Don Armando Trevisiol


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Devo imparare a lasciarmi trasportare fiducioso dalla misericordia del Signore!

martedì, 27 settembre 2011

Renzo Tramaglino, il famosissimo personaggio dei “Promessi sposi”, impegolato fino al collo in eventi più grandi di lui, pur essendo un sempliciotto, constatando come lassù ci sia Qualcuno che manovra i fili, non soltanto della grande storia, ma anche di quella piccola intessuta dalle banalità del quotidiano, ha avuto la sapienza di concludere “La c’è la Provvidenza!” quando, attraversato l’Adda, mise piede nel terreno sicuro della Serenissima. Meglio sarebbe dire che la fede di Manzoni sapeva leggere nella trama complicata, e spesso aggrovigliata, degli avvenimenti, che spesso sembrano assurdi, ingiusti e crudeli, una regia saggia e generosa che pian piano sbroglia la matassa ed apre sentieri fin poco prima sconosciuti. Così è capitato anche a me, che sono un povero diavolo indifeso e sempliciotto quanto il promesso sposo di Lucia.

La Regione, ch’era rimasta assolutamente sorda alle richieste d’aiuto, in modo insperato s’è offerta di finanziare un progetto pilota per gli anziani in perdita di autonomia. Nonostante questa Provvidenza mi rimaneva scoperto il tassello essenziale: reperire un terreno per dar vita a questa nuova struttura provvidenziale. Non sapevo più da che parte girarmi, sennonché l’ANAS, improvvisamente ed inaspettatamente, ha comunicato al Comune di Venezia di dover rinunciare alla nuova bretella che doveva costruire parallela a via Orlanda. Tutto questo mi potrebbe rendere fortunatamente disponibile cinquemila metri di proprietà della Fondazione, sui quali possiamo tranquillamente costruire la struttura pilota.

Stesso discorso dicasi per i magazzini della solidarietà. Il Patriarca ha ripreso in mano l’iniziativa e con un colpo di reni ha organizzato una “cordata” di piccoli imprenditori del privato sociale reperendo la somma necessaria per costruire i magazzini.

In una mezza giornata la Provvidenza ha messo assieme una serie di tasselli sufficienti per dar volto al mosaico di queste realtà solidali che fino al giorno prima ritenevo inimmaginabili.

Non ho ancora imparato ad abbandonarmi alla sapienza e all’onnipotenza del buon Dio! Spero che almeno prima di morire imparerò finalmente a rimanere a galla “facendo il morto”, ossia lasciandomi portare dall’onda del mare della misericordia del Signore.


Il nuovo carcere a Campalto: perché non farlo?

venerdì, 16 settembre 2011

Qualche giorno fa sono venuto alla conclusione che Marco Pannella, il radicale non credente ed anticlericale, sta guadagnandosi il Paradiso digiunando per umanizzare le carceri del nostro Paese, che hanno raggiunto una brutalità veramente incivile, e sta dimostrandosi un profeta che aiuta la Chiesa fustigando col suo prolungato digiuno noi credenti così maldisposti a pagare anche piccoli “prezzi” per affermare i valori cristiani, soprattutto quelli della solidarietà, nei quali diciamo di credere.

Un proverbio spagnolo afferma che “Dio scrive dritto anche quando le righe sono storte”. Ne ho la riprova in questi giorni dal fatto che provvidenzialmente sono saltati fuori i soldi per costruire a Campalto un nuovo carcere in sostituzione di quello antidiluviano di Santa Maria Maggiore.

Con questa operazione si occuperebbero operai, dando benessere alla zona, si recupererebbero i vecchi magazzini dismessi dell’esercito, si creerebbe una fonte di guadagno per Campalto, ma soprattutto i cittadini che hanno sbagliato potrebbero scontare la loro pena in un luogo civile e vivibile.

No signori! Il solito gruppetto di persone con la testa per aria, monta la testa ad un gruppo di persone un po’ più numeroso e da mesi in Comune di Venezia c’è un tiramolla di proposte e controproposte che paralizza l’operazione, mentre delle povere creature, che pur hanno sbagliato – ma chi non sbaglia mai nella vita? – sono costrette a vivere in maniera disumana.

Ho letto sul quotidiano “Avvenire” che in una cella di sette metri quadrati sono costretti a vivere 6 detenuti, in alcune celle ve ne sono stipati 12-14, bagno e cucinino compresi. Volete che un giorno il buon Dio, nel giudizio finalmente giusto, non ci domanderà: «Dov’era il tuo fratello?».


