Don Armando Trevisiol


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Che gioia la prima riunione del nuovo Consiglio della fondazione!

domenica, 8 gennaio 2012

Durante la scorsa settimana sono stato gentilmente invitato a partecipare alla prima convocazione del nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione del “don Vecchi”. Sono stato estremamente ben impressionato, a cominciare dalla convocazione.

Sotto la mia gestione l’incontro del Consiglio era una vera questione di Stato. Si cominciava con una serie di telefonate per verificare la disponibilità dei vari membri a parteciparvi e non era cosa da poco riuscirvi, per i vari impegni di ognuno. Una volta risolto questo problema, veniva mandata una E-mail con l’ordine del giorno. Infine, non fidandomi delle “diavolerie” dell’elettronica, mandavo anche una lettera. Quasi sempre mancava qualcuno e tra quelli che intervenivano c’era sempre uno o due che dovevano andarsene presto per precedenti impegni.

Con don Gianni le cose sono cominciate ben diversamente. Inviò ai consiglieri una semplice e-mail a bruciapelo, a me una telefonata per rispetto alla mia canizie. Don Gianni, presidente, ha tirato fuori il suo computerino portatile e mentre con la bocca parlava, le sue mani danzavano leste sulla tastiera.

Il nuovo presidente ha comunicato velocemente date e modalità della nomina, si è informato sui problemi più urgenti, ha fatto mettere a verbale le prime iniziative e scadenze ed ha condotto in maniera veloce e spigliata la seduta di consiglio, riprendendo in mano l’annosa discussione sulla “cittadella della solidarietà”, avviando il progetto su un binario sicuro e sgombero da ostacoli curiali.

Sono rimasto veramente ammirato dalla autorevolezza, dalla spigliatezza e dal senso di responsabilità nel prendere in mano le varie questioni. Sono uscito ringraziando il Signore della grazia che ha fatto a me e al “don Vecchi” per aver mandato questo giovane prete, perché credo che con lui il movimento della solidarietà avrà certo un domani.

Ritornando in appartamento ho ripetuto il “nunc dimittis Domine” che avevo pronunciato durante l’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, dicendo l’antica frase che ripetono gli anziani: “Beati voi giovani!”. Sono convinto che nella famiglia del “don Vecchi” si siano ricomposti i ruoli e finalmente io potrò svolgere quello che mi si addice, cioè il nonno!


Ora spero nella rinascita del sogno della “Cittadella della solidarietà”!

mercoledì, 30 novembre 2011

Da un paio di anni sogno “La Cittadella della solidarietà”, ossia un piccolo borgo ove si tentasse di dare la risposta alle attese dei cittadini che sono in disagio per i motivi più diversi.

Vedendo il gran bene che si va facendo nel polo solidale del “don Vecchi”, nel quale ogni giorno decine e decine di volontari incontrano ed aiutano centinaia e centinaia di poveri, ho sognato che finalmente si potesse dar vita ad un qualcosa di organizzato e coordinato a livello manageriale.

Il gran campo non coltivato che costeggia il Centro “don Vecchi” mi sembrava il sito ideale per l’ubicazione, per la grandezza della superficie e per i mezzi di trasporto vicini. Non avevo neppure preoccupazioni di ordine economico, perché rifacendomi alla dottrina che supporta i grandi magazzini della solidarietà che operano al Centro – ossia che è importante impostare l’organizzazione in maniera tale che ognuno sborsi quello che può e il ricavato sia totalmente devoluto per mettere in atto altri servizi, strutture di solidarietà. Per questa scelta non solamente suddetto polo solidale non è in rosso, ma anzi in cinque anni è riuscito a creare 64 nuovi alloggi per gli anziani.

La Società dei 300 Campi, che pure è nata per beneficenza del vescovo di Treviso e che dovrebbe per statuto operare a vantaggio del popolo, preferisce lasciare il suo terreno incolto ed improduttivo piuttosto che dedicarlo ai concittadini bisognosi. Gli abitanti del quartiere, poi, si sono messi di traverso, preoccupati che “la poveraglia” non squalifichi il loro ambiente piccolo-borghese.

Ad un certo punto parve che il patriarca Scola ambisse a tradurre la sua crociata a favore del “gratuito”, ma i prelati a cui ha affidato il progetto non son parsi né troppo convinti né operativi, tanto che hanno lasciato passare i mesi senza concludere nulla. Ora poi che il Patriarca se n’è andato, anche le più deboli speranze sono del tutto svanite.

