Don Armando Trevisiol


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Un bell’incontro!

martedì, 3 agosto 2010

Qualche giorno fa due sposi di mezza età sono stati accompagnati nel mio minuscolo alloggio al “don Vecchi” perché avevano deciso di sottoscrivere due azioni della Fondazione Carpinetum per la costruzione del nuovo Centro di Campalto.

Ho capito immediatamente che essi erano due affezionati e fedeli lettori de “L’incontro” e perciò, vedendo la listerella settimanale dei sottoscrittori dei “Bond Paradiso”, avevano deciso di partecipare alla benefica impresa sottoscrivendo due azioni, pur essendo lui ormai in pensione da qualche anno.

Questi due cristiani praticanti hanno una strana posizione a livello parrocchiale. Abitano nel territorio di una data parrocchia, frequentano la catechesi della più numerosa scuola di catechismo della diocesi, quella de “L’incontro”, alla quale partecipano ogni settimana quattromila alunni (veramente, a sentire alcuni esperti del settore i lettori del periodico sarebbero anche tre-quattro volte tanto il numero di copie stampate) e vanno a messa nella parrocchia di don Roberto, mio fratello minore, a Chirignago.

La strana “vita ecclesiale” di questi due coniugi, che poi mi hanno motivato le loro scelte religiose, m’ha fatto capire che la gente non va dove le norme canoniche e le pretese dei parroci vorrebbero e non è attratta dai riti, spesso noiosi e poco coinvolgenti, ma va dove avverte che c’è vita cristiana autentica, dove si crede nel messaggio, ove c’è entusiasmo e fierezza del vivere l’avventura proposta da Gesù, dove tutto l’uomo riceve risposte e il caldo abbraccio della comunità.

Tralascio, per doverosa discrezione, le lodi al nostro periodico e il disappunto di non poterlo trovare nella loro parrocchia geografica, ma sottolineo la loro ammirazione e quasi l’ebbrezza per avere la possibilità di condividere la lettura della vita, le proposte di solidarietà, l’avventura cristiana vissuta positivamente e non in maniera stanca, rassegnata ed incanalata in un binario morto.

Se ne sono andati contenti ed io sono rimasto nel mio studiolo più contento di loro avendo, ancora una volta, scoperto che sotto la brace c’è ancora qualcosa di vivo pronto ad infiammarsi.


C’è chi cerca “aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!”

sabato, 19 giugno 2010

Anche oggi, come faccio da quattro anni due volte la settimana, sono andato a portare nell’espositore vicino alla cappella dell’”Angelo” e nel grande ballatoio soprastante “l’oasi” verde, la produzione dell’editrice de “L’Incontro”.

Lunedì scorso avevo portato un migliaio di copie del settimanale, una cinquantina del volume “L’albero della vita” per l’elaborazione del lutto, una cinquantina di copie del libretto delle preghiere, un centinaio di copie di “Coraggio” ed una cinquantina del mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Come avviene quasi sempre, non c’era più niente del grosso malloppo che avevo portato alcuni giorni prima.

Si potranno trovar fuori mille difetti e limiti della produzione letteraria della nostra editrice, ma non quello, e non è certamente poco, che le sue pubblicazioni non risultino gradite al pubblico della nostra città!

Sentivo in questi giorni che tutti i quotidiani, settimanali e mensili, anche a livello nazionale, subiscono un enorme calo, tanto che qualcuno è costretto a chiudere, mentre le nostre pubblicazioni, che certamente non competono con questi giganti della carta stampata, non solo non sentono questa crisi, ma sarebbero in costante aumento, se non fossimo trattenuti dalle difficoltà di carattere finanziario.

Una signora, qualche giorno fa, forse me ne ha dato un motivo credibile: «In quello che scrivete si avverte aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!” Sono convinto poi che a questo si aggiunge che gli argomenti trattati non sono mai oziosi e marginali, ma vanno sempre al cuore della vita.


Il successo de L’Incontro è una grande responsabilità

mercoledì, 31 marzo 2010

Mi pare che sia normale e comprensibile che ci siano molte più persone che conoscono me che quelle che io conosco.