Un doveroso ringraziamento al prof. Sandro Simionato

lunedì, 12 settembre 2011

Finalmente una buona notizia dal Comune! Qualche giorno fa un funzionario della pubblica amministrazione, che si occupa degli anziani e dei disabili, ci ha telefonato per informarci che nel bilancio approvato il 30 giugno, – l’ultimo giorno utile – il Consiglio Comunale, nel budget inerente al comparto della sicurezza sociale, è stata approvata la proposta di un finanziamento per l’assistenza notturna agli anziani che vivono nei trecento alloggi dei Centri “don Vecchi”, messi a disposizione dalla Fondazione Carpinetum.

Mai nella mia vita ho seguito con maggior attenzione e trepidazione le travagliate vicende inerenti, quest’anno, all’approvazione bilancio della pubblica amministrazione del Comune di Venezia. Ogni giorno leggevo con apprensione le notizie che apparivano sulla stampa locale concernenti i sempre nuovi “tagli” imposti dalla crisi finanziaria che investe l’intero Paese. La “coperta” era ed è veramente corta, per cui cultura, sport, servizi scolastici e tutti gli altri che dovrebbero godere della magra disponibilità finanziaria della pubblica amministrazione di Venezia, tiravano dalla loro parte, lasciando fatalmente scoperte altre parti.

Non avendo la Fondazione “santoli che contano” all’interno del Consiglio Comunale, temevo che proprio la realtà degli anziani residenti al “don Vecchi”, sarebbe rimasta allo scoperto. Invece no! Non so quale “santo” debba ringraziare, comunque ora avremo al “don Vecchi” un portierato sociale durante il giorno e pure degli addetti all’assistenza anche per la notte.

Nel numero consistente di anziani, quali sono quelli residenti al “don Vecchi”, anziani che superano poi tutti ed abbondantemente, gli ottant’anni, i malori notturni sono quanto mai frequenti, tanto che il 118 è di casa al nostro Centro.

Di certo dovrò “accendere una candela” alla dottoressa Francesca Corsi, che da sempre ha perorato la causa degli alloggi protetti in genere e in particolare di quelli del “don Vecchi”, ma un “moccolo” lo accendo pure volentieri all’assessore alle politiche sociali, prof. Sandro Simionato, che spesso è stato oggetto dei miei strali. Ora però, in questa situazione difficile, se non tragica, del bilancio comunale, l’esser stato capace di destinare nuovo denaro ad una voce per l’assistenza notturna, è certamente un merito ed io ritengo doveroso rendere onore a questo merito, seppur parziale e tardivo.


Il don Vecchi 4 nasce grazie a tanti gesti d’amore dei semplici

venerdì, 9 settembre 2011

Era nei progetti che fra un paio di mesi – e precisamente alle ore 11 dell’8 ottobre, il Patriarca, cardinale Scola, avrebbe benedetto ed inaugurato il “don Vecchi” di Campalto – altri 64 alloggi per anziani poveri costruiti secondo la formula innovativa e vincente degli alloggi protetti.

Le cose però non andranno così perché a quel tempo il Cardinale sarà già a Milano. Il centro di Campalto si inaugurerà comunque: la benedizione del nostro vecchio patriarca Marco Cè o del giovane vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, o comunque di monsignor Bonini o del neo monsignor Danilo Barlese, penso sia altrettanto efficace perché i nostri anziani si trovino bene nel nuovo Centro e vivano una vecchiaia serena.

Spesso in queste mie “confidenze”, ho parlato dei guai, degli ostacoli e delle difficoltà incontrate in questo ultimo paio d’anni in cui è compendiata la storia della nuova struttura. Io sono abituato a giocare allo scoperto e a parlare apertamente ai miei concittadini che considero da sempre miei compagni in questa avventura; non vorrei perciò che essi pensassero che io abbia incontrato solamente spine in questo percorso, perché in verità questa storia è stata una bella storia in cui non sono mancate “le rose”; anzi dovrei dire che in questo tempo il sogno è diventato un autentico roseto.

