Don Armando Trevisiol


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Il buon Dio scrive dritto anche sulle righe storte dall’uomo!

mercoledì, 2 maggio 2012

I proverbi contengono tutti almeno una parte di verità; essi infatti rappresentano il buon senso della gente.

Ho letto molti anni fa un proverbio del popolo spagnolo: “Il Signore scrive dritto anche quando le righe sono storte”. Sono ritornato, per associazione di idee, a questa sentenza popolare in occasione dell’opposizione del parroco di viale don Sturzo e di un gruppo di cittadini dello stesso quartiere, gruppo non so proprio quanto numeroso, ma certamente determinato, che si è opposto alla disponibilità dell’amministrazione comunale di concederci un pezzetto del parco antistante al Centro don Vecchi, per costruire una struttura pilota a favore degli anziani in perdita di autonomia.

Non sono riuscito a comprendere la validità dei motivi di questa opposizione, se non rifacendomi a certe mode attuali d’ordine sociale che perseguono certi miti e finiscono per crearsi degli idoli poveri e meschinelli. La zona del viale don Sturzo, anche per il fatto che si sviluppa ai confini della città, quindi in margine alla campagna, di verde ne ha in abbondanza.

Comunque, per non creare beghe e liti che turbano la pace pubblica e danno scandalo alle menti semplici e ingenue, don Gianni, il nuovo giovane presidente della Fondazione dei Centri don Vecchi, non ha insistito presso l’amministrazione comunale e dopo aver fatto proposte intelligenti e generose al parroco e al cosiddetto “comitato”, ha rinunciato, senza minacciare rivalse, anzi dicendosi disponibile a favorire anche gli anziani della zona, come la Fondazione Carpinetum ha già fatto finora.

All’atteggiamento morbido e comprensivo della Fondazione, l’assessore Micelli ha fatto una proposta alternativa, che io giudico quanto mai intelligente e vantaggiosa.

L’”assessore tecnico”, non condizionato da prospettive elettorali, ci ha offerto un vasto terreno, già attrezzato con parcheggio e con tutti i servizi di urbanizzazione primaria e secondaria, alla periferia di Mestre denominata “Arzeroni”.

In quell’area, ora marginale alla città, ma che molto probabilmente in un prossimo futuro sarà migliorata dal fatto che la città non può estendersi se non in quella direzione, potremo impostare un progetto di più largo respiro che può prevedere anche altre strutture di servizio e socialmente non solo utili ma necessarie.

Il Manzoni, saggio e cristiano, se dovesse scrivere la storia di questa vicenda, farebbe dire al suo protagonista, Renzo Tramaglino: «La c’è la Provvidenza!» Io non posso che dargli ragione constatando che il buon Dio “ha scritto dritto anche sulle righe storte”, però a chi ha storto le righe rimane la responsabilità di averlo fatto.


Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto!

mercoledì, 25 aprile 2012

Ormai s’è voltato pagina. Per evitare diatribe con il parroco e con uno dei tanti comitati a lui collegati, che di legale non han proprio nulla se non il gusto e l’arroganza di opporsi a qualche iniziativa concreta e di rappresentare, senza mandato alcuno, “la cittadinanza”, il consiglio della Fondazione ha accettato la proposta del Comune per un terreno ai margini della città, chiamato – non so perché – degli “Arzeroni”.

Credo che la decisione sia stata saggia, non solo per evitare ulteriori polemiche, ma anche perché l’area del parco che sarebbe stata concessa era veramente angusta. Si tenterà, agli Arzeroni, di dar vita ad una struttura più capiente, per poter ospitare più anziani e dar respiro ad progetto più articolato e spazioso.

Ho letto le proposte, veramente generose, che il presidente della Fondazione, don Gianni, ha fatto al comitato “rappresentato” da un “triumvirato”, ma non c’è stato nulla da fare, il “popolo” ha detto di no, basta, non si discute, ma si deve accettare la volontà (in questo caso non si può proprio dire “popolare”) ma della borghesia, come sempre poco interessata alla sorte degli ultimi, di quelli che non hanno voce, né diritto di chiedere di essere aiutati.