Quando parlo dall’altare la domenica più di 250 persone hanno ben in vista la mia zazzera bianca e sentono la mia voce roca, mentre di fronte a me sta una folla indistinta di gente delle quali neppure cerco di distinguere il volto per non perdere il filo del discorso. Io poi molto spesso tengo, sempre per la stessa ragione, gli occhi socchiusi perciò ben difficilmente memorizzo i volti. Ora poi che a motivo dei “bond paradiso” se ne sono occupati i giornali e la televisione delle mie avventure, mi sento salutare per nome in ogni luogo in cui mi rechi.

Qualche giorno fa stavo portando in ospedale una grossa borsa di copie dell’Incontro, quando una signora di mezza età, accompagnata dal marito, vedendo spuntare dalla borsa la facciata del periodico, mi chiese di dargliene una copia. Nel ringraziarmi ebbe modo di dirmi: “Lo leggo ogni settimana con interesse, lo legge pure mia madre ed anche mio figlio!”

Sono stato particolarmente felice di questo indice di gradimento senza dover pagare aziende di indagine demoscopica. D’altronde io ho modo di constatare l’andamento de “L’incontro” dagli espositori della mia “parrocchietta tra i cipressi” e ho modo di vedere che per quante copie ne porti, a mezzogiorno della domenica non se ne trovano più.

Sono tanto contento di poter parlare ogni settimana a migliaia di persone di ogni età; credo che siano pochi i preti, anche delle più grosse parrocchie ad avere una massa così numerosa di ascoltatori, ma sento però anche la grave responsabilità di parlare ogni settimana a tanta gente, pur aspettando a giorni gli 81 anni!

Ho dato le dimissioni dalla mia parrocchia di seimila abitanti per il timore di non essere più all’altezza di aiutare tanta gente a trovare la strada buona per il Cielo, e me ne trovo ora praticamente almeno tre volte tanta!

Papa Giovanni una volta che l’ho incontrato in Vaticano, mi confidò che da quando la sua diocesi era diventata grande come il mondo, aveva sentito il bisogno di dire tutte tre le parti del rosario, i misteri gloriosi, dolorosi e gaudiosi.

Penso che dovrò pure io aumentare la preghiera per le persone che mi leggono e mi ascoltano!


“Ricordati delle ultime cose e non perirai”

mercoledì, 24 febbraio 2010

Stampiamo ogni settimana 4500 copie de “L’incontro”, e semmai ne rimane qualche decina, vengono ritirate e rimesse in circolazione immancabilmente la settimana successiva, quindi abbiamo almeno 4500 lettori. Se poi fosse vero quello che gli esperti del settore affermano, che ogni copia viene letta da quattro cittadini, dovremmo concludere che 18.000 mestrini leggono il nostro settimanale. Veramente un bel numero!

Qual’è l’associazione, il movimento o la parrocchia che ha un pubblico così vasto e fedele?

Il “ritorno” di questa abbondante proposta è però piuttosto scarso; sono relativamente pochi i lettori che ci fanno pervenire il loro parere.
Qualche complimento qualche rara osservazione, ma nulla più!

Qualche giorno fa uno dei miei fratelli, che è un attento e fedele lettore del periodico, mi ha fatto un’osservazione che anche qualche altro, nel passato, mi aveva già fatto trapelare. Osservazione a cui voglio in qualche modo rispondere. Mi diceva Luigi, così si chiama questo piccolo imprenditore della serramentistica: “Il discorso sulla vecchiaia e la morte è perfino troppo ricorrente su L’incontro!”

E’ vero! Ho una qualche giustificazione istituzionale in quanto il periodico è il portavoce dei “Centri don Vecchi” struttura per anziani – della Pastorale del lutto e della chiesa del cimitero e per di più ha come direttore un ottantenne.

Con queste premesse sarebbe un po’ strano che parlasse di giovinezza, di economia, di divertimento per quanto sano!

Quindi chiedo ai lettori di annacquare la dose sull’argomento leggendo un qualcosa di altro, di più allegro.

Ricordo però a tutti la massima ch’era spesso sulle labbra del vecchio Papa Roncalli “Ricordati delle ultime cose e non perirai” e le ultime cose sono, piaccia o non piaccia: morte, giudizio, inferno e paradiso!


Il messaggio che vuole trasmettere L’Incontro

mercoledì, 2 dicembre 2009

Oggi ho incontrato in ospedale un collega delle magistrali, che non incontravo almeno da quarant’anni.

