Don Armando Trevisiol


Archivi per la categoria ‘Mestre’

Si fa sentire sempre più la mancanza di un presidio pastorale del territorio!

mercoledì, 16 novembre 2011

Monsignor Vecchi, da cui ho appreso più di quanto non pensassi, era solito dirmi che quando nell’opinione pubblica ritornava di frequente un termine che definisce una realtà, significava che nella società se n’era persa la presenza e che il ritornarci sopra di frequente con i discorsi non denotava la presa di coscienza del suo valore, ma piuttosto la nostalgia o il vuoto della sua assenza. Ricordo che un giorno mi ha fatto questo discorso a proposito del termine “comunità” e in specie della parrocchia, che dovrebbe essere la comunità dei credenti in un certo territorio.

Da bambino e da adolescente nel mio piccolo paese di campagna infatti non si parlava mai di comunità, perché questo valore lo si viveva, conoscendoci tutti, ed essendo, tutto sommato, solidali “nella buona e nella cattiva sorte”. Io invece ho sentito ricorrere spesso a questo termine quando sono arrivato a Mestre, dove regnava sempre più l’anonimato, l’isolamento e l’individualismo e la presunta autosufficienza.

Mi è venuta in mente questa “lezione” qualche settimana fa quando uno dei miei “ragazzini” di tempi ormai lontani mi ha chiesto di far visita e di portare l’Eucaristia a sua madre. Questa anziana signora, cattolica praticante, da cinque o sei anni è costretta a casa con la badante, pur essendo seguita con tanto affetto dai figli. Le domandai se il suo parroco sapeva della sua infermità e, come mi aspettavo, non visitando le famiglie, lui era perfettamente ignaro di questa situazione.

Il cardinale Scola, ora ormai lontano da Venezia e quindi impossibilitato a realizzare i suoi progetti, spesso ripeteva che era convinto e voleva un presidio serio sul territorio. Ho l’impressione che ancora una volta purtroppo, mons. Vecchi avesse ragione: quando si parla di una realtà e questa non è più presente, il parlarne è semplicemente nostalgia e rimpianto, non più un progetto.

Più volte dal mio angolo remoto ho denunciato l’assoluta assenza di questo presidio pastorale sul territorio e il peggio è che non solo non c’è perché mancano gli uomini per il presidio, ma perché questo discorso elementare ed antico è scomparso dal manuale e dai progetti pastorali. I preti sono in ritirata ed hanno abbandonato le linee del fronte, rifugiandosi nelle sagrestie e nei convegni.


Il don Vecchi, isola felice per tanti anziani

giovedì, 10 novembre 2011

Vivere è faticoso per tutti, ma ancor più per gli anziani. Ben ha fatto la società civile a mandare in pensione uomini e donne a 65 anni; non so se proprio facciano bene ad innalzare l’età della pensione, come pare che i nostri governanti vogliano fare. Di certo impegnando gli anziani domandano loro uno sforzo ed una fatica supplementare, non perché il loro lavoro domandi più fatica e più intelligenza, ma perché l’anziano è più vulnerabile ed ha meno risorse.

Mio padre, che è morto a 83 anni (la mia età attuale) mentre si accingeva ad entrare anche quel giorno, come aveva fatto per tutta la vita, nella sua bottega di falegname, mi ha ripetuto più volte: «Ricordati, Armando, che noi anziani basta poco per metterci in crisi e fortunatamente basta ugualmente poco per sentirsi rasserenati». Io ho capito, magari tardi, questa verità, spero che i nostri giovani la capiscano presto, rendendo così più serena la vita della moltitudine dei membri della terza età.

Al “don Vecchi” mi pare venga data risposta positiva a questa esigenza; la gran parte dei residenti si impegna a tener ordinata la propria persona e il proprio alloggio e tutto questo riempie quasi l’intera giornata, anzi moltissimi avvertono il bisogno di qualche aiuto esterno. C’è invece un gruppo di loro che, beneficiando di una buona salute o, più spesso, abituati da una vita ad essere impegnati e a non far spazio all’ozio, si impegnano in lavori marginali, ma quanto mai utili: seguire i fiori, annaffiare le piante, dare una mano al bar o in cucina, prestare servizio presso i magazzini gestiti dai volontari, distribuire la posta, chiudere ed aprire al mattino e alla sera le porte e fare qualche altro lavoretto non troppo impegnativo.

