Don Armando Trevisiol


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Il peso delle parole con le ali

lunedì, 4 ottobre 2010

Qualche giorno fa Lucia, mia sorella, è ritornata da un suo ennesimo viaggio in Africa. Lucia ha preso il “mal d’Africa” circa quarant’anni fa, avendo accompagnato il famoso oculista prof. Giovanni Rama, che ebbe la splendida idea di donare ai poveri del mondo un periodo delle sue ferie per andare ad offrire il suo contributo di professionista ad un piccolo ospedale situato nel cuore della savana, arsa e selvaggia, in Kenia.

Il medico locale riservava i casi più difficili alle mani magiche dell’oculista mestrino. Mia sorella fu scelta a far parte dell’équipe che era necessaria per gli interventi.

Il contatto con un mondo così povero, ma semplice, sano e riconoscente, fece si che mia sorella non seppe più staccarsi da quella gente che l’aveva accolta con tanto affetto e tanta riconoscenza e continuò ad interessarsi, a portare aiuti, anche dopo la morte di Rama.

L’altro giorno venne al “don Vecchi” per salutarmi, per riferirmi che i bimbetti dalla pancia gonfia avevano tanto pregato per me, e per parlarmi degli immensi problemi di quella povera gente. Tra un discorso e l’altro mi riferì che la piccola comunità di suore che lavorano in ospedale, segue la scuola delle infermiere e si prodiga in ogni modo per i poveri. Mi confidò poi che leggono ogni giorno con interesse una pagina del mio “diario”. Certamente, nella confidenza di queste care donne, che spendono la loro vita per gli altri, c’era della cortesia nei riguardi di mia sorella, però il fatto che le mie riflessioni siano giunte tanto lontano e ad anime così pulite e sensibili, mi fa quasi rabbrividire per la responsabilità che, in modo spesso disinvolto, mi assumo nei riguardi di un prossimo così sensibile e diverso.

Pensando a queste confidenze, credo una volta ancora che da parte mia sia quasi un azzardo adoperare strumenti così delicati e pericolosi, quali sono la penna e la parola, senza valutare fino in fondo quale sia l’impatto e quale risultato possano avere le mie riflessioni sulla vita.

Questa notte mi sono svegliato più di una volta pensando a questo problema. Sono arrivato alla conclusione di dover ripetere che le mie parole non sono la Bibbia, ma solamente un’occasione di confronto, ma soprattutto ho pregato per quegli uomini e quelle donne che intendo solamente amare e, semmai, aiutare.


Addio cara amica (in ricordo di Cristina)

giovedì, 16 settembre 2010

Molti anni fa l’aereo che trasportava il “Torino”, la squadra di calcio che a quel tempo andava per la maggiore, andò a sfracellarsi contro il colle su cui sorge la basilica di Superga. In quell’incidente perì l’intera squadra, compresi i dirigenti e gli accompagnatori.

Ricordo che in quell’occasione il solito giornalista della televisione chiese ad un signore che guardava i relitti fumanti, che cosa provasse di fronte a quel dramma. Lo spettatore diede una risposta che ricorderò per sempre. Disse: «Quando succedono cose del genere si dice normalmente, magari provando dispiacere “è’ una disgrazia, una grande disgrazia”, però se in quell’incidente c’è dentro un amico carissimo, è tutt’altra cosa!»

Io sto provando in questi giorni la “tutt’altra cosa”. Vivo la maggior parte della giornata in cimitero, mi occupo principalmente di esequie, di funerali, di benedizioni alle salme e alle ceneri, partecipo sempre in maniera sentita al lutto, perché sono convinto da sempre di ciò che disse Raoul Follereau: «Considero fratelli e sorelle tutti gli uomini che vivono su questa terra». Però il lutto per la morte di Cristina, la dolce e cara creatura che per molti anni perse i suoi occhi per leggere questi geroglifici, mediante cui esprimo i miei pensieri e prendo posizione nei riguardi della vita, e rubò tempo, prima al suo lavoro e poi alla sua famiglia, per inserire il mio diario nel computer, è “tutt’altra cosa!”

Ero solito incontrarla col suo sorriso contenuto e discreto, con la sua figura sempre signorile e ben curata, partecipare all’Eucarestia che celebro ogni sabato nell’interrato del “don Vecchi”, mentre ricevevo il malloppo di pagine e pagine, come non le fosse pesato starsene ore ed ore al computer; mai una lagnanza, mai farmi pesare la sua volontaria fatica.

