mercato non riesce ad assorbire, o di prodotti che hanno qualche difetto nell’involucro o nei contenitori. Però la gran parte degli alimenti più importanti e più necessari, quali la pasta, il latte, il riso, il formaggio, ecc., provengono dalla Cee, organismo europeo.

Il banco alimentare, organismo collegato alla Compagnie delle Opere, a sua volta emanazione di Comunione e Liberazione, ha avuto una felice intuizione ed ha realizzato una poderosa ed efficiente organizzazione, gestita da volontari, la quale recupera migliaia e migliaia di tonnellate di generi alimentari più diversi e li distribuisce attraverso enti che si consorziano con questa organizzazione e che a loro volta distribuiscono direttamente alla popolazione in difficoltà quanto il Banco riesce a raccogliere dalle grandi aziende alimentari e soprattutto dall’Europa.

Qualche giorno fa, il responsabile della “agenzia del don Vecchi” mi ha comunicato, con preoccupazione, di aver saputo che a causa della crisi economica, l’Europa aveva deciso di tagliare di un terzo l’erogazione di questi prodotti di prima necessità e mi pregava di sensibilizzare, per quanto mi fosse stato possibile, l’opinione pubblica di questo pericolo incombente.

La notizia mi ha amareggiato quanto mai perché altro è parlare dei poveri in astratto, altro è vedere ogni giorno la lunga fila multietnica di persone che, pazienti e silenziose, scendono nell’interrato ove ci sono i magazzini e risalgono con le borse piene di quanto si riesce a dar loro.

Dopo l’amarezza è subentrata però la delusione e la rabbia: “Perché questa vecchia Europa, panciuta e mai sazia di rapinare le ricchezze ai popoli in via di sviluppo, arrogante per la sua presunta civiltà che dice che trae origine dal messaggio di Cristo, non ha pensato di ridurre i suoi eserciti, di tagliare sulle armi, di smobilitare i suoi aerei da guerra costosi e dispendiosi piuttosto che togliere il piatto dei suoi “rifiuti” non solamente alle nazioni che ha sfruttato, ma perfino alla sua gente meno fortunata?”.

Se questa è civiltà, credo che i poveri, che non sono pochi, non sappiano proprio cosa farsene della civiltà dell’occidente e alla prima occasione presenteranno il conto, che non sarà di certo leggero.


La fiducia che in tanti mi danno è uno stimolo a continuare

domenica, 28 agosto 2011

Qualche giorno fa mi ha telefonato un commercialista che, a suo dire, mi conosceva bene, preannunciandomi che una sua cliente, morta da poco, s’era ricordata di me nel suo testamento.

Il mio interlocutore mi ha anche fatto il nome di questa generosa creatura che si è ricordata di questo vecchio prete ma, sia perché sono un po’ duro d’orecchio, sia perché di primo acchito non sono stato capace di inquadrare la persona di cui mi parlava, essa mi rimane a tutt’oggi sconosciuta.

Il signore della telefonata mi ha anche informato che la pratica, giustamente, dovrà fare il suo iter e che la cifra si aggira sui ventimila euro, e quando gli chiesi se il beneficiario fosse la Fondazione, mi rispose, con mio dispiacere, che invece sono io l’erede. Il mio dispiacere nasce dal fatto che lo Stato, affamato di denaro come sempre, si prenderà una buona fetta di questa eredità, mentre se fosse stata destinata alla Fondazione, che è una ONLUS, tutto l’importo sarebbe giunto a giusta destinazione.

Più volte ho detto e scritto che, vivendo io al “don Vecchi”, anche la mia modestissima pensione mi basta e che tutto quello che ricevo a qualsiasi titolo lo passo al “don Vecchi” perché venga destinato agli anziani più poveri di me. Non nascondo però che la notizia mi ha fatto piacere perché essa mi rassicura che non ci sono, nella nostra città, solamente persone che diffidano o che criticano sempre, ma ci sono pure concittadini che condividono il mio sogno di creare una città solidale nella quale ognuno collabori ad aggiungere il suo piccolo tassello per vivere una vita più fraterna.

Talvolta vengo a conoscere critiche malevole e preconcette, ma più spesso mi giungono attestazioni di fiducia e di affetto. Ringrazio sempre il Signore perché i miei concittadini sono fin troppo buoni nei miei riguardi dimostrandomi tanto di frequente una fiducia ed un affetto che talvolta mi fanno perfino arrossire, perché sono cosciente che potrei e dovrei fare di più e di meglio perché, credenti o meno, anche in questo nostro tempo c’è bisogno di incontrare sacerdoti che si schierino con i più poveri e, soprattutto, escano allo scoperto, diano testimonianza tentando di giocarsi interamente sul valore della fraternità.

Queste attenzioni che, fortunatamente, non sono infrequenti, mi giungono come uno stimolo ed un invito ad un servizio sempre vigoroso e appassionato a favore dei fratelli.


Quale carità?

venerdì, 26 agosto 2011

Pur ricevendo da una vita le confidenze di tantissime persone, non so ancora se anche gli altri sono messi in crisi da verità che, giungendo da parti le più disparate, colpiscono la coscienza.