Voglio solamente accennare a qualche “sorpresa” bella, anzi affascinante, colta durante questo percorso. Da quella dello scultore veneziano Enrico Camastri, che ci ha offerto “La Madonna dell’accoglienza”, un altorilievo di due metri per uno in terracotta – impresa quasi leggendaria per uno scultore – alla signora dottoressa Elena Vendrame, mai vista e mai conosciuta, che ci ha regalato cinquantamila euro, alla nonna Rossi di Marghera, che ci ha lasciato un’eredità del valore di quasi mezzo milione di euro, al signor Mario Tonello di Mirano, che ci ha donato il suo appartamento, alla signora Amelia Conte che ci ha fatto un lascito di ventimila euro, all’Associazione “Carpenedo solidale” che ci ha messo da parte mobili pregiati da arredare un castello, all’altra associazione di volontariato “Vestire gli ignudi” che ci ha donato un finanziamento così consistente da portarci fuori dalle preoccupazioni e dai guai.

Accanto a queste “rose” così straordinarie ed esemplari, c’è stata poi un’infinità di “roselline” più modeste ma altrettanto belle e profumate: dalla pioggerella continua di offerte che da mesi continua a cadere dolce come quella “di marzo” del poeta della nostra infanzia, alla signora che s’è tolta i denti d’oro e ci ha mandato l’equivalente (100 euro per Campalto), alla giovane collaboratrice dal cuore d’oro e dalle mani prestigiose che sta restaurando, con una incredibile maestria, i vecchi lampadari che impreziosiranno la nuova struttura.

E’ stato un ininterrotto succedersi di gesti cari e gentili con i quali la città ha dato volto bello e cuore caldo alla nuova dimora per i nostri nonni.


“Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”

domenica, 7 agosto 2011

Fra poche settimane inaugureremo il “don Vecchi quattro” di Campalto, altri 64 alloggi per anziani poveri.

Questa non è assolutamente una novità per nessuno. Da tre anni a questa parte non faccio che parlarne a destra e a manca, tanto che questo progetto credo sia diventato il progetto di tutti i miei duecentomila concittadini.

Qualche giorno fa sono stato in cantiere. Mi è sembrato una torre di Babele, ma in positivo: muratori, pittori elettricisti, addetti all’ascensore, piastrellisti, una teoria infinita di fili, di barattoli di pittura, mucchi di piastrelle, alberi tagliati e ruspe per riordinare il terreno.

Agostino, il capomastro, tesseva sorridendo il filo di questa gran ragnatela di operai con competenza e serenità.

Presto il “don Vecchi” aprirà i battenti a quasi un altro centinaio di anziani che avranno una dimora dignitosa, sicura e soprattutto alla portata delle loro magre risorse.

Mentre osservavo con meraviglia questo “miracolo” non meno entusiasmante e sorprendente di quelli di Lourdes e di Medjugorie, mi sono chiesto: “Ma dove ho trovato quei tre milioni e mezzo, ossia quei sette miliardi di vecchie lire, che sono occorsi? Ciò è avvenuto nella stessa maniera di come la fede e le preghiere provocano i miracoli nei più grandi santuari del mondo nei quali il buon Dio o la Vergine elargiscono le loro grazie?

La risposta m’è venuta immediata e perentoria dalla Bibbia: “Infelice chi confida nell’uomo, fortunato chi confida nel Signore!”. Nei miei calcoli di previsione avevo fatto conto sull’aiuto del Comune, della Provincia, della Regione, della Fondazione della Cassa di Risparmio di Venezia, delle banche, dell’Associazione Industriali, tutte realtà alle quali mi sono presentato col cappello in mano per chiedere aiuto.

Molte di queste realtà non mi hanno neanche risposto e quelle poche che l’han fatto, hanno risposto picche. Ai miei amici la voglio fare questa confidenza: dal mio chiedere la carità per i vecchi, che in Italia sono ben cinque milioni e che vivono con la pensione sociale di 580 euro, solamente il Banco di San Marco ha risposto dandomi mille euro.

Dei tre milioni e mezzo di euro occorsi per il “don Vecchi quattro”, solamente mille euro sono giunti da quegli enti la cui prerogativa è lo sperpero! Le pietre del “don Vecchi” di Campalto, tutte le pietre sono dono dei cittadini più poveri della nostra città.

Sto preparando gli inviti per l’inaugurazione; mi viene tristezza e mi sento in colpa se mi rifaccio alla prassi di “invitare le autorità civili, militari e religiose”. Credo che sia giusto che mi rifaccia alla parabola del Vangelo “Invitate i poveri, gli storpi che stanno ai margini della strada, perché essi seggano al banchetto al posto di chi ha rifiutato l’invito”.