Ho letto sul “Gazzettino”, le conclusioni, più che concilianti, del presidente della Fondazione, don Gianni Antoniazzi, il giovane parroco di Carpenedo che, nonostante tutto, assicura che il “don Vecchi” sarà a disposizione anche degli anziani di San Pietro Orseolo, qualora ne avessero bisogno.

Questa è la decisione del consiglio di amministrazione e del suo presidente, sulla quale non ho nulla da eccepire, della quale sono veramente ammirato e che favorirò con tutta la mia volontà. A livello personale però, e per coerenza alle scelte di tutta la mia vita, sento il dovere di affermare con forza che per me questi comportamenti non solamente non sono solidali, ma certamente incomprensibili per la parrocchia e per chi si ritiene cristiano. Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto.

Credo che la gente di Viale don Sturzo, a motivo dell’intervento di qualcuno, abbia perso una buona occasione per dimostrarsi civile ancor prima che cristiana.

Nell’articolo del Gazzettino si dice che quelli del comitato hanno affermato che stanno “sopportando” i due Centri, mentre in realtà il Centro don Vecchi è l’unica realtà positiva che c’è in Viale don Sturzo. Mezza Italia s’è interessata a questa esperienza di eccellenza che dà lustro e che tutti ci invidiano.

Tutto questo sento il dovere di affermare per dire “pane al pane” e perché ognuno si prenda le sue responsabilità.


Don Vecchi 5: il nostro impegno e la burocrazia

lunedì, 23 aprile 2012

Ho l’impressione che il dottor Remo Sernagiotto, assessore alle politiche sociali della Regione Veneto, sia un neofita in politica e, peggio ancora, nel settore amministrativo di un ente pubblico, perché mi pare che sia partito in quarta per dare una soluzione al gravissimo problema degli anziani, ma ora stia sbattendo il naso sugli sbarramenti burocratici dell’amministrazione regionale.

Mi par di aver capito che gli enti pubblici, per tutelarsi dagli imbrogli e per garantire trasparenza, finiscano invece per far allungare i tempi e far lievitare i costi, arrivando sempre in ritardo e scontentando un po’ tutte le persone di buon senso.

Sernagiotto ha certamente capito che le cose non possono più continuare come sono state impostate finora per quanto riguarda gli anziani: non ci sono case di riposo, i posti che ci sono hanno un costo insopportabile perfino per la Regione ed infine la qualità della vita offerta è assai scadente.

Quando ha visto il “don Vecchi”, e soprattutto quando gli abbiamo presentato i costi, gli è parso di aver finalmente “scoperto l’America” e ci ha detto: «Cominciate, io vi offro il finanziamento per la costruzione e vi garantisco una modesta diaria per la pulizia alle persone e agli alloggi». Noi, temerari come sempre, abbiamo accettato la sfida.

I guai però sono sbocciati immediatamente: c’è voluta una legge, s’è dovuto bandire un concorso, con regole e cavilli infiniti e nel frattempo è già quasi passato un anno. Ora ci vorrà un bando europeo per la gara di appalto e dovremo fare un percorso di guerra per ottenere a bocconi il denaro stanziato.

Ogni tanto sulla stampa esce qualche dichiarazione di Sernagiotto sugli obiettivi, sulla dottrina e quant’altro; ogni volta pare che il progetto si ingarbugli. Da parte nostra le idee sono più chiare: l’alloggio offerto diventa la casa dell’anziano che ne diviene il titolare. L’anziano paga i costi condominiali, le utenze e provvede per il suo sostentamento e il costo di tutto dovrà essere sopportabile anche per chi ha la pensione minima.

