Don Armando Trevisiol


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“Il villaggio di Cartone” di Olmi: un monito che la Chiesa non deve lasciar cadere!

venerdì, 9 dicembre 2011

Un tempo, quando mi occupavo di Radiocarpini, una delle mie utopie rimaste “incompiute”, mi interessavo quanto mai della Mostra Internazionale del Cinema che ogni anno si tiene all’inizio dell’autunno. Mi ricordo le difficoltà per ottenere il pass per la stampa, perché la nostra emittente non era granché considerata tra i mezzi di informazione. Comunque avevamo il nostro inviato speciale e vari servizi sull’avvenimento.

Ora il mio interessamento è alquanto diminuito, non essendo un patito del cinema, soprattutto perché i servizi della stampa locale, che io seguo un po’, sono sempre infarciti di pettegolezzi sulle dive e sugli attori del momento, spesso eccentrici, montati e superficiali. Quando però la stampa ci ha informato del film fuori concorso di Olmi, il vecchio regista, tra i pochissimi di matrice religiosa, le mie orecchie si sono d’istinto rizzate per capire l’evoluzione del pensiero di quest’uomo di grande spessore umano e religioso.

Ho letto con estremo interesse la critica del suo film “Il villaggio di Cartone” e le interviste che i nostri giornalisti gli han fatto in occasione della proiezione di questo suo film e del Leone d’Oro che gli è stato attribuito per la carriera. La trama del film è quanto mai emblematica: una parrocchia che si “spegne” per mancanza di fedeli, viene spogliata di ogni ornamento e il vecchio parroco, desolato perché viene privato del perché della sua vita, che si sente quasi perduto. Poi la rinascita nella povertà e nell’accoglienza dei nuovi fedeli che giungono da ogni parte del mondo fanno rifiorire la comunità di uomini che ringraziano e chiedono aiuto al Signore.

La “parabola” di Olmi è quanto mai chiara e suona come una denuncia nei riguardi di una Chiesa che si è rifugiata nei riti, nell’ornato e nell’apparato, ma che ormai è priva di linfa vitale, quasi una fonte che si è disseccata e che non è più la “fontana del villaggio” di cui parlò papa Giovanni, alla quale tutti, credenti e meno credenti, possono attingere, dissetarsi e pulirsi.

Leggendo la critica sul film di questo grande regista, m’è venuta l’angoscia che anche questo monito, che ci viene dalla cultura e dal mondo dell’arte, non rimanga inascoltato, lasciato cadere come tanti altri moniti e richiami che ci giungono.


Le nomine nella Chiesa ed il ruolo dei fedeli laici

mercoledì, 7 dicembre 2011

Nei foglietti parrocchiali, che ricompaiono finalmente negli espositori delle chiese dopo le ferie estive, c’è poca “polpa”. Spesso contengono solamente orari, i santi della settimana, qualche pezzetto di “Gente Veneta” e nulla più. Fortunatamente ve ne sono alcuni che si discostano un po’.

Spesso ho citato “La Borromea” di San Lorenzo, “Servizio e comunità” del viale San Marco, “Il foglio” di San Lorenzo Giustiniani. Non ho invece mai fatto cenno, come merita, al foglio della parrocchia di San Paolo di via Stuparich, il direttore del quale è don Franco De Pieri.

Il foglio di don Franco, che di rado mi capita sottomano, a cominciare dal titolo “Già e non ancora”, dalla impostazione grafica e soprattutto per il contenuto, è un po’ particolare. Gli articoli sono spesso prolissi, e forse anche più aggrovigliati dei miei, che è tutto dire! Comunque don Franco è un prete intelligente ed appassionato del suo “mestiere”, perciò non parla mai a vanvera e il nucleo del discorso, che spesso naviga in un mare di parole e di concetti, è sempre valido.

Recentemente l’ex parroco di San Lorenzo Giustiniani ha riportato nel suo settimanale un articolo di “Già e non ancora” che, pure sfrondato e ridotto, rimane tanto lungo, a cominciare dal titolo un po’ enigmatico: “I segni sono segni – ed ognuno li può leggere come vuole”, al contenuto, tanto aggrovigliato, in cui mi è parso di cogliere due verità interessanti.

La prima: se a San Lorenzo Giustiniani è nato tutto un parapiglia perché non volevano che don Gianni fosse trasferito, è “segno” che don Gianni ha ben meritato e s’è fatto stimare dalla sua comunità; e questo non è poco e va a merito di questo giovane parroco.