Solidarietà a Mestre

martedì, 26 luglio 2011

Io sono arrivato a Mestre nel 1956 e a quel tempo la città era ancora un grosso agglomerato urbano, cresciuto in fretta a causa delle industrie di Marghera che avevano creato fabbriche e posti di lavoro.

Il conte Volpi, con una intuizione felice e con il suo coraggio di valido imprenditore, aveva intuito che sulla gronda della laguna, in stretto rapporto con l’Adriatico e con la centralità che era propria del territorio mestrino, avrebbero potuto prosperare le industrie delle quali l’intero Paese aveva bisogno.

L’intervento di Volpi ha salvato Venezia dalla miseria e dalla decadenza e, contemporaneamente, ha rivitalizzato l’interland che viveva solamente di una agricoltura frammentata e poco redditizia. Mestre però era rimasta sonnolenta e succube di Venezia a livello culturale e sociale. Monsignor Vecchi arrivò provvidenzialmente a Mestre nel momento più propizio per maturare questa crescita e seminò in maniera lucida ed intelligente nella Chiesa e nella città, il germe della consapevolezza di quello che era la vocazione naturale del vecchio borgo cresciuto troppo in fretta.

Questa semente germogliò subito ed in maniera gagliarda, ma i processi storici sono sempre relativamente lunghi e complessi, perciò la nostra città è ancora in una fase di sviluppo e di maturazione.

Su questo processo penso di ritornare in altra occasione, ma oggi sento il bisogno di mettere il dito su un aspetto di questo sviluppo ritardato. Lo faccio spinto sulla scia di una iniziativa del dottor De Faveri che, dopo aver superato la barriera corallina della burocrazia, è riuscito a restaurare, a sue spese, la vecchia cappellina del nostro cimitero voluto da Napoleone.

Mi sono chiesto come mai questo imprenditore dell’interland s’è determinato a questo intervento di carattere civico, mentre imprenditori, industriali, grossi commercianti di Mestre se ne sono stati inerti ed indifferenti di fronte al decadimento di questo umile, ma amato monumento della nostra città. Quello che di bello e di nuovo sta nascendo in Mestre lo dobbiamo alla civica amministrazione e quasi mai ad industriali ed imprenditori privati, pur danarosi! Mestre non ha ancora maturato una borghesia partecipe alle problematiche cittadine; essa rimane indifferente ai bisogni culturali e sociali della nostra gente e pare solamente preoccupata a far soldi!

Non conosco iniziativa, struttura o intervento in cui la classe benestante si sia fatto carico di qualsiasi istanza sociale. Questa è ancora una brutta toppa sul vestito buono della nostra città.


Noi scommettiamo sul Centro Don Vecchi 5!

sabato, 23 luglio 2011

Gli amministratori pubblici, responsabili e seri, sono consapevoli d’avere delle grosse gatte da pelare altri però a motivo di populismo, spendono in maniera dissennata, tanto si troverà a sbrogliare la matassa chi verrà eletto alle elezioni successive.

Le persone responsabili, affrontano con onestà i problemi drammatici della nostra società. L’aumento consistente dell’età, la diminuzione della popolazione giovanile che contribuisce fiscalmente al costo degli anziani in pensione e il costo, vero o gonfiato, delle rette per gli anziani non autosufficienti, ha posto l’assessore alla sicurezza sociale della Regione, dottor Remo Sernagiotto, di fronte al dramma di come affrontare una spesa che sta aumentando in maniera vorticosa, e date le proiezioni sul numero di anziani per cui si dovrà provvedere nei prossimi anni, gli ha posto il problema, veramente drammatico, di trovare una soluzione.

Questo assessore, che non proviene dalla politica, ma dall’impresa, ed è perciò un uomo con i piedi per terra, vedendo la signorilità dell’ambiente ed esaminando i costi che al “don Vecchi” sono abissalmente inferiori a quelli che sono praticati dalle case di riposo, certamente ha pensato che sia possibile trovare una soluzione intermedia, meno onerosa e più dignitosa di quelle attuali.

Da questi ragionamenti è nata l’idea di una struttura che si muova sulla dottrina economica e sociale del “don Vecchi”, ma che possa far vivere più a lungo l’anziano in un luogo in cui possa continuare a gestire la sua vita da protagonista, fruendo di qualche aiuto maggiore.