In più, agli anziani in perdita di autonomia, sarà garantita, a titolo gratuito, la pulizia dell’alloggio e della persona, e tutto questo a spese della Regione, cosa questa di non poco conto, perché così anche gli anziani poveri potranno vivere in un alloggio più che decente, potranno fruire di spazi comuni e, soprattutto, sapranno che dietro a loro c’è un minimo di organizzazione su cui poter contare nei casi di emergenza.

Spero quindi che Sernagiotto e i suoi funzionari non ingarbuglino le cose più del necessario.


Sprechi carnevaleschi

domenica, 22 aprile 2012

Non so proprio quando uscirà su “L’incontro” (e sul blog, NdR) questa pagina del diario. Tante volte ho ripetuto che il mio diario fissa sulla carta incontri, pensieri, reazioni o sogni che mi vengono in un giorno determinato, che come tutti i giorni, porta una data specifica, ma che la sua uscita sul periodico può variare anche di mesi.

Mentre sto buttando giù questo appunto il carnevale impazza, a Venezia intasa calli, campielli e vaporetti e la città spreca centinaia di migliaia di euro, forse milioni, mettendo in luce l’inconsistenza, la fatuità e l’effimero della nostra società.

In un momento in cui il Governo è costretto a tagliare dappertutto, la nostra amministrazione comunale, i nostri enti sociali, culturali, ecc. ecc. seminano a piene mani migliaia e, ripeto, forse milioni di euro nelle calli veneziane. Pinocchio fu certamente meno scialone quando si lasciò convincere di piantare qualche solderello “nel campo dei miracoli”.

Io non leggo certamente le cronache che interessano “Il Gazzettino” sui “voli dell’angelo” dal campanile di San Marco da parte di ragazze vestite da aquila o da oca, della “pantegana” dal ponte di Rialto o dell’asino dalla Torre di Mestre. Il telegiornale però ci offre con voluttà carrellate sulle maschere che vengono dal mondo intero, vestite con costumi dalle fogge più diverse, ma sempre e comunque costosi a non finire, così che allo sperpero di denaro pubblico si aggiunge quello dei privati. Pare che sia sempre stato così.

Comunque non è consolante che col passare dei secoli la nostra società non sia rinsavita e che i reggitori della cosa pubblica continuino ad imbonire le folle, a frastornarle con queste manifestazioni che distraggono il popolo dall’essere parco, dall’adoperare per le cose importanti il poco denaro di cui dispone.

So che “quaresima” dice quasi nulla alla nostra gente, che il messaggio di verifica, di ripensamento, di sobrietà e generosità non andrà neanche fuori dalle porte delle chiese, nonostante ciò niente riesce a distogliermi dal sognare una società con costumi più austeri, capace di essere serena e di badare a ciò che la vita può offrire a buon prezzo.

Da parte mia faccio fatica a capire ove posso tagliare, però sono convinto che, dopo una seria verifica, qualcosa di meglio potrò fare, memore di una “sentenza” di un mio collega delle magistrali che in tempi lontani mi disse di aver scoperto una grande verità, che cioè si può sempre fare un passo in avanti o un passo indietro!


Un gran bell’inizio!

martedì, 17 aprile 2012

Nota della redazione: questo intervento è stato scritto diverse settimane prima dell’ingresso del nuovo patriarca a Venezia

I nostri vecchi dicevano che “il giorno si vede fin dal mattino” ed aggiungevano con il gran buon senso di una volta: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Infine: “Il mattino ha l’oro in bocca”. E chissà quanti saranno i detti sapienziali che riguardano l’importanza di iniziare bene qualsiasi opera che ci si proponga di fare.

Io ho confessato che di tutte le foto che i mass-media ci hanno offerto del nuovo Patriarca, terrò sul mio tavolo di lavoro quella che lo ritrae con gli stivaloni infangati e con la semplice tonaca nera, mentre si dà da fare con i suoi seminaristi per aiutare la gente delle Cinque Terre colpite dall’alluvione e dagli smottamenti della montagna fradicia d’acqua.