Credo che il “don Vecchi” sia una risposta ideale alla fragilità dell’anziano; la cordialità che si respira al Centro è un elemento rasserenante, e il poter contare sulla disponibilità dei responsabili sempre pronti a fare da supporto e talvolta da supplenza ad eventi fuori dal ritmo quotidiano, offre ulteriore tranquillità.

Ora poi la scelta veramente saggia e generosa del Comune, che garantisce una presenza ed una vigilanza anche di notte, ed un piccolo aiuto a chi non ha mezzi per pagarsi una assistente familiare, pure se a “part time”, credo aggiunga benessere e serenità ulteriore. Credo che valga proprio la pena di impegnarsi perché il “don Vecchi” rappresenti “l’isola felice” per tanti anziani in disagio e sia veramente una risposta alla fragilità e l’insicurezza di tanti nonni che non possono godere del calore e della protezione della loro famiglia naturale.


La lettera al presidente Napolitano da un’anziana della nostra città

giovedì, 3 novembre 2011

Qualche giorno fa mi ha raggiunto nella sagrestia della mia chiesa tra i cipressi una mia coetanea la quale – a differenza di me, che ho messo su pancia, che ho i capelli tutti bianchi, sempre arruffati e ribelli e che mi faccio ripetere due volte il discorso perché duro d’orecchi – era quanto mai elegante, col suo vestitino rosso, con i capelli ben curati e con un fare sciolto ed elegante, tanto da sembrare una mia nipotina.

Dal discorso che m’ha fatto, ho capito che era una persona quanto mai lucida, con un temperamento deciso, con parole calibrate ma taglienti.

Mi disse che era venuta per farsi perdonare da me perché si era permessa di “rubare” qualche pensiero de “L’incontro”, ma capii ben presto che questa era una bugietta da donne; in realtà voleva rendermi partecipe della sua indignazione nei riguardi dei parlamentari, delle classi dirigenti che stanno disonorando il nostro Paese con la loro rapacità, sete di potere, avidità ed inconcludenza.

Questa cara signora, apparentemente fragile ma con una volontà ed una lucidità invidiabili, ha scritto una lunga lettera – quattro facciate di foglio protocollo – al presidente Napolitano, dicendo ben chiaro: «Chiedo a Lei che questa lettera, scritta da una cittadina italiana (fra pochi mesi avrò 80 anni) venga letta in Parlamento, non quando ci sono quattro gatti, ma quando sono tutti presenti, perché finalmente sappiano che cosa la gente pensa e s’aspetta da loro».

Mi piacerebbe – ve l’assicuro – pubblicarla tutta quella lettera perché c’è nello scritto una veemenza ed una indignazione che danno la misura di quanto il popolo italiano sia disamorato dello Stato, rifiuti i comportamenti inconcludenti ed interessati, sia deluso dalla classe dirigente, chieda e pretenda pulizia e serietà.

Vi sono dei passaggi che sono come una lama affilata e tagliente: “non riesco più a sopportare l’arroganza degli onorevoli `disonorevoli’”, “voglio parlare di questa Italia, che è la mia Patria, ma pare che appartenga solo a loro”, “parlano senza mai concludere niente”, “riempiono solamente le loro tasche”, “lo Stato siamo noi!”, “che spettacolo da circo il Parlamento!”.

Credo che neanche il recente libro “La Casta” abbia il vigore della protesta che questa anziana signora ci mette nel denunciare l’ingordigia, il malaffare, le ruberie, i sotterfugi e l’ipocrisia dei politici nel dire di fare gli interessi dei poveri, mentre sono solo preoccupati di “mangiare” sulle spalle degli operai, dei pensionati e di un popolo che tradiscono ulteriormente inducendolo ad una vita effimera e godereccia.

Ogni sera aprirò la televisione per vedere quando Napolitano farà leggere in Parlamento la lettera di questa anziana signora che si firma con nome e cognome, ci mette l’indirizzo preciso e pure il numero di telefono.

Prometto che pubblicherò la risposta del presidente quando si sarà deciso di rispondere a questa sua cittadina!


La visita del Sindaco Orsoni al don Vecchi

venerdì, 21 ottobre 2011

Il dottor Boldrin, membro della Fondazione che governa i Centri “don Vecchi”, qualche tempo fa ci ha portato il sindaco Orsoni.

Il noto avvocato veneziano era già venuto al “don Vecchi” per la campagna elettorale. In quella occasione gli avevamo prospettato le problematiche del Centro, ma m’era parso così sperduto, frastornato per i tanti incontri, per i tanti problemi che il Comune di Venezia ha da sempre.