Per impostare un progetto che risponda a queste urgenze, abbiamo pensato assieme al prototipo di un anziano, aiutato da una sorella più giovane o da una nuora generosa, o semplicemente da una “serva” vecchio stampo. La Regione ci aiuterà a dare un compenso all’assistente famigliare, per tutto il resto ci si avvarrà della rete dei servizi sanitari già posti in atto dalla uls.

Questa è la scommessa di Sernagiotto e del “don Vecchi”. Io sono sicuro che vinceremo la scommessa, nonostante che i direttori delle case di riposo per non autosufficienti, i sindacati si stiano stracciando le vesti e prevedano fosche prospettive. Sono disposto a scommettere uno a dieci che il 95% degli anziani che risiederanno nel progetto pilota del “don Vecchi” 5, vivranno e moriranno in un ambiente signorile, alla portata anche di chi gode la pensione minima, amati e riveriti e serviti per quanto è loro necessario, fino all’ultimo respiro. Chi vuole scommettere si faccia avanti!


Un’esperienza positiva al pronto soccorso de L’Angelo

mercoledì, 13 luglio 2011

Le mie esperienze sul mondo della sanità sono fin troppo frequenti. Non ne ho terminata una che già la successiva è alla porta.

Non ritorno sulle esperienze pregresse, perché sono fin troppe. Sento però di dover mettere qualche riga di nero su bianco sull’ultima, su quella, purtroppo, ancora in corso. Lo faccio soprattutto per fare una giusta e doverosa riparazione.

Più volte, nel mio vagabondaggio sulle pagine di questo diario, ho accennato alla delusione che da un paio di anni sto provando in merito al nuovo ospedale. “L’Angelo” è certamente la più bella struttura architettonica della nostra città. Il nuovo ospedale di Mestre è magicamente bello, nella sua collocazione fra le collinette trapunte dai giovani cipressi e i laghetti, piccole perle d’acqua. E’ bello per la sua struttura ardita, ma nello stesso tempo rasserenante, perché coniugata in maniera magistrale col cielo, col verde delle piante. Offre un’atmosfera calma ed intima.

Nonostante questo, però, s’è attirato e sta ancora attirandosi critiche a valanga. Non sto qui, per carità patria, ad enumerarle. Ce n’è una però, una dominante assoluta, incontrovertibile: l’affollamento e le attese al pronto soccorso. Io ne sono testimone perché, due volte la settimana, ci vado per portare “la buona stampa”.

Qualche giorno fa ci sono andato una volta ancora non da visitatore ma da paziente. Una caduta da vecchiaia mi ha costretto a rivolgermi al pronto soccorso dell’”Angelo”. Ho atteso un quarto d’ora, sono stato visitato da un giovane medico, preparato, cortese, che ha fatto la sua diagnosi, ha chiesto un consulto di un collega neurochirurgo per implicazioni alla spina dorsale, altro professionista preciso e puntuale, m’hanno fatto una schermografia. Tutto l’apparato formato da medici, infermieri, tecnici e portantini mi è parso scorrevole, efficace e puntuale. Finita la trafila è arrivata l’ambulanza con i volontari della croce verde, persone simpaticissime e semplicemente meravigliose, che con cura ed attenzione a non frantumare la mia fragilità, m’hanno deposto sul mio letto.

Posso affermare che nulla, proprio nulla si sarebbe potuto far meglio e più velocemente. Certamente c’era, assieme a me, un’altra quarantina di “infortunati” che attendevano tutto quello che era stato fatto a me. Mi rimane il dubbio che tanta premura sia stata dovuta al fatto di essere un raccomandato di ferro per gli appoggi su cui posso contare e sulla mia “fama”. Questo però è solo un mio dubbio!


Un parere che conta davvero

venerdì, 1 luglio 2011

Nonostante i ripetuti interventi della curia e dello stesso Patriarca, la stampa locale ha pubblicato, seppur in tono discreto, qualche mugugno per le spese eccessive, per l’accoglienza del Papa a Venezia. La diocesi ha ripetuto a chiare lettere che queste spese non sono state sostenute dagli enti pubblici, ma dalla generosità dei fedeli che hanno voluto accogliere in maniera degna il Sommo Pontefice.

Però, ai tempi di Roma, si diceva un po’ ipocritamente, che il popolo aveva lo “ius murmorandi”, il diritto di criticare. Oggi questo presunto diritto ha raggiunto vertici esponenziali, si critica su tutto e su tutti e Venezia non è immune da questa “malattia”.