Inizialmente, pur ricordando i dati sommatici di questo anziano signore, che rivedevo dopo tanto tempo nella cornice dello splendido ed ormai rigoglioso giardino pensile dell’ospedale dell’Angelo, feci fatica a ricordare dove e come l’avevo conosciuto. Poi lui accennò “Al Tommaseo di via Cappuccina” allora mi sovvenne il quadro di un’esperienza orami tanto lontana.

Fui tanto felice del suo entusiasmo, del calore umano con cui mi trattava e poi pian piano compresi che, mentre io ero rimasto fermo a qualche decennio prima, egli invece aveva continuato a sentirmi parlare mediante la lettura de “L’incontro” che non so dove trovi.

L’entusiasmo lo portò a confidarmi che a quel tempo delle magistrali, egli era mezzo comunista, mentre ora aveva capito che era invece mezzo scemo! Evidentemente aveva compreso dalle pagine del mio diario che considerava l’esperienza storica del comunismo ormai definitivamente conclusa.

La mia speranza è che “L’incontro” non passi solamente un indirizzo di carattere politico, che considero abbastanza marginali alla vita, ma provochi invece un’attenzione al mio struggente bisogno di pensare ad una profonda purificazione del nostro modo di essere cristiani oggi, ed un rilancio della proposta evangelica che sola oggi può dare risposte vere alle tante attese dell’uomo.

Comunque me ne tornai a casa contento sperando di poter continuare a seminare a larghe mani per qualche anno almeno e consolato che i gravi e insopportabili costi del periodico trovino giustificazione più che ragionevole.


I soldi spesi per l’informazione sono sempre ben spesi

venerdì, 23 ottobre 2009

Io ho sempre avuto profonda riconoscenza per i miei maestri, per l’educazione, per la cultura e per la saggezza che hanno tentato di passarmi. Debbo soprattutto a loro che mi hanno aiutato ad impostare certe scelte sia sul piano esistenziale che su quello pastorale.

Ricordo, per esempio, un concetto che Monsignor Vecchi era solito ribadirmi con la parola ma anche avvallandolo poi nella pratica della vita. “Vedi, don Armando, i soldi spesi per l’informazione sono sempre ben spesi e infine rientrano sempre!”

A San Lorenzo stampavamo “la Borromea”, il foglio settimanale, in un gran numero di copie, ma soprattutto curavamo un mensile, con la stessa testata, che ci costava fatica e denaro. Qualcuno ci chiedeva se ci facessimo pagare tali periodici e si sorprendeva quando veniva a conoscere i costi elevati.

Ho compreso, grazie all’insegnamento di Monsignore, che se si vuole informare, creare opinione pubblica, è assolutamente necessario pagare questo scotto.

Quando ero in parrocchia a Carpenedo, mi costavano una barca di denaro: “Radiocarpini”, “Lettera Aperta”, “Carpinetum”, “L’anziano” eppure, nonostante che tutto fosse diffuso gratuitamente, la parrocchia aveva un bilancio positivo come poche altre in diocesi.

Andato in pensione, per prima cosa ho pensato che dovevo crearmi uno strumento per dialogare con la città.

Da questo convincimento è nato “L’incontro”. Il costo di questo periodico sia di tempo che di lavoro è altissimo, ma pure i risultati sono veramente grandi.

Ora posso parlare direttamente o indirettamente con la città, questo mi da modo di trattare alla pari con chiunque. So di avere in mano uno strumento di notevole efficacia; scelgo di usarlo con prudenza e per il bene della comunità, però credo che non sia male che anche i miei interlocutori, che come me hanno scelto di servire la collettività, sappiano che voglio essere inerme solamente per scelta, non perché non abbia risorse per contrappormi ad ingiustizie o soprusi!


La chiesa mestrina potrebbe far di più…

sabato, 17 ottobre 2009

Sono in crisi perché non so più come far fronte alle grosse spese che debbo sostenere per pagare i costi del “L’incontro”.

Non ho trovato un inserzionista che in cambio della concessione di uno spazio esclusivo di pubblicità mi offra almeno quei 20.000 € che mi sono assolutamente indispensabili per tirare avanti.

I conti son presto fatti: due bancali di carte mi durano un mese e costano più di 1000 €, per l’inchiostro mi servono 480 € al mese, altri 300 € per le matrici = quasi 2000 € al mese moltiplicati per 12 mesi.