In verità gli avevo già mandato nei mesi scorsi, quando ero pressato dalla gran paura di non farcela a pagare Campalto, due lettere accorate per chiedere aiuto. Non avevo ricevuto risposta alcuna e ciò mi aveva un po’ indispettito e deluso. Poi, leggendo i giornali, che da mesi e mesi non hanno fatto che parlare della crisi finanziaria in cui il Comune di Venezia si dibatte, e conoscendo purtroppo, per esperienza diretta, la burocrazia comunale, dispersiva ed inefficiente – infatti i giornali in questi ultimi tempi ci hanno informato che è pure corrotta – ho provato un po’ di pena, immaginandolo indifeso ad annaspare fra infiniti problemi. Motivo per cui l’ho risparmiato dalla mia critica che non vorrebbe guardare in faccia nessuno e che esige efficienza, servizio e attenzione particolare per i più poveri.

Il sindaco ci ha ascoltato paziente; mi è sembrato che abbia condiviso i nostri sforzi tesi solamente a dare una mano al suo e nostro Comune, per cui l’amministrazione dovrebbe esserci eternamente riconoscente, perché noi facciamo presto, a poco prezzo e in maniera efficiente, quello che per il Comune richiederebbe anni e a costi astronomici.

In verità l’avvocato Orsoni non si è compromesso più di tanto, comunque credo che almeno egli ci abbia aperto la porta perché il discorso possa continuare con i suoi collaboratori.

Anche in questa occasione il sindaco mi ha ripetuto che gli ho fatto catechismo quando era bambino. Io non ricordo il bimbetto di cinquant’anni fa, ma di certo gli ho insegnato che il buon Dio vuole che amiamo il nostro prossimo, specie quello più indifeso e quello più povero. Spero tanto che egli non abbia dimenticato questo insegnamento del suo prete-catechista e mi dia una mano per aiutare i poveri.


L’antica cappella del cimitero di Mestre

mercoledì, 28 settembre 2011

Mi sento un po’ come Salomone che riuscì a costruire a Gerusalemme il tempio, la dimora di Dio in terra. David l’aveva sognato, mentre suo figlio ebbe il compito di realizzare il sogno di suo padre per riporre nella “Sancta sanctorum” le tavole della legge e il bastone di Aronne.

Così è avvenuto anche per me. Il tempietto ottocentesco, che per due secoli ha raccolto le preghiere e le lacrime dei mestrini, dopo la costruzione della nuova chiesa prefabbricata, nella quale ora celebriamo le sacre liturgie, arrischiava di rimanere in un inesorabile degrado ed abbandono. Il signor Mario De Faveri, imprenditore illuminato e generoso del contado, ha avuto il coraggio di affrontare la burocrazia sia della Veritas che della Sovrintendenza alle Belle Arti, che finalmente gli hanno “concesso la sospirata grazia” di poter pagare in proprio il restauro della “cappella della Santa Croce”.

Ne è venuto fuori un luogo pulito ed in ordine, che in verità avrebbe potuto anche essere migliore se i “competenti” non avessero messo lingua. Per il resto ci hanno pensato i fedeli, dotando la chiesa di ceriere elettrificate per non sporcare di nuovo il soffitto. Io ho avuto il “coraggio” di rimuovere una vecchia e mastodontica copia della Madonna del Raffaello che però era molto amata, sperando che ora si innamorino della copia della Madonna della Consolazione che ho installato al posto della brutta riproduzione, in modo che, almeno in cimitero, non ci siano conflitti o concorrenze tra Madonne diverse!

Un amico, già prestigioso tecnico di Radiocarpini, ha rinnovato l’impianto fatiscente di amplificazione sonora ed ora sta lavorando ad un collegamento via ponteradio tra la vecchia e la nuova chiesa in maniera che ci sia sintonia di messaggi spirituali in tutto il camposanto.

Ora abbiamo riportato “il Signore” nel tabernacolo e suor Teresa ha provveduto all’arredo sacro e floreale, più ordinato e sobrio di quello di prima.

La “vecchia cappella” è diventata veramente “l’antica cappella” acquistando dignità e sacralità. Il vecchio porticato che rappresenta “le braccia aperte” della Chiesa, sta aspettando l’intervento promesso dalla Veritas per essere un degno prolungamento ideale della “casa del Signore” per accogliere i resti mortali dei figli di Dio.