Alcuni anni fa ricevetti in dono un volumetto, stampato artigianalmente da due sorelle. Quando lo lessi rimasi sorpreso dal loro modo di procedere nell’ascesi interiore. Queste due donne di mezza età erano seriamente impegnate a crescere spiritualmente, cercando di conoscere la volontà del Signore nei riguardi delle situazioni esistenziali in cui venivano via via a trovarsi.

Il volumetto che mi avevano donato a livello confidenziale, quale segno di stima e di amicizia, era concepito quasi come un diario spirituale; c’era una premessa che descriveva la situazione esistenziale, il problema o l’interrogativo in cui ognuna di loro veniva a trovarsi; nella seconda parte c’era quella che, secondo loro, era la risposta di Dio, l’indicazione o la soluzione che il Signore indicava loro mediante l’apertura casuale del Vangelo o semplicemente quella rappresentata dai fatti o incontri che esse interpretavano in relazione al loro problema.

Non credo che si possa assumere questo metodo a regola generale, comunque ho avuto modo di constatare che, almeno per loro, rappresentava un aiuto ed una spinta per una crescita umana e spirituale.

Ho pensato a questa testimonianza avendo, questa mattina, fatto questa duplice esperienza. Dapprima ho letto la riflessione di una cristiana del sud Africa che aveva deciso di rispondere positivamente a qualsiasi richiesta che le fosse stata rivolta, indipendentemente dalla condizione del richiedente e dall’uso che avrebbe fatto del suo aiuto.

Più tardi, nelle letture della messa che ho celebrato, mi sono imbattuto in due frasi della Scrittura: “Chi semina generosamente, generosamente raccoglie” e “Benedetto chi dona con gioia”. Questi due “incontri” nella stessa mattinata mi hanno costretto a chiedermi: “E’ giusto che io limiti al minimo la carità spicciola, per preferire la nascita di una struttura a scopo solidale? Le mie due amiche non avrebbero certamente avuto dubbi sulla opzione della carità comunque. Io invece rimango ancora in crisi e forse ho bisogno di una spintarella ulteriore per fare la mia scelta.


Gli angeli di Mestre

domenica, 21 agosto 2011

Tanti anni fa, certamente più di mezzo secolo fa, ho letto un bel romanzo di Cronin, lo scrittore inglese dal racconto scorrevole e persuasivo, autore di “Anni verdi”, “La cittadella”, “Le chiavi del Regno”, “Le stelle stanno a guardare”, “L’albero di Giuda” ed altri dei quali non ricordo più il titolo.

Uno di questi romanzi aveva come titolo “Angeli nella notte” e raccontava il servizio generoso e caro che le infermiere svolgevano durante il giorno e soprattutto di notte negli ospedali. Durante la notte insonne degli ammalati, di frequente questi “angeli” vestiti di bianco s’accostavano per confortare, sorridere ed aiutare e portare la dolce e calda umanità dei loro cuori di donna.

Quante volte ho sperimentato personalmente, durante i miei numerosi ricoveri, la dolcezza e il conforto di queste care creature, sempre pazienti, pronte e disponibili, e quante volte ho ringraziato il buon Dio per questi “angeli della notte”!

In questo tempo di forzato “riposo”, dovuto alla mia caduta rovinosa, ho pensato che a questo mondo sono ancora numerose e provvidenziali queste creature senza nome che svolgono il loro servizio silenzioso in tutti i settori della nostra società.

Ad ottobre inaugureremo il “don Vecchi” di Campalto, io non posso permettermi la prodigalità del dottor Padovan della ULSS, il quale ha diviso un milione tra i dipendenti che hanno trasferito l’Umberto 1° nell’Ospedale dell’Angelo, però un segno lo voglio dare a quegli angeli ignoti della città che m’hanno offerto un aiuto determinante per la realizzazione della nuova struttura. Offrirò loro le “chiavi” della “città degli anziani”. Ho già provato le chiavi e preparato la pergamena con le motivazioni. Ho cominciato a buttar giù la lista dei nomi e subito mi sono accorto che questi “angeli” sono una “legione”. Sono costretto a fare una scelta come ha fatto l’italia dopo la grande guerra portando nell’Altare della Patria “il Milite ignoto”. Ma voglio che si sappia fin d’ora, se consegnerò fisicamente le chiavi ad una ventina di concittadini, che il mio gesto vuol manifestare riconoscenza ed amore a quella moltitudine – veramente una moltitudine – di persone che m’hanno aiutato a realizzare questo nuovo “miracolo” del costo di sette miliardi di vecchie lire.

Ogni persona a cui il Patriarca consegnerà le chiavi della “città degli anziani”, rappresenterà un numero sconfinato di altri cittadini che hanno operato per la realizzazione di quest’opera a favore dei nostri vecchi. Come mi commuove, mi fa felice il pensiero che Mestre possa contare ancora su questo popolo di “angeli” che fanno da contrappeso all’egoismo, all’indifferenza, alla furbizia di qualcuno che pensa solamente a se stesso e ai propri vantaggi.


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