La seconda, più corposa ed importante mi interessa quanto mai: oggi si fa un gran parlare della dignità e della corresponsabilità dei laici, del loro ruolo essenziale nella Chiesa, eppure dai fatti più recenti ciò non risulta. Il patriarca Scola va a Milano, chi verrà nessuno lo sa, don Barlese l’hanno trasferito in curia, don Antoniazzi a Carpenedo, don Favaretto a San Lorenzo Giustiniani. E la comunità ecclesiale che ruolo ha avuto?

Al massimo la sorpresa di questi misteriosi cambiamenti operati nel segreto più assoluto nelle stanze dei bottoni. E il popolo di Dio? E gli organismi ecclesiali? So quanto sia difficile coinvolgere, però non bisogna rimangiarsi in pratica ciò che si proclama dalle cattedre. L’onestà, la coerenza e la credibilità sono pretese anche in alto, nonostante tutti i carismi e le grazie di Stato, come si diceva un tempo.

La Chiesa, sulla strada della fiducia nello Spirito Santo e nel Popolo di Dio, si muove in maniera ancora goffa e incoerente. Credo che sia bene che i cristiani come i loro capi, lo sappiano e ne tengano conto.

Don Franco termina il suo lungo articolo con parole di ammirazione ai fedeli di San Lorenzo Giustiniani perché hanno offerto alla Chiesa veneziana “un segno” di comunione col loro parroco, un segno che a mio parere, a differenza di don Franco, credo non si possa leggere come ognuno vuole, ma nel suo significato reale: don Gianni si è fatto stimare ed amare dalla sua gente!


Le bellissime parole cristiane di Martin Luther King!

lunedì, 5 dicembre 2011

Quando penso all’educazione che ho ricevuto da bambino in rapporto ai protestanti, mi viene da rabbrividire. Per molti anni ho pensato a questi cristiani, che in maniera opportuna o meno hanno sognato e tentato di rinnovare la Chiesa riportandola alla freschezza e alla coerenza delle origini, come a dei ribelli, indegni e traditori, non solo arrossisco, ma rinnego quasi i miei educatori.

“Famiglia Cristiana” ha realizzato una splendida iniziativa editoriale e di grande valenza religiosa, allegando ogni settimana ad un costo veramente irrisorio, un volume di uno dei profeti del nostro tempo. Ha cominciato con Gandhi, ha continuato con Martin Luther King, per proseguire con le magnifiche figure di testimoni che incontrano e fanno fremere il cuore con i loro pensieri di calda e profonda umanità, che si coniuga in maniera perfetta con una spiritualità autentica e convincente. La bellezza particolare di questi volumi consiste nel fatto che non sono delle biografie, ma raccolte fedeli dei loro pensieri.

Sto leggendo Martin Luther King: “La forza di amare”. Il discorso di questo uomo di Dio è talmente lucido e convincente per cui, avendo cominciato a sottolineare qualche passaggio, mi verrebbe da segnare tutto il testo e quasi mi dispero perché la mia memoria mi tradisce e perciò non mi dà una mano per ricordarmi le splendide cose che questo uomo del Signore dona all’umanità. Mi trovo impotente, quasi vorrei abbracciare, per tenermi presso il cuore questo oceano di saggezza e di interpretazione in chiave di attualità, il messaggio di Gesù, che tradotto nei pensieri e nelle parole di questo pastore di anime, appare semplicemente meraviglioso ed affascinante. Altro che protestanti traditori e fedifraghi!

Sto veramente bevendo alla sorgente la limpidezza e la fragranza del messaggio cristiano che incanta pure gli uomini di oggi, seppur smaliziati ed increduli, come ha incontrato gli abitanti della Palestina 20 secoli fa.

Il volume riporta i sermoni e le lezioni più significative di questo apostolo della non violenza e del riscatto dei negri d’America. Capisco di non riuscire a riassumere testi pregnanti e convincenti, tanto che non mi resta che dire alle persone a cui voglio bene: «prendete il volume, che costa due euro, ma che vale un tesoro!».