E’ vero, come ci è stato ripetuto fin troppo dai “capetti”, che bisogna accettare con fede il Patriarca che il Signore ci manda ed è altrettanto vero che non si può avere un Patriarca corrispondente a tutti i gusti, ma credo che pure sia lecito sperare che il nuovo vescovo ci appaia il più adatto a dare un volto sobrio, adeguato ai tempi e capace di parlare e di farsi ascoltare dalla nostra gente,

Io spero che il Signore mi abbia accontentato e che il nuovo vescovo sia intenzionato a far indossare alla Chiesa veneziana “il grembiule da lavoro” per mettersi a servire i poveri.

In questi giorni poi ho letto come avverrà l’ingresso di mons. Muraglia nella nostra diocesi e sono stato felicemente sorpreso di apprendere che alla vigilia dell’ingresso si recherà a Ca’ Letizia a servire, con i pochi chierici del nostro seminario, alla mensa dei poveri.

Io non ci sarò, ma sarò ugualmente felice che quel seme sparso quarant’anni fa assieme a mons. Vecchi, abbia la prima attenzione e continui ad essere coltivato dal nuovo apostolo del Signore in terra veneta.

In questi giorni ho pensato che il Signore mi ha fatto un secondo dono stabilendo che il conclave per la nomina dei nuovi cardinali sia stato fissato in una data che non ha permesso al nuovo Patriarca di ricevere la berretta cardinalizia. Per carità! Avrei accettato di buon grado anche il Patriarca vestito di “porpora e di bisso”, vesti che mi ricordano fin troppo quelle dell’Epulone, ma sono contento che il Signore mi abbia risparmiato questo sforzo ascetico, perché confesso che non è che mi abbia esaltato quel concistoro, con tutto quel rosso, quelle poltrone rococò tutte dorate e quei riti fuori corso per il conferimento di un titolo onorifico.

Ringrazio ancora il buon Dio che ha permesso che il Patriarca entri quasi alla chetichella, con un anticipo, a Mestre, ove pulsa la vita, prima di entrare in museo. Ora spero soltanto che il comitato della curia “non mi rompa le uova nel paniere!”.


Invitato a parlare del don Vecchi

lunedì, 16 aprile 2012

Il Centro di Studi Storici di Mestre mi ha invitato a parlare al Candiani sui Centri don Vecchi. Quando il presidente di questo prestigioso gruppo culturale, con una telefonata calda e confidenziale, mi ha invitato ad esporre questa esperienza, che grazie a Dio è diventata, certamente non per merito mio esclusivo, un fiore all’occhiello della nostra città, d’istinto gli avrei detto subito di no. Io sono schivo, introverso e sono convinto di non avere le qualità del conferenziere sciolto e brillante che sa presentare l’esperienza – pur estremamente valida, ne sono convinto – in maniera convincente e soprattutto tale da non annoiare, ma anzi di entusiasmare il pubblico.

Il prof. Stevano, però, è stato così irrompente e deciso che non sono riuscito a sottrarmi all’invito che mi offriva l’opportunità di promuovere questa struttura per gli anziani e soprattutto mi offriva “peso” per poter ottenere dall’amministrazione comunale la superficie indispensabile per attuare il progetto, già finanziato dalla Regione, a favore di una struttura destinata agli anziani in perdita di autonomia.
Dissi di si proprio perché non sono riuscito a dir di no!

Il Centro Studi Storici ha fatto veramente le cose per bene. Un titolo incisivo: “Il miracolo della sfida dei Centri don Vecchi”. Un manifesto con la mia immagine, molto bello, tanto che mi sono sorpreso della mia figura armoniosa, quasi quella di un vecchio dalla capigliatura copiosa e candida, ma soprattutto dal volto ricco di bonomia e di calda umanità. Consistente la diffusione dei manifesti e notevole l’informazione sulla stampa.