Devo imparare a lasciarmi trasportare fiducioso dalla misericordia del Signore!

martedì, 27 settembre 2011

Renzo Tramaglino, il famosissimo personaggio dei “Promessi sposi”, impegolato fino al collo in eventi più grandi di lui, pur essendo un sempliciotto, constatando come lassù ci sia Qualcuno che manovra i fili, non soltanto della grande storia, ma anche di quella piccola intessuta dalle banalità del quotidiano, ha avuto la sapienza di concludere “La c’è la Provvidenza!” quando, attraversato l’Adda, mise piede nel terreno sicuro della Serenissima. Meglio sarebbe dire che la fede di Manzoni sapeva leggere nella trama complicata, e spesso aggrovigliata, degli avvenimenti, che spesso sembrano assurdi, ingiusti e crudeli, una regia saggia e generosa che pian piano sbroglia la matassa ed apre sentieri fin poco prima sconosciuti. Così è capitato anche a me, che sono un povero diavolo indifeso e sempliciotto quanto il promesso sposo di Lucia.

La Regione, ch’era rimasta assolutamente sorda alle richieste d’aiuto, in modo insperato s’è offerta di finanziare un progetto pilota per gli anziani in perdita di autonomia. Nonostante questa Provvidenza mi rimaneva scoperto il tassello essenziale: reperire un terreno per dar vita a questa nuova struttura provvidenziale. Non sapevo più da che parte girarmi, sennonché l’ANAS, improvvisamente ed inaspettatamente, ha comunicato al Comune di Venezia di dover rinunciare alla nuova bretella che doveva costruire parallela a via Orlanda. Tutto questo mi potrebbe rendere fortunatamente disponibile cinquemila metri di proprietà della Fondazione, sui quali possiamo tranquillamente costruire la struttura pilota.

Stesso discorso dicasi per i magazzini della solidarietà. Il Patriarca ha ripreso in mano l’iniziativa e con un colpo di reni ha organizzato una “cordata” di piccoli imprenditori del privato sociale reperendo la somma necessaria per costruire i magazzini.

In una mezza giornata la Provvidenza ha messo assieme una serie di tasselli sufficienti per dar volto al mosaico di queste realtà solidali che fino al giorno prima ritenevo inimmaginabili.

Non ho ancora imparato ad abbandonarmi alla sapienza e all’onnipotenza del buon Dio! Spero che almeno prima di morire imparerò finalmente a rimanere a galla “facendo il morto”, ossia lasciandomi portare dall’onda del mare della misericordia del Signore.


Il nuovo carcere a Campalto: perché non farlo?

venerdì, 16 settembre 2011

Qualche giorno fa sono venuto alla conclusione che Marco Pannella, il radicale non credente ed anticlericale, sta guadagnandosi il Paradiso digiunando per umanizzare le carceri del nostro Paese, che hanno raggiunto una brutalità veramente incivile, e sta dimostrandosi un profeta che aiuta la Chiesa fustigando col suo prolungato digiuno noi credenti così maldisposti a pagare anche piccoli “prezzi” per affermare i valori cristiani, soprattutto quelli della solidarietà, nei quali diciamo di credere.

Un proverbio spagnolo afferma che “Dio scrive dritto anche quando le righe sono storte”. Ne ho la riprova in questi giorni dal fatto che provvidenzialmente sono saltati fuori i soldi per costruire a Campalto un nuovo carcere in sostituzione di quello antidiluviano di Santa Maria Maggiore.

Con questa operazione si occuperebbero operai, dando benessere alla zona, si recupererebbero i vecchi magazzini dismessi dell’esercito, si creerebbe una fonte di guadagno per Campalto, ma soprattutto i cittadini che hanno sbagliato potrebbero scontare la loro pena in un luogo civile e vivibile.

No signori! Il solito gruppetto di persone con la testa per aria, monta la testa ad un gruppo di persone un po’ più numeroso e da mesi in Comune di Venezia c’è un tiramolla di proposte e controproposte che paralizza l’operazione, mentre delle povere creature, che pur hanno sbagliato – ma chi non sbaglia mai nella vita? – sono costrette a vivere in maniera disumana.

Ho letto sul quotidiano “Avvenire” che in una cella di sette metri quadrati sono costretti a vivere 6 detenuti, in alcune celle ve ne sono stipati 12-14, bagno e cucinino compresi. Volete che un giorno il buon Dio, nel giudizio finalmente giusto, non ci domanderà: «Dov’era il tuo fratello?».