Il messaggio più vero per le generazioni che s’affacciano alla vita

martedì, 29 novembre 2011

A questo mondo ci sono ancora delle cose belle che mi fanno sognare, pur essendo ormai logoro e vecchio. Ne ho avuto prova quando ho appreso che due milioni di giovani si sono trovati a Madrid per incontrare il nostro vecchio Papa percorrendo centinaia di migliaia di chilometri per arrivarvi, dormendo per terra e mangiando male, eppure felici, dicendo a tutti la gioia e l’orgoglio della propria fede.

Quando penso che anche dalla nostra diocesi di Venezia ben mille giovani si sono uniti ai giovani di tutti i popoli della terra per dichiararsi, col sorriso sul volto, discepoli di Cristo! Allora mi son detto che non tutto è perduto, anzi per la Chiesa s’affaccia all’orizzonte una nuova primavera, nonostante le secolarizzazioni, le guerre disumane, gli scandali e i mille predicatori…. saccenti ed ostinati di nichilismo e di perversione umana e di ateismo militante. Quali sono oggi gli uomini della politica che si dicono apportatori di novità e detentori del domani, e i filosofi, i sociologi, gli uomini della cultura che riescono ad ottenere l’adesione e l’entusiasmo di tanta gioventù, quante sedi dei partiti, salotti della cultura o i detentori dei mass-media possono contare solamente su pochi fanatici pieni di supponenza e spesso anche di disordine interiore?

Una volta ancora debbo concludere che il messaggio di Gesù è il più vero, il più esaltante, quello che risponde meglio alle attese e ai bisogni più veri delle generazioni che s’affacciano alla vita e che non sono ancora state profanate dai cattivi profeti del nostro tempo.

Una volta ancora debbo affermare che noi cristiani dobbiamo essere convinti ed orgogliosi di possedere il messaggio più vero, più umano e soprattutto il messaggio per il domani.

Una volta ancora debbo ripetere che il cristianesimo non va vissuto in difesa , all’ombra del campanile, nelle serre e nel chiuso dei circoli, ma deve sempre essere all’attacco, presente ove si fa la storia, capace di dialogare e di proporsi a tutti senza complessi di inferiorità, senza paura della vita, del domani e soprattutto delle forze delle tenebre. Credo che Madrid sia la risultante di quel grido di battaglia di Papa Karol: “Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo!”.

I preti e le parrocchie che si muovono in questa ottica non soltanto non retrocedono, ma avanzano sereni.


Bianco e… grigio

giovedì, 24 novembre 2011

Qualche settimana fa due vecchi parrocchiani, che avevo sposato una quarantina di anni fa, e forse più, mi hanno chiesto di sposare la loro figliola nella chiesa di San Moisè a Venezia.

Ricordavo questa chiesa ai tempi del seminario, quando per andare a servire le funzioni religiose a San Marco, noi seminaristi partivamo dalla Salute, passavamo il ponte dell’Accademia per giungere finalmente a San Marco. A quei tempi non ci si poteva neppure permettere il lusso di passare il traghetto con la gondola. Passavamo davanti alla chiesa di San Moisè, un esempio peculiare non solo del barocco, ma del rococò più spinto. La facciata sembrava un traforo di statue, capitelli, decorazioni floreali, veramente un vespaio di marmo annerito dalle nebbie della laguna e dal guano dei colombi della vicina piazza San Marco.

Alcuni anni fa, fortunatamente, un ente di una nazione europea ha “adottato la chiesa” e con una operazione minuziosa di maquillage ne ha fatto una trina, un merletto quanto mai armonioso e piacevole.

Attualmente la vecchia parrocchia fa parte dell’unità pastorale con San Salvador, San Marco, San Luca, e perciò è parte integrante di questo piccolo consorzio di parrocchie e vi celebra un prete impegnato al Marciam.

Quello però che mi ha favorevolmente impressionato è stata la pulizia, l’ordine e il buon gusto con cui è tenuta la chiesa, ma soprattutto mi ha colpito un giovane accolito, che di professione fa il caposala in un reparto dell’ospedale San Giovanni e Paolo e che, pur abitando a Mogliano, cura la chiesa e i riti come ne fosse il primo responsabile. La cordialità, la convinzione, la competenza e lo spirito di servizio di questo giovane accolito, mi hanno veramente edificato.

Mentre sono rimasto negativamente colpito dalla confidenza che questo credente mi ha fatto in maniera totalmente innocente. Mi riferiva che un cardinale di Santa Romana Chiesa, quando veniva a Venezia, era solito alloggiare al Bauer, uno dei più costosi alberghi della città, che ha la porta nel campiello di San Moisè e, quando era libero, andava a suonare l’organo della chiesa vicina.