Il pubblico m’è apparso subito accattivante: molti volti conosciuti ed amici, consistente la rappresentazione del popolo dei vecchi, il resto costituito perlopiù dalle solite persone anziane che normalmente partecipano a queste cose.

Mi sono subito sentito a casa, facilitato da un anfitrione che ha condotto il discorso con maestria, interrompendo quel temuto monologo che mi avrebbe affossato in un mare di noia.

La dottoressa Corsi poi, ora funzionario del Comune e mia antica allieva delle magistrali, la quale è stata praticamente l’ideologa e la “cofondatrice” di questa iniziativa innovatrice nel settore della terza età, ha costruito in maniera brillante una cornice di taglio intellettuale al mio intervento. Cosicché, tutto sommato, penso che la cosa abbia sortito un risultato positivo.

Ora, forte anche di questo avvallo civico, presenterò con più decisione ed autorevolezza la mia richiesta al Comune io mi predisporrò ad uno scontro deciso attraverso i mass-media per ottenere quello che il Comune ci dovrebbe dare in un piatto d’argento.


La vittoria di Pirro

domenica, 15 aprile 2012

Ormai è da un’eternità che per “vittoria di Pirro” si intende una riuscita fatua, inconsistente, quasi un boomerang che finisce per colpire non l’obbiettivo prefissato, ma colui che l’ha lanciato.

Ormai mi pare sia notizia sicura che il nuovo “don Vecchi” per gli anziani in perdita di autonomia non si farà in margine al parco di viale don Sturzo. Ha vinto il parroco della parrocchia di San Pietro Orseolo e un comitato del rione che s’era battuto contro l’installazione di un’antenna per telefonini, ma che per l’occasione è stato delegato a portare avanti anche questa “nobile” battaglia contro la cementificazione del verde.

Io in verità non avevo mai creduto alla realizzazione del progetto in quel sito, perché da trent’anni ho avuto modo di conoscere i soggetti protagonisti dell’attuale triste vicenda. Hanno raccolto 150 o 350 firme, ma che cosa rappresentano quando in cinque minuti avremmo potuto raccoglierne altrettante e più ancora tra gli attuali residenti di viale don Sturzo 53, che attualmente abitano al Centro? A meno che, secondo la logica marxista di triste memoria, alla quale qualcuno torna ancor conto di credere, non si dica che questi cittadini non sono “democratici” e perciò i loro pareri non sono comparabili a quelli illuminati e progressisti.

La cosa è andata così ed io che credo alla Provvidenza, spero che tutto sommato la soluzione alternativa sia veramente migliore. Peccato perché questo viale, che è rimasto viale non raggiungendo ancora la soglia di comunità cristiana e che prevedo che prima o poi ritornerà sotto ogni aspetto a ridiventare un “colmello” della vecchia parrocchia di Carpenedo, aveva tutto da guadagnare con la nuova struttura, anche se avrebbe perduto due o tremila metri di verde pubblico di cui nessuno fruisce.

Il “don Vecchi” è l’unica cosa bella e qualificante del viale don Sturzo, è il suo fiore all’occhiello sotto ogni punto di vista, tra un dilagante anonimato che forse ora ha, come punto di riferimento significativo solamente l’Ins, il supermercato popolare.

La vita continua, però confesso che percorrendo questo stradone costruito dall’ingegner Cecchinato proverò tristezza pensando a questa comunità che si rifà ad un doge diventato santo per il suo amore verso i poveri e che oggi è costretto a far da patrono a fedeli che dei poveri e dei vecchi non ne vogliono proprio sapere.


I “comitati del no”

sabato, 14 aprile 2012

Quando ero bambino la mia gente nutriva un estremo disprezzo per “gli uomini che si fanno comandare dalle donne”. Certamente questo era ancora un antico retaggio della cultura maschilista imperante, soprattutto in campagna, fino a mezzo secolo fa. Ora non so come vadano le cose, ma credo che la mentalità sia cambiata anche nei paesi di campagna.