Io però credo ancora al motto latino “In spem contra spem” perché anche quando mi sono accorto che enti pubblici, banche e fondazioni mi hanno voltato le spalle, la Provvidenza non s’è per nulla scomposta; e infatti stiamo chiudendo la partita del “don Vecchi” di Campalto perfino in positivo.

Chissà che il mio giovane successore non faccia il miracolo! Caso mai io gli darò una mano offrendogli l’ultimo euro, memore del patriarca Agostini che disse a don Valentino Vecchi: «Parti, io ti assicuro che ti darò l’ultima lira!»


Un pranzo di lavoro poco soddisfacente

venerdì, 25 marzo 2011

Qualche giorno fa ho partecipato per la prima volta ad un pranzo di lavoro a cui mi ha invitato il Patriarca.

Premetto che non sono particolarmente entusiasta della soluzione dei pranzi di lavoro per trattare un qualsiasi problema. Chi prende la parola fatica a parlare perché i destinatari del suo discorso sono, naturalmente, più o meno intenti a mangiare, e chi ascolta, invece, mangia mal volentieri, preoccupato di non far rumore, di perdere le parole, e quando gli verrebbe da intervenire è nel bel mezzo del piatto di pasta! Comunque il pranzo di lavoro è andato avanti, seppur con qualche sussulto e qualche pausa per l’andirivieni della cameriera, abbastanza disinvolta, spicciativa e poco interessata al discorso.

L’architetto Giovanni Zanetti, ha trattato l’argomento della cittadella della solidarietà un po’ girando alla larga ed un po’ con un linguaggio troppo tecnico e ha informato di poter ottenere trentamila metri di terreno a titolo gratuito, in una zona a suo parere ben servita dai mezzi pubblici. Il Patriarca è intervenuto motivando la scelta come logica conclusione della sua “campagna” sul gratuito svolta durante la sua visita pastorale.

Gli interventi circa l’opportunità di dar vita a questa “cittadella della solidarietà” sono stati più smorzati e più soffici di quelli manifestati sullo stesso argomento durante una precedente cena di lavoro alla quale non partecipava il Patriarca; di certo però non ho avvertito troppo entusiasmo e troppa passione; forse ciò è dovuto al fatto che, per non so quale motivo, in questi giorni ho avuto un calo preoccupante di udito. M’è parso che con quella “brigata” non si andrà troppo lontano.

Un mio vecchio amico prete diceva spesso che lui era per la democrazia, però guidata da un forte “leader” – che, tradotto, significava che c’era bisogno di uno che ascolti pure, ma poi decida lui! Io invece penso che sia assolutamente necessario un manager che, dopo aver ascoltato, proceda mettendo in riga tutti, compresi quelli che han deciso! Per la “cittadella” siamo ancora un po’ lontani da questo; spero che non si indìca quindi una “merenda di lavoro” per proseguire il discorso!


L’accattonaggio

mercoledì, 16 marzo 2011

Nota della redazione: come sempre, questo appunto di don Armando scritto a penna e trasformato in articolo per “L’Incontro” e post per il blog, risale ad alcune settimane fa.

Questa mattina la mia amica de “La nuova Venezia”, una giovane giornalista che segue con passione le vicende del “don Vecchi” di Campalto, mi ha telefonato chiedendomi che cosa ne pensavo in merito all’accattonaggio.

La notizia che un prete di un paesotto della marca trevigiana aveva dal pulpito messo in guardia i suoi parrocchiani a diffidare degli accattoni e di non prestarsi a dare l’elemosina ai mestieranti della carità, aveva suggerito a questa giovane giornalista, sempre a caccia di notizie, di scrivere un pezzo per il giornale con cui collabora, sull’argomento.

Domani mattina sono certo che avrò una foto nella pagina cittadina con, molto probabilmente, l’affermazione che anch’io sono contrario all’accattonaggio e che diffido i concittadini dal far l’elemosina.

Io, in verità, affronto il problema in maniera più articolata: è giusto, per me, che i preti proibiscano agli accattoni piagnucolosi di stendere la mano alla porta della chiesa, a patto che la parrocchia relativa sia veramente attrezzata a soccorrere i poveri e, al momento presente, credo che quasi nessuna parrocchia della città abbia messo in essere un impianto serio ed efficiente per soccorrere chi ha bisogno. Il prete in questione ha affermato che la Caritas è deputata ad aiutare seriamente i poveri. Io però non conosco parrocchia della nostra città e, meno che meno dell’interland, che si sia munita di strutture atte a dare un aiuto serio.