La chiesa ha un volto composto da tessere di svariati colori: c’è quella bella e bianca del giovane accolito e quella piuttosto grigia del cardinale del Bauer. Per fortuna il nero mette in risalto il bianco!


Si fa sentire sempre più la mancanza di un presidio pastorale del territorio!

mercoledì, 16 novembre 2011

Monsignor Vecchi, da cui ho appreso più di quanto non pensassi, era solito dirmi che quando nell’opinione pubblica ritornava di frequente un termine che definisce una realtà, significava che nella società se n’era persa la presenza e che il ritornarci sopra di frequente con i discorsi non denotava la presa di coscienza del suo valore, ma piuttosto la nostalgia o il vuoto della sua assenza. Ricordo che un giorno mi ha fatto questo discorso a proposito del termine “comunità” e in specie della parrocchia, che dovrebbe essere la comunità dei credenti in un certo territorio.

Da bambino e da adolescente nel mio piccolo paese di campagna infatti non si parlava mai di comunità, perché questo valore lo si viveva, conoscendoci tutti, ed essendo, tutto sommato, solidali “nella buona e nella cattiva sorte”. Io invece ho sentito ricorrere spesso a questo termine quando sono arrivato a Mestre, dove regnava sempre più l’anonimato, l’isolamento e l’individualismo e la presunta autosufficienza.

Mi è venuta in mente questa “lezione” qualche settimana fa quando uno dei miei “ragazzini” di tempi ormai lontani mi ha chiesto di far visita e di portare l’Eucaristia a sua madre. Questa anziana signora, cattolica praticante, da cinque o sei anni è costretta a casa con la badante, pur essendo seguita con tanto affetto dai figli. Le domandai se il suo parroco sapeva della sua infermità e, come mi aspettavo, non visitando le famiglie, lui era perfettamente ignaro di questa situazione.

Il cardinale Scola, ora ormai lontano da Venezia e quindi impossibilitato a realizzare i suoi progetti, spesso ripeteva che era convinto e voleva un presidio serio sul territorio. Ho l’impressione che ancora una volta purtroppo, mons. Vecchi avesse ragione: quando si parla di una realtà e questa non è più presente, il parlarne è semplicemente nostalgia e rimpianto, non più un progetto.

Più volte dal mio angolo remoto ho denunciato l’assoluta assenza di questo presidio pastorale sul territorio e il peggio è che non solo non c’è perché mancano gli uomini per il presidio, ma perché questo discorso elementare ed antico è scomparso dal manuale e dai progetti pastorali. I preti sono in ritirata ed hanno abbandonato le linee del fronte, rifugiandosi nelle sagrestie e nei convegni.


Messaggini per parlare ai giovani

lunedì, 14 novembre 2011

Suor Michela, la mia anziana coinquilina al “don Vecchi”, legge “Famiglia Cristiana” ed ogni settimana, quando le arriva il numero nuovo, mi passa il vecchio. Quindi appartengo all’indotto dei lettori di questa ancora prestigiosa rivista di ispirazione religiosa.

A dire il vero non sono un fan di questo periodico perché, specie dopo l’ultimo rinnovamento, lo trovo frammentato, un po’ frivolo, aperto eccessivamente alla pubblicità, ma soprattutto ho più di una riserva sul nuovo indirizzo redazionale. Accetto e condivido tutte le posizioni dei periodici cattolici, siano essi simpatizzanti per le soluzioni che si rifanno ai vecchi archetipi della sinistra che della destra, i quali sono ora pressoché una pallida nostalgia del passato e quasi un pretesto per distinguersi dagli altri; invece non simpatizzo punto quando queste tensioni ideali finiscono per confluire in uno schema politico di partito, perché su questo terreno si corre il pericolo di dividerci anche tra i cattolici.

Non spendo troppo tempo per leggere “Famiglia Cristiana” per i motivi suesposti, ma un’occhiata curiosa ed attenta la riservo sempre alla rubrica curata da Antonio Mazzi, mio coetaneo. Don Mazzi è sempre originale, sempre libero nei giudizi e soprattutto capace, nonostante i suoi ottant’anni suonati, di un atteggiamento di ricerca che lo fa approdare a soluzioni, magari marginali, ma che sempre denotano la sua passione per l’uomo e soprattutto per il messaggio di cui è portatore.

