Don Armando Trevisiol


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Un gesto di pietà fra eccessi opposti

martedì, 5 gennaio 2010

Non mi sono mai piaciute le manifestazione plateali del dolore per la scomparsa di un familiare. Dicono che nel meridione siano una costante.

Io non lo so. Mi è capitato una volta solamente, tanti anni fa, al tempo in cui era massiccia la emigrazione dal sud, di assistere ad una di queste manifestazioni durante un funerale che ho celebrato io stesso.

Un’anziana signora di Adrano, la quale era stata trapiantata di brutto nel nostro Veneto, assolutamente incapace della seppur minima integrazione, tanto che quando dovevo comunicare con lei, avevo bisogno della sua nipotina che mi facesse da interprete, durante il funerale, prima cominciò a singhiozzare forte, poi a lasciarsi andare in esclamazioni desolate, infine si sdraiò nel pavimento della chiesa a mani e gambe divaricate, in preda ad un parossismo irrefrenabile. Dovetti dire dall’altare che non avrei continuato la messa se non si fosse calmata.

Non credo che oggi nel sud succedano ancora tali comportamenti.

Ora però nel nord s’è passati al lato diametralmente opposto. Spesso la gente, quasi sempre poca, assiste al rito funebre imperturbabile, apparentemente assente, per fermarsi poi nel sagrato a chiacchierare lungamente in maniera disinvolta come fossero usciti dalla proiezione di un film piacevole.

Pare che sia morto il dolore, e sia pure morta la sacralità della morte!

Stamattina però, quasi sorpreso, ho assistito all’inumazione delle ceneri di un vecchio genitore. La giovane figlia portò lungo il viale in braccio, l’urna delle ceneri del padre, come cullasse il suo bimbo, con una delicata e calda tenerezza materna, baciò l’urna con immenso affetto prima che fosse collocata nel loculo.

Il volto era bello con un cenno di sorriso, gli occhi erano umidi di lacrime d’affetto, mentre attaccava un mazzolino di fiori all’urna cineraria.

Per fortuna nel nostro vecchio mondo resiste ancora il seme vero della pietà filiale.


Parlare al prossimo come se fosse l’ultima volta che lo si fa

sabato, 19 settembre 2009

La chiesa che ufficio da più di quarant’anni si qualifica soprattutto per la funzione del commiato.

Nella chiesetta tra i cipressi non si fanno battesimi, non si celebrano matrimoni, né prime comunioni né cresime. Al di fuori degli incontri festivi di questa comunità solo apparentemente raccogliticcia, io celebro spesso la funzione del commiato e sempre in questa occasione mi viene chiesto voce e cuore per dire al proprio caro che parte per il grande viaggio che lo porta alla casa del Padre, le parole belle che sono state dette poco o male e purtroppo talvolta non sono mai state pronunciate.

Lo faccio tanto volentieri, e mi sento talmente partecipe alla sofferenza e all’amarezza dei familiari, tanto che spesso mi commuovo anche in maniera sensibile.
Spesso la gente mi ringrazia per tutto questo.

Qualche giorno fa mi è giunta perfino una lettera di un’anziana signora che mi aveva chiesto di celebrare il funerale del marito, ma che non mi era stato possibile accontentarla perchè già impegnato per un altro commiato. Ebbene questa signora mi ringraziava perché nella triste occasione dell’ultimo saluto al marito, si è ricordata delle parole che spesso mi aveva sentito pronunciare in occasioni simili nella mia vecchia parrocchia.

Monsignor Da Villa in occasione della prima comunione dei bambini diceva loro: “Quando vi accosterete all’Eucarestia, fatelo come fosse la prima volta, l’unica volta e l’ultima volta!”

Chissà che non mi si ricordi per una frase analoga: “Quando parliamo con il nostro prossimo, facciamolo col tono, la convinzione e l’intensità che lo faremmo se fosse l’ultima volta che abbiamo la possibilità di parlare con quella persona!”


“La speranza non delude”

lunedì, 5 gennaio 2009

Qualche domenica fa, un gruppo di genitori, che purtroppo hanno in comune la morte precoce di un figlio giovane, mi hanno chiesto di essere ospitati al don Vecchi per una giornata di riflessione e di preghiera.

La cosa era possibile e ben volentieri li ho accolti.

Anche lo scorso anno, era avvenuta la stessa cosa, ma mentre allora erano tutti di Mestre e Venezia, quest’anno provenivano da tutti i paesetti e le cittadine dell’interland.

Il gruppo che incontro mensilmente nella chiesetta di San Rocco, aveva organizzato l’incontro di questa ottantina di genitori, relativamente giovani, che si aiutano con l’amicizia e con la preghiera a rimarginare la ferita mortale e a ritrovare un po’ di serenità e di pace.

Ha celebrato l’Eucarestia don Massimiliano, un giovane ed intelligente sacerdote che con parole calibrate e ricche di fede ha tentato di dare uno sfondo di speranza e di fiducia al dramma di questa povera gente. Al don Vecchi ci siamo fatti in quattro per offrire loro una accoglienza fraterna ed un pranzo confortante.

Oggi, tempo in cui i valori fondamentali e la fede si sono di molto appannati ed indeboliti sono molte le persone che colpite dal lutto, sentono il bisogno di trovare qualcuno che le aiuti ad elaborarlo.

Ci sono psicologi, che a pagamento, applicano le regole del mutuo aiuto, però sono convinto che solo la fraternità e la fede riescono a rimarginare la ferita e a leggerla con frate Francesco, il poverello di Assisi, in maniera positiva.

Andandosene essi mi hanno donato una palla intessuta da fragili fili argentati con una frase di S. Paolo: “La speranza non delude”.

L’ho appesa alla lampada sopra la scrivania per ricordare questi fratelli e per ricordarmi che la speranza è un dono grande del Signore!


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