Sono pure decisamente convinto che le singole parrocchie, anche le più sensibili a questo problema – e sono pochissime, meno forse delle dita di una mano – potranno mai essere in grado di dare una risposta adeguata a chi è nel bisogno e credo che neppure le Caritas, così come sono attualmente impostate, siano in grado di farlo. Per questo sogno la “Cittadella della solidarietà” come risposta seria e globale al bisogno dei cittadini in difficoltà. Spero che il mio sogno non sia una illusione!


Sognate con me!

domenica, 13 marzo 2011

Credo che non ringrazierò mai sufficientemente il Signore per avermi dato lo splendido dono di sognare ad occhi aperti. Il sognare in modo nuovo però, che non si riduce ad un’utopia lontana ed irraggiungibile, ma come gradini successivi che mi portino più avanti, più in alto e più vicino ad un “mondo nuovo”. Qualche giorno fa ho letto che don Verzè, il fondatore del grande ospedale-università di Milano, il San Raffaele, sta sognando, a più di novant’anni, di sconfiggere il tumore. Allora perché io, che ne ho solamente 82, non posso sognare un qualcosa alla grande?

Voglio confidare agli amici i miei sogni-nella speranza che pure loro non si rassegnino a non guardare più in là del proprio naso. Sognare costa poco, ma dona molto, offre nuove prospettive, scatena risorse interiori, mette in moto sinergie e talvolta, se ti va bene, può offrirti anche qualche realizzazione che gratifica lo spirito.

Comincio col più piccolo: l’Agape. Ogni quindici giorni vorrei, con i volontari della cucina del “Seniorestaurant” del “don Vecchi”, offrire un “pranzetto” cordiale a quaranta, cinquanta anziani della città che vivono soli. Un pranzetto che parte dall’antipasto e termina col dolce, in un ambiente caldo e cordiale. Non è molto, ma se ogni parrocchia ne organizzasse uno, più di mille anziani potrebbero pranzare assieme al costo di una “pipa di tabacco”!

Secondo sogno – che già ha messo radici e sta crescendo decisamente, tanto che col prossimo settembre potrà “camminare con i suoi piedi” – il “don Vecchi 4 di Campalto”: 64 nuovi alloggi per anziani poveri.

Qualche ostacolo, qualche bastone fra le ruote, qualche preoccupazione economica, ma ormai pare tutto in via di superamento, e soprattutto quanta gioia poter pensare che un’altra settantina di anziani trascorrerà la vecchiaia senza timore di sfratto e senza dover chiedere l’elemosina a nessuno.

Terzo sogno: la cittadella della solidarietà. Un ostello con duecento stanze, un ristorante con trecento coperti, un’”Ikea” per i mobili, un “Coin” per i vestiti, un ipermercato per i generi alimentari, un poliambulatorio, un centro di ascolto collegato con tutti i servizi in atto in città, un complesso-docce, un salone di parrucchiere per uomo e donna, un ufficio legale, una banca per miniprestiti, ecc.

Per ora ci sono le idee, ma non è impossibile, prima o poi, mettono le ali e comincino a volare.


Se la Cittadella della Solidarietà è impantanata in pastoie burocratiche, io guardo oltre!

domenica, 23 gennaio 2011

La vita vissuta in équipe, m’è sempre stata molto stretta. Capisco sempre di più d’essere una persona solitaria e profondamente individualista.

Qualche mese fa m’è stato chiesto di “cedere” alla diocesi il progetto della “cittadella della solidarietà”. Ne fui molto felice perché “mi si cavava una castagna dal fuoco” in un tempo che di problemi ne ho fin troppi. Poi ritenevo veramente bello che l’intera Chiesa veneziana prendesse seriamente il discorso di Gesù “Ama il prossimo come te stesso”, discorso ribadito con forza e con concretezza da san Giacomo. Mi affascinava che l’intera Chiesa veneziana si impegnasse globalmente su un progetto che avrebbe testimoniato la sua coerenza al Vangelo.

L’iter intrapreso mi è sembrato subito un difficile percorso di guerra che soldati poco intraprendenti ed audaci avrebbero avuto infinite difficoltà e pretesti per affrontare e risolvere. Infatti stanno passando giorni, settimane e mesi e il progetto rimane solamente una timida bozza di progetto, mentre paesetti come Mirano stanno già costruendo “il villaggio solidale”!

Ancora una volta mi si affaccia la tentazione di abbandonare il progetto della città solidale alla burocrazia della curia e dar vita ad un braccio d’azienda al posto della possibile e futura “cittadella” per risolvere il problema dei magazzini San Martino, San Giuseppe e di tutti i santi della carità.

Mi si regalano trentamila metri di terreno e diecimila di spazio coperto da tetto. Io credo che bisogna cogliere l’opportunità al volo e lasciando il progetto della “cittadella” alla diocesi, noi invece costruiremo “L’Ikea” solidale dei mobili usati e “i grandi magazzini Coin” degli indumenti d’epoca.