In un numero abbastanza recente del periodico, don Mazzi, osservando come le nuove generazioni comunicano tra loro quasi esclusivamente attraverso i messaggini del cellulare, che si devono concentrare in un paio di battute, ma che evidentemente bastano ai nostri giovani per comunicare e capirsi, ha compilato una serie di questi messaggini in chiave pastorale e di proposta religiosa (riporto su “L’incontro” del 20 novembre 2011 questa iniziativa).

Non so se egli realizzerà in proprio questo strumento di comunicazione o se l’affiderà ai lettori, comunque debbo apprezzare anche questa piccola iniziativa che è in realtà gigantesca di fronte all’amara constatazione dell’inerzia e dell’immobilismo pastorale nei quali stagnano le nostre parrocchie.

Purtroppo, una volta ancora, “in un mondo di ciechi il monocolo è un re”.


Com’è difficile per tanti sacerdoti il dialogo con l’uomo di oggi!

sabato, 12 novembre 2011

Un mio amico, che normalmente frequenta la chiesa della Madonna della Consolazione del nostro cimitero, m’ha confidato che qualche settimana fa è entrato nel duomo di una città del Veneto mentre teneva l’omelia il vescovo del luogo. Mi diceva di essere rimasto deluso per il sermone pieno di luoghi comuni, ma soprattutto poco incidente e stimolante.

Io sento, ormai da decenni, una grossa preoccupazione nei riguardi del ceto sacerdotale. Temo che il frequentare quasi solamente gente di Chiesa, che parla con un certo gergo, che si nutre di una cultura che non si confronta quasi mai con quella che permea il pensiero della nostra società, che non legge i romanzi e i giornali che formano la mentalità dell’uomo della strada, che non frequenta i cosiddetti “lontani”, finisce col farsi un’idea erronea dell’uomo di oggi, quando gli si parli con un linguaggio che a lui non è più familiare, linguaggio che è compreso solamente da uno sparuto numero di persone che sono, tutto sommato, emarginate nella nostra società, così da non essere più un campione dell’umanità che popola il mondo di oggi.

Mi è capitato di parlare una decina di anni fa, con un prete che aveva una grossa responsabilità come educatore nella nostra diocesi, il quale, nel suo discorso, parlava e dava risposte ad un tipo di uomo che non era del mondo di oggi ma quello di san Tommaso di molti secoli fa. Io tentavo di dirgli: «Guarda che l’uomo di san Tommaso non esiste più. Quello rappresentava un anello nella specie umana in costante evoluzione, esso può interessare gli archeologi, ma non gli educatori e i sacerdoti di oggi!». Non ci capimmo, credo che abbia continuato a tentare di formare l’uomo conosciuto dalle pagine ingiallite della scolastica.

Io non sono in grado di dire se l’uomo di oggi sia meglio o peggio di quello dei tempi passati, comunque sono certo che l’uomo di oggi ha una sensibilità, capisce certi discorsi, rimane estraneo e indifferente ad altri, avverte certi problemi, parla e capisce una lingua nuova, quella di oggi. A quest’uomo dobbiamo tentare di parlare, di passargli valori, di aprirgli orizzonti, di donargli pace, e per far questo non possiamo non immergerci nel mondo di oggi, buono o cattivo che sia; altrimenti ci parliamo addosso e l’ostacolo tra noi e lui diventa la muraglia cinese.


Bisogna tornare a vivere l’Eucarestia come la intendeva Gesù

mercoledì, 9 novembre 2011

Gesù, nell’ultima cena “dopo aver reso grazie a Dio, prese del pane e disse: «questo è il mio corpo, prendete e mangiate», poi prese il bicchiere di vino e disse: «questo è il mio sangue, prendete e bevete»; concluse poi affermando : «ogni volta che vi incontrate, fate questo in mia memoria».