Un doveroso ringraziamento al prof. Sandro Simionato

lunedì, 12 settembre 2011

Finalmente una buona notizia dal Comune! Qualche giorno fa un funzionario della pubblica amministrazione, che si occupa degli anziani e dei disabili, ci ha telefonato per informarci che nel bilancio approvato il 30 giugno, – l’ultimo giorno utile – il Consiglio Comunale, nel budget inerente al comparto della sicurezza sociale, è stata approvata la proposta di un finanziamento per l’assistenza notturna agli anziani che vivono nei trecento alloggi dei Centri “don Vecchi”, messi a disposizione dalla Fondazione Carpinetum.

Mai nella mia vita ho seguito con maggior attenzione e trepidazione le travagliate vicende inerenti, quest’anno, all’approvazione bilancio della pubblica amministrazione del Comune di Venezia. Ogni giorno leggevo con apprensione le notizie che apparivano sulla stampa locale concernenti i sempre nuovi “tagli” imposti dalla crisi finanziaria che investe l’intero Paese. La “coperta” era ed è veramente corta, per cui cultura, sport, servizi scolastici e tutti gli altri che dovrebbero godere della magra disponibilità finanziaria della pubblica amministrazione di Venezia, tiravano dalla loro parte, lasciando fatalmente scoperte altre parti.

Non avendo la Fondazione “santoli che contano” all’interno del Consiglio Comunale, temevo che proprio la realtà degli anziani residenti al “don Vecchi”, sarebbe rimasta allo scoperto. Invece no! Non so quale “santo” debba ringraziare, comunque ora avremo al “don Vecchi” un portierato sociale durante il giorno e pure degli addetti all’assistenza anche per la notte.

Nel numero consistente di anziani, quali sono quelli residenti al “don Vecchi”, anziani che superano poi tutti ed abbondantemente, gli ottant’anni, i malori notturni sono quanto mai frequenti, tanto che il 118 è di casa al nostro Centro.

Di certo dovrò “accendere una candela” alla dottoressa Francesca Corsi, che da sempre ha perorato la causa degli alloggi protetti in genere e in particolare di quelli del “don Vecchi”, ma un “moccolo” lo accendo pure volentieri all’assessore alle politiche sociali, prof. Sandro Simionato, che spesso è stato oggetto dei miei strali. Ora però, in questa situazione difficile, se non tragica, del bilancio comunale, l’esser stato capace di destinare nuovo denaro ad una voce per l’assistenza notturna, è certamente un merito ed io ritengo doveroso rendere onore a questo merito, seppur parziale e tardivo.


Il don Vecchi 4 nasce grazie a tanti gesti d’amore dei semplici

venerdì, 9 settembre 2011

Era nei progetti che fra un paio di mesi – e precisamente alle ore 11 dell’8 ottobre, il Patriarca, cardinale Scola, avrebbe benedetto ed inaugurato il “don Vecchi” di Campalto – altri 64 alloggi per anziani poveri costruiti secondo la formula innovativa e vincente degli alloggi protetti.

Le cose però non andranno così perché a quel tempo il Cardinale sarà già a Milano. Il centro di Campalto si inaugurerà comunque: la benedizione del nostro vecchio patriarca Marco Cè o del giovane vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, o comunque di monsignor Bonini o del neo monsignor Danilo Barlese, penso sia altrettanto efficace perché i nostri anziani si trovino bene nel nuovo Centro e vivano una vecchiaia serena.

Spesso in queste mie “confidenze”, ho parlato dei guai, degli ostacoli e delle difficoltà incontrate in questo ultimo paio d’anni in cui è compendiata la storia della nuova struttura. Io sono abituato a giocare allo scoperto e a parlare apertamente ai miei concittadini che considero da sempre miei compagni in questa avventura; non vorrei perciò che essi pensassero che io abbia incontrato solamente spine in questo percorso, perché in verità questa storia è stata una bella storia in cui non sono mancate “le rose”; anzi dovrei dire che in questo tempo il sogno è diventato un autentico roseto.

Voglio solamente accennare a qualche “sorpresa” bella, anzi affascinante, colta durante questo percorso. Da quella dello scultore veneziano Enrico Camastri, che ci ha offerto “La Madonna dell’accoglienza”, un altorilievo di due metri per uno in terracotta – impresa quasi leggendaria per uno scultore – alla signora dottoressa Elena Vendrame, mai vista e mai conosciuta, che ci ha regalato cinquantamila euro, alla nonna Rossi di Marghera, che ci ha lasciato un’eredità del valore di quasi mezzo milione di euro, al signor Mario Tonello di Mirano, che ci ha donato il suo appartamento, alla signora Amelia Conte che ci ha fatto un lascito di ventimila euro, all’Associazione “Carpenedo solidale” che ci ha messo da parte mobili pregiati da arredare un castello, all’altra associazione di volontariato “Vestire gli ignudi” che ci ha donato un finanziamento così consistente da portarci fuori dalle preoccupazioni e dai guai.