Ho trepidato per lei per la “bestia” oscura che conosco fin troppo bene, ho sperato con lei, i suoi cari e i suoi amici, ho partecipato e condiviso, m’ero illuso che ambedue ce l’avremmo fatta. Invece no! Il male ha avuto il sopravvento e purtroppo l’ho vista perdere battaglia su battaglia, sempre più frequentemente, e quando non avevo notizie dirette, le leggevo, senza avere il coraggio di parlare, negli occhi sempre più lucidi e nella voce sempre più roca del carissimo Giulio.

Cristina venne a salutarmi nella chiesa del cimitero ove, dopo poco tempo, avremmo preso commiato da lei consegnando la sua anima, finalmente tornata luminosa, libera e viva, prima di partire per le “sue vacanze in Alto Adige”. Volle riempirsi gli occhi del verde dei prati e dei boschi, i polmoni dell’aria tersa e della visione delle montagne possenti, prima di lasciare la nostra terra per il Cielo.

Cristina ha portato con sé anche un po’ del mio cuore in Paradiso, ma di certo s’è portato tutto quello di Giulio e dei figli. Addio, amica cara!


Un bell’incontro!

martedì, 3 agosto 2010

Qualche giorno fa due sposi di mezza età sono stati accompagnati nel mio minuscolo alloggio al “don Vecchi” perché avevano deciso di sottoscrivere due azioni della Fondazione Carpinetum per la costruzione del nuovo Centro di Campalto.

Ho capito immediatamente che essi erano due affezionati e fedeli lettori de “L’incontro” e perciò, vedendo la listerella settimanale dei sottoscrittori dei “Bond Paradiso”, avevano deciso di partecipare alla benefica impresa sottoscrivendo due azioni, pur essendo lui ormai in pensione da qualche anno.

Questi due cristiani praticanti hanno una strana posizione a livello parrocchiale. Abitano nel territorio di una data parrocchia, frequentano la catechesi della più numerosa scuola di catechismo della diocesi, quella de “L’incontro”, alla quale partecipano ogni settimana quattromila alunni (veramente, a sentire alcuni esperti del settore i lettori del periodico sarebbero anche tre-quattro volte tanto il numero di copie stampate) e vanno a messa nella parrocchia di don Roberto, mio fratello minore, a Chirignago.

La strana “vita ecclesiale” di questi due coniugi, che poi mi hanno motivato le loro scelte religiose, m’ha fatto capire che la gente non va dove le norme canoniche e le pretese dei parroci vorrebbero e non è attratta dai riti, spesso noiosi e poco coinvolgenti, ma va dove avverte che c’è vita cristiana autentica, dove si crede nel messaggio, ove c’è entusiasmo e fierezza del vivere l’avventura proposta da Gesù, dove tutto l’uomo riceve risposte e il caldo abbraccio della comunità.

Tralascio, per doverosa discrezione, le lodi al nostro periodico e il disappunto di non poterlo trovare nella loro parrocchia geografica, ma sottolineo la loro ammirazione e quasi l’ebbrezza per avere la possibilità di condividere la lettura della vita, le proposte di solidarietà, l’avventura cristiana vissuta positivamente e non in maniera stanca, rassegnata ed incanalata in un binario morto.

Se ne sono andati contenti ed io sono rimasto nel mio studiolo più contento di loro avendo, ancora una volta, scoperto che sotto la brace c’è ancora qualcosa di vivo pronto ad infiammarsi.


C’è chi cerca “aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!”

sabato, 19 giugno 2010

Anche oggi, come faccio da quattro anni due volte la settimana, sono andato a portare nell’espositore vicino alla cappella dell’”Angelo” e nel grande ballatoio soprastante “l’oasi” verde, la produzione dell’editrice de “L’Incontro”.

Lunedì scorso avevo portato un migliaio di copie del settimanale, una cinquantina del volume “L’albero della vita” per l’elaborazione del lutto, una cinquantina di copie del libretto delle preghiere, un centinaio di copie di “Coraggio” ed una cinquantina del mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Come avviene quasi sempre, non c’era più niente del grosso malloppo che avevo portato alcuni giorni prima.

Si potranno trovar fuori mille difetti e limiti della produzione letteraria della nostra editrice, ma non quello, e non è certamente poco, che le sue pubblicazioni non risultino gradite al pubblico della nostra città!

Sentivo in questi giorni che tutti i quotidiani, settimanali e mensili, anche a livello nazionale, subiscono un enorme calo, tanto che qualcuno è costretto a chiudere, mentre le nostre pubblicazioni, che certamente non competono con questi giganti della carta stampata, non solo non sentono questa crisi, ma sarebbero in costante aumento, se non fossimo trattenuti dalle difficoltà di carattere finanziario.