Fin dai primi anni di catechismo ci è stato spiegato che quando i discepoli di Gesù si incontrano, devono compiere questo “memoriale”, ossia devono ricordare e rendere vivo ed attuale il dono che Gesù ha fatto di Sé con la sua vita, il suo messaggio, la sua morte, la sua passione e resurrezione, e per ottenere questo, devono ripetere il gesto di mangiare e bere il pane e il vino, segni dell’offerta di Cristo a farli totalmente propri, così da non cogliere il sapore ma la loro sostanza trasfigurata, assimilandoli perché diventino alimento del loro pensiero, del loro modo di concepire la vita e la morte, ossia diventare quello che san Paolo tradusse bene con quella sua affermazione: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

I cristiani hanno mantenuto sì la raccomandazione di Gesù con la celebrazione eucaristica, ossia con la santa messa, però pian piano ne hanno fatto un rito così concentrato ed essenziale per cui n’è rimasta quasi solamente la sostanza, così scheletrica da non suscitare più emozioni,                                                                                                                                                                                                             ossia s’è perso tanto della sua vitalità, riducendola a rito, non un’esperienza esistenziale coinvolgente. Tutto questo l’avevo capito da tanto tempo, poi l’abitudine finisce sempre per farmi accettare la più facile semplificazione.

In questi giorni ho letto nel volume “L’eremo non è un guscio di lumaca” come la teologa e mistica Adriana Zarri – che ne è l’autrice e ha scelto di vivere solitaria in un eremo, praticamente un cascinale abbandonato sulle colline piemontesi – come essa celebrasse la “sua messa” solitaria – ma non tanto! La comunione eucaristica del pane e del vino di questa asceta dello spirito diventava un gesto sacro all’interno della sua colazione serale, nella quale entrava la vita ordinaria fatta di cibo, di relazioni umane, di sentimenti, di rapporti col cielo, la natura, gli animali, i ricordi. Tutto ciò faceva un tutt’uno con l’aprirsi al dono di Cristo per inserirlo veramente nella sua vita.

Io non so come potrei offrire questo concetto ai fedeli durante le messe nella mia chiesa della Madonna della Consolazione, in questa cornice esistenziale, ma avverto più che mai che “i segni” devono diventare più pregnanti, più significativi e coinvolgenti ed incidenti nello spirito, nella ragione e nel comune sentire se non voglio che si riducano ad una “sciarada” pressoché incomprensibile e lontana dalla vita, dagli interessi e dalle relazioni di tutti i giorni.


Quale futuro per la solidarietà cristiana che sembra non attrarre più i giovani?

martedì, 8 novembre 2011

C’è un problema che mi preoccupa a livello ecclesiale: non vedo all’orizzonte della vita ecclesiale l’arrivo di rinforzi in generale e, in particolare, nel settore della carità. Mi può far anche piacere che spesso i giornali locali si interessino delle mie imprese caritative, ma sarei molto più contento se ci fosse quasi una gara tra preti nel far di più e nel far meglio.

Io penso di essere un attento osservatore di ciò che avviene nel campo della solidarietà cristiana. Non dico che non ci sia nulla, perché ogni tanto mi capita di leggere che nella parrocchia della Gazzera ci si fa carico dei cristiani del Libano, che a Chirignago si ospitano dei profughi dell’Africa subsahariana, che a Catene si accolgono i bambini di Chernobil, che a Carpenedo c’è un bel gruppo di persone che aderiscono all’iniziativa delle adozioni a distanza, che riesce a portare degli aiuti consistenti per dare una cultura di base ai ragazzi e ai giovani di certe regioni dell’India, delle Filippine e dell’Africa; che nelle due parrocchie di viale San Marco, una è impegnata per finanziare l’ospedale di Wamba e l’altra raccoglie fondi per gli affamati del Sudan; che ad Altobello si fa funzionare una mensa per i poveri, ai Cappuccini un’altra e a San Lorenzo un’altra ancora. Tutto questo è molto bello, però mi pare che manchino i rincalzi del mondo dei giovani.

Un tempo c’era, a Mestre, un gruppo numeroso della gioventù francescana, un altro chiamato “gruppo del martedì” ed un altro ancora della San Vincenzo, tutti veramente impegnati sul fronte della carità, e dei giovani preti e frati che guidavano questi giovani generosi ed entusiasti. Ora ho l’impressione che le strutture caritative poggino soprattutto sugli anziani e il mondo giovanile sia piuttosto assente, facendo così mancare, da un lato l’entusiasmo e la passione tipica dei giovani, e dall’altro la speranza dei rincalzi e dei ricambi.

Io poi ero fino a poco tempo fa preoccupato di non vedere a chi lasciare i miei sogni e i miei progetti non ancora realizzati e che non riuscirò di certo a realizzare, ora però è arrivato don Gianni.


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