D’altronde sono così convinto della necessità che un certo modo di sentire la fede e la religione debba avere uno spazio di proposta che il chiudere questo strumento di dialogo e di pungolo nei riguardi dei cristiani mestrini, è l’ultima cosa che farò.

Posso tagliare su tutto: vacanze, vestiti, comodità, viaggi, dischi ecc. ma non su ciò che mi permette di donare il mio contributo a quella frangia di chiesa che la pensa come me, ai miei fratelli di fede e alla mia città!

In questi giorni, una volta ancora, ho fatto delle amare constatazioni sullo stato della carità religiosa a Mestre.

Per quanto riguarda la carità civile, non ho che da essere orgoglioso; Bettin prima e Cacciari poi hanno fatto di Venezia un comune d’avanguardia sulle politiche sociali.

Ma per quanto riguarda la chiesa mestrina, non posso pensare altrettanto, anche se vi sono delle realtà alcune vive altre che vivacchiano.

Ne cito alcune, non do un giudizio sull’efficienza e sulla validità, lasciando ad ogni singolo cristiano a dare un punteggio.

Ecco gli enti di carità a Mestre: Caritas, S. Vincenzo, Mensa di Ca’ Letizia, Mensa dei Cappuccini, Mensa di Altobello, Banca del tempo libero, Centro Nazaret, Santa Maria del Rosario, Centri don Vecchi, Magazzini dei vestiti, dei mobili, dei supporti per infermi, Banco alimentare, Bottega solidale, Casa di accoglienza S. Chiara, Fojer S. Benedetto, Foresteria di Carpenedo, Casa Nazaret di Chirignago, Seniorestaurant, S. Vincenzo parrocchiali, Don Orione di Chirignago. Forse ho dimenticato qualcosa, ma non credo che ci sia molto altro!

Mi limito ad affermare che la chiesa mestrina potrebbe far di più e di meglio, perché siamo ancora ben lontani dalla meta fissata dal nostro Fondatore “Ama il prossimo tuo come te stesso!”


Perché L’Incontro

sabato, 25 luglio 2009

Un mio amico, che in verità non ha mai avuto molta dimestichezza con la penna, che ha sempre svolto in maniera ordinata, ma mi pare senza troppa passione, il suo ministero pastorale, attenendosi alle regole canoniche, essendogli capitato per caso in mano “L’incontro”, mi disse quasi sgomento: “Chi te lo fa fare?”

Evidentemente aveva fatto quattro conti sui costi, sul tempo impiegato, sulle difficoltà di organizzare l’inserimento a computer, sull’organizzazione del menabò, sulla stampa ed era quasi inorridito che io ad ottant’anni e per di più in pensione, liberamente, senza ordini di sorta, mi sia imbarcato in questa impegnativa avventura.

La battuta non mi giungeva nuova e la risposta ho dovuto darmela prima di cominciare ed ogni settimana, nel momento in cui scelgo gli argomenti.

A me pare lapalissiano che il monito di Cristo “Vi mando perchè portiate frutto e il vostro frutto sia abbondante” oppure “Siate miei testimoni voi che siete stati con me fin dall’inizio”.

Se fare il prete fosse un mestiere per sbarcare il lunario o peggio per avere una posizione di un qualche prestigio, io avrei mollato dopo un paio di settimane dalla mia ordinazione sacerdotale.

Per me fare il prete significa avere un messaggio da proporre, avere una missione ed un servizio da compiere, offrire ai fratelli una soluzione valida per la vita. Tutto questo lo faccio nella chiesa, ma non tutto quello che nella chiesa si fa, si predica, si propone, mi convince. Penso che l’amore per la comunità e per Cristo, mi imponga di rendere vero, significativo e attuale il messaggio, combattere certe incrostazioni anacronistiche, tradurre a livello esistenziale la proposta cristiana, impegnarmi contro un ritualismo inconsistente.
Smantellare impalcature macchinose che hanno poco a che fare con Gesù, calare nel quotidiano il comandamento dell’amore, coniugare in maniera intensa ed armoniosa la fede con la vita concreta in cui vive l’uomo d’oggi.

Tutto questo esige e merita il contributo di tutti ed anche il mio seppure si tratti del contributo di un povero vecchio prete in pensione.