Una signora, qualche giorno fa, forse me ne ha dato un motivo credibile: «In quello che scrivete si avverte aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!” Sono convinto poi che a questo si aggiunge che gli argomenti trattati non sono mai oziosi e marginali, ma vanno sempre al cuore della vita.


Il successo de L’Incontro è una grande responsabilità

mercoledì, 31 marzo 2010

Mi pare che sia normale e comprensibile che ci siano molte più persone che conoscono me che quelle che io conosco.

Quando parlo dall’altare la domenica più di 250 persone hanno ben in vista la mia zazzera bianca e sentono la mia voce roca, mentre di fronte a me sta una folla indistinta di gente delle quali neppure cerco di distinguere il volto per non perdere il filo del discorso. Io poi molto spesso tengo, sempre per la stessa ragione, gli occhi socchiusi perciò ben difficilmente memorizzo i volti. Ora poi che a motivo dei “bond paradiso” se ne sono occupati i giornali e la televisione delle mie avventure, mi sento salutare per nome in ogni luogo in cui mi rechi.

Qualche giorno fa stavo portando in ospedale una grossa borsa di copie dell’Incontro, quando una signora di mezza età, accompagnata dal marito, vedendo spuntare dalla borsa la facciata del periodico, mi chiese di dargliene una copia. Nel ringraziarmi ebbe modo di dirmi: “Lo leggo ogni settimana con interesse, lo legge pure mia madre ed anche mio figlio!”

Sono stato particolarmente felice di questo indice di gradimento senza dover pagare aziende di indagine demoscopica. D’altronde io ho modo di constatare l’andamento de “L’incontro” dagli espositori della mia “parrocchietta tra i cipressi” e ho modo di vedere che per quante copie ne porti, a mezzogiorno della domenica non se ne trovano più.

Sono tanto contento di poter parlare ogni settimana a migliaia di persone di ogni età; credo che siano pochi i preti, anche delle più grosse parrocchie ad avere una massa così numerosa di ascoltatori, ma sento però anche la grave responsabilità di parlare ogni settimana a tanta gente, pur aspettando a giorni gli 81 anni!

Ho dato le dimissioni dalla mia parrocchia di seimila abitanti per il timore di non essere più all’altezza di aiutare tanta gente a trovare la strada buona per il Cielo, e me ne trovo ora praticamente almeno tre volte tanta!

Papa Giovanni una volta che l’ho incontrato in Vaticano, mi confidò che da quando la sua diocesi era diventata grande come il mondo, aveva sentito il bisogno di dire tutte tre le parti del rosario, i misteri gloriosi, dolorosi e gaudiosi.

Penso che dovrò pure io aumentare la preghiera per le persone che mi leggono e mi ascoltano!


“Ricordati delle ultime cose e non perirai”

mercoledì, 24 febbraio 2010

Stampiamo ogni settimana 4500 copie de “L’incontro”, e semmai ne rimane qualche decina, vengono ritirate e rimesse in circolazione immancabilmente la settimana successiva, quindi abbiamo almeno 4500 lettori. Se poi fosse vero quello che gli esperti del settore affermano, che ogni copia viene letta da quattro cittadini, dovremmo concludere che 18.000 mestrini leggono il nostro settimanale. Veramente un bel numero!

Qual’è l’associazione, il movimento o la parrocchia che ha un pubblico così vasto e fedele?

Il “ritorno” di questa abbondante proposta è però piuttosto scarso; sono relativamente pochi i lettori che ci fanno pervenire il loro parere.
Qualche complimento qualche rara osservazione, ma nulla più!

Qualche giorno fa uno dei miei fratelli, che è un attento e fedele lettore del periodico, mi ha fatto un’osservazione che anche qualche altro, nel passato, mi aveva già fatto trapelare. Osservazione a cui voglio in qualche modo rispondere. Mi diceva Luigi, così si chiama questo piccolo imprenditore della serramentistica: “Il discorso sulla vecchiaia e la morte è perfino troppo ricorrente su L’incontro!”

E’ vero! Ho una qualche giustificazione istituzionale in quanto il periodico è il portavoce dei “Centri don Vecchi” struttura per anziani – della Pastorale del lutto e della chiesa del cimitero e per di più ha come direttore un ottantenne.

Con queste premesse sarebbe un po’ strano che parlasse di giovinezza, di economia, di divertimento per quanto sano!

Quindi chiedo ai lettori di annacquare la dose sull’argomento leggendo un qualcosa di altro, di più allegro.

