Don Armando Trevisiol


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Riflessioni sulla cerimonia d’ingresso del nuovo Patriarca

sabato, 19 maggio 2012

Mi è molto spiaciuto non poter seguire alla televisione l’ingresso del Patriarca. Premetto che io sono rimasto, nonostante il passare dei decenni, quello che un tempo ha scritto, facendo arricciare il naso alla curia, che sognavo che il Patriarca di allora facesse l’ingresso in “Cinquecento” e non accettasse il presentatarm dei soldati, quello che ha pure suggerito al vescovo ausiliare, monsignor Olivotti, di non andare in “Mercedes”, perché dava scandalo.

Comunque mi sarebbe piaciuto assistere a tutta la trasmissione dell’ingresso, che Venezia trasforma sempre in sogno, poesia e favola e riempirmi, una volta tanto, l’animo di bellezza. L’avrei tanto gradito, ma purtroppo, come dicevo, non ho potuto seguire tutta la trasmissione.

Non imputo niente al nostro nuovo Vescovo perché lui, per certi aspetti, ha dovuto recitare la parte che gli è stata assegnata (d’ora in poi però sarà lui responsabile dello stile e delle sue scelte personali). Anzi sento il dovere di confessare che l’ho compianto ed ammirato per essersi sottoposto a due giornate massacranti, nel senso pieno della parola.

Ridico una volta ancora, che io rimango ipersensibile ad ogni evento religioso che arrischi di collocare la fede nel limbo del rito, peggio ancora, del folklore. Comunque, una volta tanto, credo che possiamo fare delle eccezioni recuperando tutto il positivo che c’è stato in questo evento.

Debbo aggiungere un particolare che di certo sarà di conforto al nuovo vescovo. Nelle carrellate di Telechiara sulla cerimonia, alle quali ho potuto assistere, ho visto una fila veramente lunga di sacerdoti che han voluto e potuto testimoniare accoglienza e disponibilità a diventare collaboratori generosi e fedeli del successore dell’apostolo San Marco. Non so dire se sia stato l’angelo buono al quale il Signore mi ha affidato fin dalla nascita, o quello cattivo che mi tormenta da mane a sera come un moscone insistente ed importuno, so che mi ha suggerito: “Se un’azienda potesse contare su duecento operatori, preparati e motivati e discretamente pagati, quanto sarebbe efficiente e quanto produrrebbe?” La domanda però non è del tutto ingenua, perché quell’angelo sa che io purtroppo mi aspetterei molto di più dal clero di cui io sono parte.

Talvolta mi viene da pentirmi d’aver suggerito un tempo il salario garantito a tutti, non avendo previsto una clausola sulla meritocrazia.

Ora non sarò io, per fortuna, ma il nuovo Patriarca a pensare a queste cose!


Il vestito non fa il monaco, ma…

martedì, 15 maggio 2012

Ho ricevuto e letto a modo mio il numero del settimanale diocesano pubblicato in occasione dell’ingresso del nuovo Patriarca. Io che sono un povero “schincapenne qualunque”, mi rendo conto dell’impegno e della bravura che occorrono per realizzare un numero del periodico come quello che il piccolo staff di giornalisti di cui dispone Gente Veneta è riuscito a fare in occasione dell’ingresso di mons. Moraglia a Venezia.

Ho deciso di mandare due righe a don Sandro, direttore del settimanale, per complimentarmi con lui e con i suoi collaboratori: sono stati e sono sempre bravi!

Io non sono troppo orgoglioso di molti aspetti e strumenti e strutture della Chiesa veneziana, ma di Gente Veneta si. Il giornale, pur con non molte risorse e con una concorrenza agguerrita da parte dei quotidiani locali, sempre molto attenti alle vicende del patriarcato, ed un bacino di utenze abbastanza striminzito, riesce non solamente a stare a galla, ma ad imporsi presso i fedeli, la città e le diocesi del Veneto.

Nel numero in questione, però, ho trovato un neo, un piccolo neo che voglio far notare, perché credo che il mio amore e la mia stima verso il giornale non sarebbe autentico se non fossi franco con la redazione di Gente Veneta.

Suor Teresa, mia collaboratrice, fiorentina doc a tutti i livelli, mi ripete talvolta che “ad ogni poeta manca un verso”. Mi permetto quindi bonariamente di far osservare il verso mancante. Si dice nel giornale che la curia veneziana ha sostituito le quattro “memores Domini” a servizio del patriarca Scola con tre religiose peruviane. Io non sono troppo d’accordo che si occupino delle suore come donne di servizio: oggi c’è sovrabbondanza di donne veramente brave dell’Europa dell’Est, di cui ci si può avvalere, mentre le suore le vedrei meglio impiegate per il Regno dei Cieli. Quello però che mi ha sorpreso sfavorevolmente è stata la foto di queste tre suore. La divisa sembra uscita dal ripostiglio di un vecchio teatro: delle vesti che dovrebbero essere destinate a ben altri scopi che ad imbruttire tre care donne che Dio ha creato di certo armoniose e belle. E’ vero che “il vestito non fa il monaco”, ma è pur vero che esso può indurre ad una reazione d’istinto certamente negativa. Io mi permetterei molto umilmente di suggerire al Patriarca di dispensare le tre suore dal portare quell’orrenda divisa, almeno finché rimarranno a Venezia, patria della bellezza. Se poi proprio non possono stare senza divisa, vadano a vedere le donne carabiniere o quelle della guardia di finanza o anche le donne reclutate tra gli alpini; potrebbero trovare qualche suggerimento che mortifichi un po’ meno la loro femminilità.