A dire il vero, quando mi capita di vedere qualche bisbetica di donna che tratta il marito come un cagnolino e gli comanda a dritta e a manca, la cosa non mi esalta, anzi provo disistima per quel poveruomo che non reagisce ai capricci, al fare smorfioso, arrogante e poco rispettoso di queste presunte superdonne che schiavizzano chi vuol loro bene e sfruttano questo amore per imporre le loro bizze.

Un qualcosa di simile lo provo anche per i reggitori delle comunità più vaste della famiglia: Comune, Regioni e lo stesso Stato.

Mentre butto giù queste mie note è appena terminata “la guerra” del “no Molin”, una furia invece quella del “no Tav” in Val di Susa. Comprendo i valligiani, attaccati ai loro prati e ai loro boschi, ma non comprendo punto i giovani incappucciati che, come soldati di ventura, si spostano, si arruolano per combattere, da mercenari della violenza, la guerra di turno.

Meno che meno poi comprendo la polizia che non ne fa qualche retata di tre o quattrocento al colpo e li mette nelle patrie galere, quanto mai adatte a far sbollire i roventi spiriti.

Non comprendo lo Stato che non interviene in maniera massiccia ed efficace.

In questi giorni i giornali hanno plaudito all’”eroico” carabiniere che, imperterrito, ha ascoltato le sciocchezze, i vaniloqui di un giovane contestatore; io l’avrei ammirato molto di più se avesse usato decisamente il manganello che aveva in dotazione.

Oggi non si fa che ripetere il valore sacrosanto delle regole, delle leggi che il popolo sovrano ha promulgato per il bene della collettività, mentre poi si permette che della gente dissennata, che dei perditempo cronici e violenti, sbarrino le strade, impedendo il lavoro delle gente per bene e creando danni quanto mai consistenti.

Oggi “i comitati del no” nascono come funghi e sentenziano su tutto, facendo perdere tempo e denaro.

Noi del “don Vecchi” siamo stati fortunati, perché il locale comitato “non antenna”, bontà sua, “ci permette” di fare il nuovo Centro, ma lontano dal quartiere, e mi tocca poi vedere che l’amministrazione comunale si adegua a tanta prepotenza e a tanta insensatezza nei riguardi del bene comune!


La Sagra di Carpenedo

mercoledì, 11 aprile 2012

All’inizio di giugno, da vent’anni a questa parte, nella mia vecchia parrocchia si dà vita ad una sagra paesana. Ai miei tempi, per tale occasione, stampavamo un opuscolo che serviva da supporto alla pubblicità e che ripagava gli sponsor per il loro contributo, e nel contempo ci permetteva di dare una pennellata di cultura a questa festa popolare.

In occasione del ventennale, gli attuali organizzatori hanno pensato bene di utilizzare il suaccennato opuscolo per fare un po’ la storia di quest’evento che s’è andato consolidando nel tempo. Mi chiesero quindi un contributo. Ben volentieri ho aderito all’iniziativa per mettere in luce un lato nascosto della sagra che certamente nessuno conosce.

La sagra non è nata per caso, sono stato io, parroco di allora, a volerla fortemente per creare intesa e comunità. Papa Roncalli affermava che per intenderci e fraternizzare il mezzo migliore è farlo “mettendo le gambe sotto la tavola”, ossia mangiando assieme ci si intende tanto più facilmente.

Il secondo motivo fu quello di risolvere un cruccio che mi addolorava fin dal mio arrivo a Carpenedo. Il paese di allora era come Brescello, il paese di Peppone e don Camillo. In via Ligabue c’era la sede dei comunisti, al cui davanzale sventolava la bandiera rossa con la falce e il martello. La sezione di Carpenedo era senza dubbio la più agguerrita e la più numerosa di tutta la città ed era guidata dal signor Bellina, segretario intelligente ed operoso. In parrocchia invece c’erano quelli del Biancofiore, pur senza bandiera al davanzale.