Ricordo però a tutti la massima ch’era spesso sulle labbra del vecchio Papa Roncalli “Ricordati delle ultime cose e non perirai” e le ultime cose sono, piaccia o non piaccia: morte, giudizio, inferno e paradiso!


Il messaggio che vuole trasmettere L’Incontro

mercoledì, 2 dicembre 2009

Oggi ho incontrato in ospedale un collega delle magistrali, che non incontravo almeno da quarant’anni.

Inizialmente, pur ricordando i dati sommatici di questo anziano signore, che rivedevo dopo tanto tempo nella cornice dello splendido ed ormai rigoglioso giardino pensile dell’ospedale dell’Angelo, feci fatica a ricordare dove e come l’avevo conosciuto. Poi lui accennò “Al Tommaseo di via Cappuccina” allora mi sovvenne il quadro di un’esperienza orami tanto lontana.

Fui tanto felice del suo entusiasmo, del calore umano con cui mi trattava e poi pian piano compresi che, mentre io ero rimasto fermo a qualche decennio prima, egli invece aveva continuato a sentirmi parlare mediante la lettura de “L’incontro” che non so dove trovi.

L’entusiasmo lo portò a confidarmi che a quel tempo delle magistrali, egli era mezzo comunista, mentre ora aveva capito che era invece mezzo scemo! Evidentemente aveva compreso dalle pagine del mio diario che considerava l’esperienza storica del comunismo ormai definitivamente conclusa.

La mia speranza è che “L’incontro” non passi solamente un indirizzo di carattere politico, che considero abbastanza marginali alla vita, ma provochi invece un’attenzione al mio struggente bisogno di pensare ad una profonda purificazione del nostro modo di essere cristiani oggi, ed un rilancio della proposta evangelica che sola oggi può dare risposte vere alle tante attese dell’uomo.

Comunque me ne tornai a casa contento sperando di poter continuare a seminare a larghe mani per qualche anno almeno e consolato che i gravi e insopportabili costi del periodico trovino giustificazione più che ragionevole.


I soldi spesi per l’informazione sono sempre ben spesi

venerdì, 23 ottobre 2009

Io ho sempre avuto profonda riconoscenza per i miei maestri, per l’educazione, per la cultura e per la saggezza che hanno tentato di passarmi. Debbo soprattutto a loro che mi hanno aiutato ad impostare certe scelte sia sul piano esistenziale che su quello pastorale.

Ricordo, per esempio, un concetto che Monsignor Vecchi era solito ribadirmi con la parola ma anche avvallandolo poi nella pratica della vita. “Vedi, don Armando, i soldi spesi per l’informazione sono sempre ben spesi e infine rientrano sempre!”

A San Lorenzo stampavamo “la Borromea”, il foglio settimanale, in un gran numero di copie, ma soprattutto curavamo un mensile, con la stessa testata, che ci costava fatica e denaro. Qualcuno ci chiedeva se ci facessimo pagare tali periodici e si sorprendeva quando veniva a conoscere i costi elevati.

Ho compreso, grazie all’insegnamento di Monsignore, che se si vuole informare, creare opinione pubblica, è assolutamente necessario pagare questo scotto.

Quando ero in parrocchia a Carpenedo, mi costavano una barca di denaro: “Radiocarpini”, “Lettera Aperta”, “Carpinetum”, “L’anziano” eppure, nonostante che tutto fosse diffuso gratuitamente, la parrocchia aveva un bilancio positivo come poche altre in diocesi.

Andato in pensione, per prima cosa ho pensato che dovevo crearmi uno strumento per dialogare con la città.

Da questo convincimento è nato “L’incontro”. Il costo di questo periodico sia di tempo che di lavoro è altissimo, ma pure i risultati sono veramente grandi.

Ora posso parlare direttamente o indirettamente con la città, questo mi da modo di trattare alla pari con chiunque. So di avere in mano uno strumento di notevole efficacia; scelgo di usarlo con prudenza e per il bene della comunità, però credo che non sia male che anche i miei interlocutori, che come me hanno scelto di servire la collettività, sappiano che voglio essere inerme solamente per scelta, non perché non abbia risorse per contrappormi ad ingiustizie o soprusi!


La chiesa mestrina potrebbe far di più…

sabato, 17 ottobre 2009

Sono in crisi perché non so più come far fronte alle grosse spese che debbo sostenere per pagare i costi del “L’incontro”.

Non ho trovato un inserzionista che in cambio della concessione di uno spazio esclusivo di pubblicità mi offra almeno quei 20.000 € che mi sono assolutamente indispensabili per tirare avanti.