Non sarà la Chiesa di Venezia a farlo, comunque sarà un suo vecchio prete in pensione!


Condivido il buon proposito del Patriarca circa la “Cittadella della Solidarietà”!

martedì, 7 dicembre 2010

Nell’incontro promosso dal Patriarca e portato avanti dal vescovo ausiliare, mi è stato ripetuto più volte che l’iniziativa della “Cittadella della Solidarietà” verrà seguita dalla Diocesi. Perché poi non ci fossero dubbi di sorta, monsignor Pizziol mi ha ribadito, pur con rispetto e cortesia, che questa cittadella non sarà la cittadella di don Armando, ma quella del Patriarcato.

Perlomeno una volta sono totalmente d’accordo con la Curia. Non sogno, a livello personale, alcuna “cittadella”, mi bastano i 48 metri quadrati del mio alloggio al “don Vecchi” e me ne avanza. Sono felicissimo che la Chiesa veneziana faccia proprio questo progetto, lo promuova e lo realizzi come entità ecclesiale globale; mi pare che questa scelta coinvolga tutti i membri della comunità diocesana e soprattutto sia segno alto che i discepoli del Signore ritengono come componente essenziale della nostra religione non solo la linea verticale che la unisce al Creatore, ma anche quella orizzontale con la quale abbraccia il popolo dei fratelli.

In verità sono sempre stato abbastanza scettico circa l’autenticità cristiana di una Chiesa tutta preoccupata ed impegnata per la salvezza eterna e lo spirituale e poco attenta alla vita fisica e sociale dei suoi membri e al loro benessere umano.

Il Patriarca, nella sua visita pastorale, mi pare abbia quanto mai insistito sul dovere “del gratuito” e perciò, alla conclusione di questo lungo ed appassionato incontro con tutte le comunità e con tutti i membri della Chiesa veneziana, dar vita ad un segno che attualizzi il suo messaggio sia la cosa più bella e più opportuna che potesse fare. Io mi sentirò lieto di essere parte dei quattrocentomila cattolici veneziani che intendono dar gloria a Dio mediante la carità.


Anche una “cena di lavoro” per coltivare l’utopia della Cittadella della Solidarietà

mercoledì, 17 novembre 2010

Il Patriarca, tra i suoi mille impegni nazionali e internazionali, ha perfino trovato il tempo per accorgersi dell’utopia di un suo vecchio prete in congedo, che sta sognando una Chiesa che si prenda di petto, ma alla grande, il problema dei cittadini stranieri ed italiani più in difficoltà.

La “Cittadella della solidarietà” dovrebbe diventare, almeno per il piccolo drappello che sta seminando questa bella avventura evangelica, una risposta globale alle attese diversificate dei poveri della nostra città.

L’utopia, come tutti sanno, non è ancora un progetto definito con piani attuativi o finanziamento acquisito, non rappresenta quindi una realtà della quale si stanno gettando le fondamenta, ma non è neppure una chimera o tanto meno una fata morgana, che qualcuno pensa di intravedere, ma che in realtà è solo una illusione ottica.

Il Patriarca, successore di uno dei pescatori di Galilea, ha giustamente deciso di ordinare al suo più diretto collaboratore: «Getta la rete in mare!» Il vescovo ausiliare l’ha gettata nella forma più moderna, organizzando una “cena di lavoro” a Villa Visinoni di Zelarino, invitando i principali operatori della solidarietà. La cosa è stata per un certo verso interessante, perché nei miei 81 anni di vita, non sapevo che cosa fosse una cena di lavoro. Ora l’ho finalmente capito: uno parla e gli altri mangiano! A parlare è stato Andrea, il mio vecchio lupetto e il mio portavoce per quella occasione: l’ha fatto brillantemente, mentre tutti gli altri stavano a mangiare.

Ho capito però quello che già sapevo: al massimo – ma non è neanche questo del tutto scontato – ci permetteranno di realizzare noi la “Cittadella della solidarietà”. Ho compreso inoltre che ci vorrà forse un altro secolo perché la Chiesa veneziana realizzi una sinergia di impegno superando gli individualismi così fortemente radicati.

Spero che prima o poi si realizzi la “cittadella”. Però per me sarà come per Mosè: la potrò solo sognare perché il mio tempo è quasi scaduto e non potrò metter piede nella Terra promessa!