Accanto a queste “rose” così straordinarie ed esemplari, c’è stata poi un’infinità di “roselline” più modeste ma altrettanto belle e profumate: dalla pioggerella continua di offerte che da mesi continua a cadere dolce come quella “di marzo” del poeta della nostra infanzia, alla signora che s’è tolta i denti d’oro e ci ha mandato l’equivalente (100 euro per Campalto), alla giovane collaboratrice dal cuore d’oro e dalle mani prestigiose che sta restaurando, con una incredibile maestria, i vecchi lampadari che impreziosiranno la nuova struttura.

E’ stato un ininterrotto succedersi di gesti cari e gentili con i quali la città ha dato volto bello e cuore caldo alla nuova dimora per i nostri nonni.


“Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”

domenica, 7 agosto 2011

Fra poche settimane inaugureremo il “don Vecchi quattro” di Campalto, altri 64 alloggi per anziani poveri.

Questa non è assolutamente una novità per nessuno. Da tre anni a questa parte non faccio che parlarne a destra e a manca, tanto che questo progetto credo sia diventato il progetto di tutti i miei duecentomila concittadini.

Qualche giorno fa sono stato in cantiere. Mi è sembrato una torre di Babele, ma in positivo: muratori, pittori elettricisti, addetti all’ascensore, piastrellisti, una teoria infinita di fili, di barattoli di pittura, mucchi di piastrelle, alberi tagliati e ruspe per riordinare il terreno.

Agostino, il capomastro, tesseva sorridendo il filo di questa gran ragnatela di operai con competenza e serenità.

Presto il “don Vecchi” aprirà i battenti a quasi un altro centinaio di anziani che avranno una dimora dignitosa, sicura e soprattutto alla portata delle loro magre risorse.

Mentre osservavo con meraviglia questo “miracolo” non meno entusiasmante e sorprendente di quelli di Lourdes e di Medjugorie, mi sono chiesto: “Ma dove ho trovato quei tre milioni e mezzo, ossia quei sette miliardi di vecchie lire, che sono occorsi? Ciò è avvenuto nella stessa maniera di come la fede e le preghiere provocano i miracoli nei più grandi santuari del mondo nei quali il buon Dio o la Vergine elargiscono le loro grazie?

La risposta m’è venuta immediata e perentoria dalla Bibbia: “Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”. Nei miei calcoli di previsione avevo fatto conto sull’aiuto del Comune, della Provincia, della Regione, della Fondazione della Cassa di Risparmio di Venezia, delle banche, dell’Associazione Industriali, tutte realtà alle quali mi sono presentato col cappello in mano per chiedere aiuto.

Molte di queste realtà non mi hanno neanche risposto e quelle poche che l’han fatto, hanno risposto picche. Ai miei amici la voglio fare questa confidenza: dal mio chiedere la carità per i vecchi, che in Italia sono ben cinque milioni e che vivono con la pensione sociale di 580 euro, solamente il Banco di San Marco ha risposto dandomi mille euro.

Dei tre milioni e mezzo di euro occorsi per il “don Vecchi quattro”, solamente mille euro sono giunti da quegli enti la cui prerogativa è lo sperpero! Le pietre del “don Vecchi” di Campalto, tutte le pietre sono dono dei cittadini più poveri della nostra città.

Sto preparando gli inviti per l’inaugurazione; mi viene tristezza e mi sento in colpa se mi rifaccio alla prassi di “invitare le autorità civili, militari e religiose”. Credo che sia giusto che mi rifaccia alla parabola del Vangelo “Invitate i poveri, gli storpi che stanno ai margini della strada, perché essi seggano al banchetto al posto di chi ha rifiutato l’invito”.


Torna a inizio pagina

Il blog di don Armando Trevisiol utilizza WordPress
Articoli (RSS) e Commenti (RSS).

Creative Commons License

Gli articoli di questo blog sono rilasciati sotto licenza
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia.
Possono quindi essere copiati a fini non commerciali
e a patto di non modificarli e di citare sempre l'autore.