Di più e di meglio

martedì, 30 giugno 2009

Spero di averlo già confessato, ma come si sa certi “peccati”, nonostante il pentimento e la confessione, riemergono come macchie d’olio, dopo averle pulite. Comunque ribadisco che io scrivo la presentazione dell’editoriale e il “diario”, altri collaboratori i loro articoli, che sono diventate rubriche fisse, e il resto lo spigolo tra una miriade di riviste e giornali. Di mio c’è la scelta che si rifà ad una linea editoriale spesso denunciata; ma comunque non è farina né del mio sacco, né di quella del numero abbastanza ristretto di collaboratori.

Per fare questa scelta di argomenti ogni tanto, quando il mucchio di giornali è diventato tanto alto da correre il pericolo di rovesciarsi, sforbicio gli articoli e li inserisco nel mio archivio costruito in maniera assolutamente artigianale.

Qualcuno che non ha eccessiva stima nei miei riguardi, ha definito questo mio lavoro “una scopiazzatura” grossolana.

Io però non mi adombro, lo confesso e mi rassereno constatando che un numero costantemente in crescita, legge il periodico e non poco di frequente ci fa i complimenti.

Quando però impegno qualche oretta in questa operazione ho modo di constatare come in quella fungaia di periodici e riviste, che certamente non hanno una grossa tiratura, né fanno opinione al di fuori di una categoria devota e ristretta di lettori, vi sono pensieri, proposte, relazioni di attività quanto mai interessanti che meriterebbero di essere conosciute a livello nazionale, mentre invece nascono, vivono e muoiono all’interno di un piccolo mondo.

Tanti sforzi non producono quei frutti che meriterebbero d’essere colti. Non so se tutto questo sia causato dalla nostra insipienza, dal nostro campanilismo provinciale o a quella “logica della croce” per cui si vince perdendo!

Comunque sarebbe ora che i cattolici la smettessero una buona volta di lasciarsi immagare da “Repubblica” o dal “Corriere”; a casa loro hanno tanto di più e di meglio!


Gratitudine a chi lavora nell’ombra per L’Incontro

sabato, 27 giugno 2009

Come quasi tutti i vecchi ricordo letture ed eventi lontani e dimentico facilmente e subito cose lette poche ore prima.

Non è neanche detto che delle cose lontane ricordi bene e con precisione nomi, dati e tutto il resto.

Qualche giorno fa pensando come rendere onore ad una cara e deliziosa signora, che in umiltà e silenzio, inserisce nel computer queste mie riflessioni espresse con tante cancellature, scarabocchi, rimandi e tutto il resto, mi veniva da paragonarla ad un protagonista di una delle tante belle pagine del De Amicis. Il libro “Cuore” l’avrò letto credo, circa settant’anni fa e mi ricordo una bella pagina che allora mi ha particolarmente commosso, penso si intitolasse: “Piccolo scrivano fiorentino” il ragazzo che di notte, per racimolare un po’ di denaro per la sua famiglia, scriveva combattendo, coraggiosamente il sonno.

Io non ho la penna del De Amicis, ma desidererei tanto dedicare una bella pagina a questa creatura schiva, riservata e silenziosa che ruba parecchie ore della settimana al suo compito di mamma, sposa e nonna, per far sì che i miei pensieri diventino messaggio per i nostri concittadini.

Quando un numero de “L’incontro” va bene, a qualcuno può scappare talvolta anche un complimento: “Che bravo quel vecchio prete che continua a lottare e non demorde!”

Costoro non sanno che dietro a quel periodico, modesto fin che si vuole, ci sono persone che nell’ombra svolgono un servizio generoso che implica tanti sacrifici e poche lodi.

Bertold Brecht fa una battuta che non voglio dimenticare e che fa giustizia a questo proposito: “Quando si scrive pomposamente che Cesare conquistò la Gallia, non si pensa che non lo fece da solo, ma che un esercito di persone si sono sacrificate dando il meglio di sè per quel risultato”.

Voglio rendere onore alla signora del computer, e a quella filiera splendida di persone che compongono, stampano, piegano e diffondono “L’incontro”, dovendosi accontentare solamente degli incitamenti di questo vecchio prete che vorrebbe sempre di più e di meglio.

Desidero che loro, ma non soltanto loro, sappiano quanto li ammiri, li apprezzi, sia loro riconoscente e voglia loro tanto bene. Essi sono per me le persone che contano, non quelle che portano i gradi sulle spalline.


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