Solidarietà: chi protesta e chi dialoga; io vado avanti!

mercoledì, 18 agosto 2010

In una notizia apparsa sul “Gazzettino” di alcune settimane fa, non so se giustamente o meno, m’è sembrato di leggere che il vicesindaco, nonché assessore, tra l’altro, alla sicurezza sociale, prof. Simionato, fosse intervenuto ad un’assemblea tenuta in ambienti della parrocchia di San Pietro Orseolo, assemblea in cui alcuni cittadini avevano protestato in maniera violenta contro l’andirivieni di poveri che nel pomeriggio dalle 15 alle 18 vengono al “Don Vecchi” per ritirare indumenti, generi alimentari e mobili.

Il giornalista, tra l’altro, pareva riferisse che il prosindaco aveva promesso di regolamentare tale afflusso al “Don Vecchi” non visto di buon occhio dai suddetti residenti. Molto probabilmente si trattava degli stessi residenti che un tempo s’erano opposti, riuscendoci, alla costruzione di case popolari, quindi s’erano opposti alla costruzione del “Don Vecchi due”; infine, quando al “Don Vecchi” si pensò di creare un Centro per anziani non autosufficienti nell’ex cascina Mistro, si opposero col pretesto di voler costruire un Centro giovanile. Quando poi il “Don Vecchi” rinunciò al progetto perché la struttura sembrò non idonea, e perciò avevano la possibilità di costruire quel Centro giovanile, non si sa perché, desistettero dall’impresa.

Ora, molto probabilmente, temendo che si attui il sogno della “Cittadella solidale” si sono rifatti vivi. Queste reazioni non mi interessano per nulla perché chi non accetta i più poveri e i più deboli, non solo non ha le mie simpatie ma, meno ancora, la mia stima, come uomo, come cattolico, come cittadino e come cristiano. Però che il vicesindaco avesse abbracciato questa causa non m’andava proprio giù.

Quando questo amministratore mi chiese un colloquio, ci andai con spirito quanto mai bellicoso. Incontrando però il dottor Simionato, l’indignazione sbollì come per incanto, in quanto egli mi disse che per coscienza, cultura e convinzioni personali, non aveva che stima per quanto andiamo facendo al “Don Vecchi” per i poveri.

L’incontro servì anche per fare un giro di orizzonte sui problemi sul tappeto – anziani in perdita di autonomia, “Don Vecchi” di Campalto, “Cittadella della solidarietà” e generi alimentari in scadenza – trovandoci d’accordo su tutto il fronte.

Sono grato all’assessore, nonché vicesindaco, per la ritrovata intesa con la civica amministrazione e per la volontà di lavorare in maniera sinergica a favore dei meno abbienti. Per quanto riguarda i concittadini, posso rassicurarli che tento di avere rispetto per tutti, ma grida, firme e quant’altro non mi scompongono affatto, quello che ritengo giusto e doveroso lo perseguo nonostante tutto e credo d’averla finora sempre spuntata.


Il peso di un sogno a quest’età

mercoledì, 28 luglio 2010

Sto tentando di fare nei miei riguardi un’operazione veramente difficile, ma che molto probabilmente altri han fatto e con successo.

Alla mia età, quando si tratta di impegnarmi per un obiettivo relativamente vicino, lo faccio e anche molto volentieri. Quando però l’operazione prevede che ci sia bisogno di anni, per poterlo concludere, allora sono tentato di negarmi, pensando che saranno altri a dover pensare, perché tanto io non avrò tempo né capacità per risolvere un problema che richiede tempo, fatica, costanza, coraggio ed un’infinita determinazione.

Si, nel passato ho sentito delle belle sentenze al proposito, mi sono piaciute e le ho anche condivise, ma ora mi dico “ammesso che io possa durare ancora dieci anni – e sarebbe un miracolo davvero straordinario – ma, a novant’anni, in che condizioni sarò ridotto?” Anche adesso fatico e mi angoscio quando mi imbatto in problemi di una qualche difficoltà o in progetti abbastanza impegnativi che devono percorrere degli iter piuttosto difficili.

In quest’ultimo tempo ogni tanto s’affacciano ipotesi sempre nuove e soluzioni diverse per “la cittadella della solidarietà”, ma ognuna delle quali comporta ostacoli e difficoltà non indifferenti da superare. Mi fa sognare che a Mestre possa nascere un piccolo mondo in cui si possa trovare una soluzione per qualsiasi tipo di povertà, ma pure mi sgomenta il pensiero di dover combattere infinite battaglie, superare ostacoli e risolvere situazioni complicate. Per ora ho tentato di dare una cornice sempre più precisa ed adeguata al sogno, giungerà però presto il tempo di dover cominciare i primi passi. Questo, purtroppo, mi preoccupa molto!


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