In verità, sia da una parte che dall’altra, c’erano cristiani uguali, che battezzavano, mandavano i figli a catechismo, sposavano e portavano i loro morti in chiesa.

Forse quelli di via Ligabue alla domenica preferivano il Bar Centrale, mentre quelli della “Balena Bianca” venivano più spesso a messa. Misi a punto il progetto: incontriamoci tutti a mezza strada, su un terreno neutrale qual’è una tavola imbandita con salcicce e costicine.

Così fu e fu subito un successo, sia per i gestori che per i fruitori. Era uno spettacolo vedere la gente dei vari “colmelli” della vecchia parrocchia, quella prima delle divisioni, incontrarsi, chiacchierare, ballare, cenare sotto gli enormi capannoni. Non ho mai visto tanti “parrocchiani” sotto l’ombra del campanile!

L’avevo intuito anche prima, ma allora ebbi la conferma che per far comunità non ci si deve rifare ad astruserie di ordine psicologico, sociale o religioso. Di comunità fittizie che si reggono sui trampoli di ideologie ve ne sono anche troppe, ma non servono a nulla, e meno che meno alle persone che vi aderiscono.


Quell’opposizione incomprensibile

sabato, 7 aprile 2012

Nota della Redazione: come gli altri, anche questo articolo è stato scritto da don Armando un paio di mesi fa.

Con la richiesta che fosse un prete più giovane e più intelligente a presiedere la Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi, pensavo di essermi finalmente ritirato a vita privata. La mia vita è sempre stata un “continuo combattimento”, come afferma una certa sentenza che non ricordo di chi sia. Ho sempre combattuto, mi sono sempre esposto in prima persona, incurante delle ferite, della solitudine e delle critiche, soprattutto quelle dei colleghi.

Sono rimasto un soldato semplice, ma questo non mi ha mai impedito di schierarmi con gli ultimi. Questa situazione è forse stata la mia salvezza. Mi ritrovo vecchio ed acciaccato, ma sono contento delle “battaglie” alle quali ho partecipato con fervore e passione sociale.

Sentendomi stanco e sempre più fragile, ho scelto liberamente, come Garibaldi, che la mia Caprera fosse il “don Vecchi”. Per facilitare la successione, ho promesso ai miei capi che avrei continuato ad offrire il mio contributo dietro le righe, in umiltà e al servizio di chi ha la responsabilità della Fondazione, rifacendomi alla massima che papa Roncalli citava spesso: “Miles pro duce et dux pro victoria”, il soldato agli ordini del suo comandante e il capo impegnato a raggiungere la vittoria.

Ora però arrischio di essere ancora coinvolto nell’agone sociale e sono tentato di scappare da Caprera come Garibaldi o dall’Isola d’Elba come Napoleone, anche se sono ben cosciente che i paragoni non reggono punto!

Questa mattina mi sono trovato il titolo di un servizio de “Il Gazzettino” che informa della bega tra preti in relazione alla costruzione del nuovo Centro “don Vecchi”. Don Gianni Antoniazzi, in qualità di presidente della Fondazione, che preme per ottenere dal Comune un’area per costruire una struttura, finanziata dalla Regione, per gli anziani in perdita di autonomia ed un parroco del quartiere, (parroco scaduto da quattro anni per limiti di età) che si oppone.

Questo vecchio parroco non è nuovo a queste opposizioni. Non riesco a capire il perché, anzi mi pare un autentico sacrilegio che un sacerdote si opponga a che qualcuno che si impegna a fare, un’opera di carità cristiana a favore dei poveri. Spero che sia l’età a provocare questo atteggiamento per me incomprensibile verso un confratello più giovane, zelante e pieno di entusiasmo. Anche se “Il Gazzettino” fa il mio nome, io non c’entro, sono soldato semplice e per di più in pensione. Confesso però che sento il bisogno e il dovere di “tirar fuori di nuovo la spada” e di andare sulle barricate se fosse necessario per difendere la causa dei poveri.


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