I conti son presto fatti: due bancali di carte mi durano un mese e costano più di 1000 €, per l’inchiostro mi servono 480 € al mese, altri 300 € per le matrici = quasi 2000 € al mese moltiplicati per 12 mesi.

D’altronde sono così convinto della necessità che un certo modo di sentire la fede e la religione debba avere uno spazio di proposta che il chiudere questo strumento di dialogo e di pungolo nei riguardi dei cristiani mestrini, è l’ultima cosa che farò.

Posso tagliare su tutto: vacanze, vestiti, comodità, viaggi, dischi ecc. ma non su ciò che mi permette di donare il mio contributo a quella frangia di chiesa che la pensa come me, ai miei fratelli di fede e alla mia città!

In questi giorni, una volta ancora, ho fatto delle amare constatazioni sullo stato della carità religiosa a Mestre.

Per quanto riguarda la carità civile, non ho che da essere orgoglioso; Bettin prima e Cacciari poi hanno fatto di Venezia un comune d’avanguardia sulle politiche sociali.

Ma per quanto riguarda la chiesa mestrina, non posso pensare altrettanto, anche se vi sono delle realtà alcune vive altre che vivacchiano.

Ne cito alcune, non do un giudizio sull’efficienza e sulla validità, lasciando ad ogni singolo cristiano a dare un punteggio.

Ecco gli enti di carità a Mestre: Caritas, S. Vincenzo, Mensa di Ca’ Letizia, Mensa dei Cappuccini, Mensa di Altobello, Banca del tempo libero, Centro Nazaret, Santa Maria del Rosario, Centri don Vecchi, Magazzini dei vestiti, dei mobili, dei supporti per infermi, Banco alimentare, Bottega solidale, Casa di accoglienza S. Chiara, Fojer S. Benedetto, Foresteria di Carpenedo, Casa Nazaret di Chirignago, Seniorestaurant, S. Vincenzo parrocchiali, Don Orione di Chirignago. Forse ho dimenticato qualcosa, ma non credo che ci sia molto altro!

Mi limito ad affermare che la chiesa mestrina potrebbe far di più e di meglio, perché siamo ancora ben lontani dalla meta fissata dal nostro Fondatore “Ama il prossimo tuo come te stesso!”


Perché L’Incontro

sabato, 25 luglio 2009

Un mio amico, che in verità non ha mai avuto molta dimestichezza con la penna, che ha sempre svolto in maniera ordinata, ma mi pare senza troppa passione, il suo ministero pastorale, attenendosi alle regole canoniche, essendogli capitato per caso in mano “L’incontro”, mi disse quasi sgomento: “Chi te lo fa fare?”

Evidentemente aveva fatto quattro conti sui costi, sul tempo impiegato, sulle difficoltà di organizzare l’inserimento a computer, sull’organizzazione del menabò, sulla stampa ed era quasi inorridito che io ad ottant’anni e per di più in pensione, liberamente, senza ordini di sorta, mi sia imbarcato in questa impegnativa avventura.

La battuta non mi giungeva nuova e la risposta ho dovuto darmela prima di cominciare ed ogni settimana, nel momento in cui scelgo gli argomenti.

A me pare lapalissiano che il monito di Cristo “Vi mando perchè portiate frutto e il vostro frutto sia abbondante” oppure “Siate miei testimoni voi che siete stati con me fin dall’inizio”.

Se fare il prete fosse un mestiere per sbarcare il lunario o peggio per avere una posizione di un qualche prestigio, io avrei mollato dopo un paio di settimane dalla mia ordinazione sacerdotale.

Per me fare il prete significa avere un messaggio da proporre, avere una missione ed un servizio da compiere, offrire ai fratelli una soluzione valida per la vita. Tutto questo lo faccio nella chiesa, ma non tutto quello che nella chiesa si fa, si predica, si propone, mi convince. Penso che l’amore per la comunità e per Cristo, mi imponga di rendere vero, significativo e attuale il messaggio, combattere certe incrostazioni anacronistiche, tradurre a livello esistenziale la proposta cristiana, impegnarmi contro un ritualismo inconsistente.
Smantellare impalcature macchinose che hanno poco a che fare con Gesù, calare nel quotidiano il comandamento dell’amore, coniugare in maniera intensa ed armoniosa la fede con la vita concreta in cui vive l’uomo d’oggi.

Tutto questo esige e merita il contributo di tutti ed anche il mio seppure si tratti del contributo di un povero vecchio prete in pensione.


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