Non si voleva il Mose, nonostante la città vada sott’acqua venti, trenta volte all’anno; ora non si vuole la Tav, l’Orlanda bis, nonostante Campalto abbia protestato mille volte per il traffico; non si vuole il nuovo carcere; non si vuole il centro per gli immigrati, non si vuole la Castellana bis…. Pare che ormai si voglia solo quello che non è possibile o che porti solo danni e disagi ad altri!

L’autorità è fragile, per cui c’è un ristagno ed un immobilismo, nella vita veneziana, che paralizza ogni innovazione ed ogni iniziativa.

Fortunatamente il Patriarca, da buon lombardo, ha tirato dritto e s’è imposto perché la Chiesa di Venezia e del Veneto accogliesse con dignità e calore il Santo Padre che stanco, fragile e curvo, porta le chiavi pesanti di San Pietro.

Credo che questa linea di fermezza, anche se non condivisa da quella frangia fisiologicamente dissenziente, trovi riscontri positivi tra la gente. Circa trecentomila fedeli (così diceva l’informazione) si sono sobbarcati molti disagi pur di poter applaudire il Santo Padre e pregare con lui per questa nostra povera società.

Qualche giorno prima del grande evento, la signora Pedrocco, moglie di un piccolo imprenditore del marmo, che ha l’azienda in via del cimitero, è venuta in chiesa a farmi un’offerta perché è stato richiesto a suo marito di fornire la lastra di marmo per l’altare. «Pensi, don Armando, a noi è toccato l’onore di offrire il marmo dell’altare in cui il Papa dirà la messa!»

Questa cara ragazza, non nuova alla generosità, era letteralmente trasfigurata! Questo è il parere che conta, altro che i malcontenti di sistema!


Il volontariato sta perdendo la bussola?

giovedì, 30 giugno 2011

Molti anni fa la San Vincenzo cittadina, della quale ero assistente, invitò un responsabile a livello nazionale di un organismo che si occupava del volontariato. Non ricordo il nome di questo signore, mentre ricordo bene l’angolatura cristiana con cui affrontò il problema del volontariato, l’entusiasmo con cui parlò di questo argomento.

Ricordo pure un’osservazione che mi fece molto piacere e che ora sarebbe valutata come “il legittimo orgoglio padano”. Disse infatti, quell’animatore a livello sociale, che il Veneto era il fiore all’occhiello del volontariato per il numero degli aderenti e per il largo ventaglio di attività sociali che affrontava. Ricordo pure che affermò che all’interno di questo settore i volontari di matrice cristiana erano la stragrande maggioranza.

Ora temo che le cose non stiano più così, sia a livello numerico che, ancor più, per quello che riguarda i volontari di ispirazione religiosa.

Presso i magazzini del “don Vecchi” c’è un cartellone, fatto esporre dall’organizzazione para-comunale “Spazio Mestre Solidale” (organizzazione che ha lo sportello in via Olivi), in cui si possono leggere tutte le organizzazioni di volontariato operanti a Mestre e, con mia sorpresa ed amarezza, quelle che si dichiarano formalmente cristiane sono un’assoluta minoranza.

Ho l’impressione che ci sia nel settore qualche cedimento sia numerico che di stile. Talvolta si formano delle congreghe abbastanza chiuse in se stesse, poco disponibili al confronto e poco aperte alla crescita, allo sviluppo e all’aggiornamento. Io sono un sostenitore convinto che si deve fare il bene e che il bene va fatto bene, con apertura, con rispetto, con entusiasmo, senza interessi di sorta e con la volontà di far sempre meglio.

Qualche tempo fa sono stato casualmente presente ad un episodio che mi ha gelato il cuore. Una persona, forse con fatica, s’era decisa ad offrire la sua opera in una di queste associazioni. Ho avuto l’impressione che di primo acchito ci fosse un sordo rifiuto, quasi che lei venisse a turbare l’assetto del gruppo che viveva in un clima autoreferenziale, mentre fino ad un momento prima, e forse un momento dopo, si lagnavano perché erano in pochi e perché si domandava troppo, non pensando che il volontariato cristiano deve essere, prima di tutto e soprattutto, cristiano, quindi aperto, umile, disponibile, generoso, paziente e tollerante. Un volontario senza cuore, senza bontà e senza fraternità è solamente un manichino, non un fratello aperto alle attese degli altri fratelli.


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