Svecchiare la Chiesa potrebbe cominciare da questo aspetto tanto marginale. Comunque Gente Veneta avrebbe fatto meglio a non pubblicare le foto per permetterci di sognare le aiutanti del Patriarca ordinate, carine e di una certa eleganza, cosa che non fa mai male!


Un dibattito TV che ho seguito con interesse

lunedì, 14 maggio 2012

Venerdì 23 marzo ho seguito alla televisione un dibattito che si è svolto nella cripta della Basilica di San Marco. Conduceva la conversazione una giornalista di Telechiara un po’ impacciata e poco padrona dell’argomento trattato, e vi partecipavano esponenti della curia veneziana, del mondo giovanile, di quello operaio ed industriale. C’erano pure il vescovo di Rovigo, il dottor Castagnaro, che recentemente ha condotto una seria inchiesta sull’orientamento della religiosità nel Nordest e l’immancabile filosofo prof. Cacciari.

La discussione ruotava attorno a questi temi: l’incontro di Aquileia, da cui pare che i cattolici del Veneto si attendano quasi una nuova redenzione, le attese nei riguardi del nuovo Patriarca e la lettura dei risultati della recente inchiesta.

La scelta della sede dell’incontro è stata quanto mai felice, per la bellezza sovrana dell’ambiente, ma soprattutto perché dava la sensazione di andare all’origine della fede degli abitanti delle terre venete.

Gli interventi sono stati quasi tutti di buona levatura, ricchi di tensioni ideali, un po’ eccessivi nell’aspettativa che il nuovo Vescovo possa risolvere problemi della Chiesa veneziana ormai atavici. Il comune denominatore che mi è parso di cogliere è stato il desiderio e la volontà, da parte della Chiesa, di accostarsi alla cultura e alla sensibilità dell’uomo contemporaneo, pochissimo partecipe del messaggio cristiano. I fedeli infatti trovano notevole difficoltà a trasmettere, a causa dell’ormai avvenuto divorzio tra gli schemi mentali e il linguaggio del nostro tempo, i valori perseguiti e gli obiettivi propri del mondo religioso e quello laico.

A me questa ammissione e questa ansia è parsa già buona cosa, ma contemporaneamente mi è venuta la preoccupazione che gli auspici rimangano quei buoni propositi che la tradizione popolare dice che lastricano il pavimento dell’inferno.

L’intervento di Cacciari è arrivato bel bello a rafforzare il mio timore. L’ex sindaco filosofo, pur dichiarandosi, una volta ancora, non credente, ha ribadito con forza che vanno bene i propositi, le scelte e gli auspici, ma questa è ormai l’ora di rimboccarsi le maniche e di sporcarsi le mani per soccorrere “l’uomo mezzo morto” incontrato sulla strada di Gerico.

A mio modesto parere, io che non sono né filosofo, né teologo, né sociologo, l’ora di agire è già suonata da un pezzo; noi cristiani stiamo perdendo l’ultimo treno, se dopo tanti discorsi e tanti auspici non mettiamo i piedi per terra e non cominciamo ad aiutare concretamente e in modo serio l’uomo che giace per strada mezzo morto.


Sto scoprendo don Pierluigi Piazza

sabato, 12 maggio 2012

In occasione del mio recente compleanno gli amici, che sono fin troppo cari con me, che pur coltivo poco le amicizie e che spesso sono scorbutico, tra l’altro mi hanno regalato parecchi volumi che han pensato potessero interessarmi.

Io sono veramente grato perché ogni segno di attenzione mi fa bene e perché talvolta soffro di solitudine ideale. Sono più grato ancora a chi mi regala dei libri perché per me le riflessioni altrui sono un nutrimento dello spirito e spesso, in positivo o in negativo, un pungolo per una ricerca sempre più approfondita. Purtroppo sono terribilmente in ritardo con la lettura. Gli impegni ordinari mi rubano tanto tempo, per cui me ne resta poco per leggere.

La gente, giustamente, pensa, quando sceglie un libro per un mio regalo, a qualcosa che riguarda la Chiesa, il sacerdozio, la fede, ed ha ragione perché questi argomenti sono legati al mio servizio all’interno della Chiesa. La gamma, però, di questa letteratura, è vastissima, perché va dalla teologia classica alle più avanzate testimonianze.

Tra i libri che mi sono stati regalati quest’anno, a fiuto ne ho scoperto uno che ha stuzzicato la mia attenzione e la mia curiosità. Si tratta di una specie di autobiografia sui generis, di un prete friulano, un prete certamente anticonformista, libero e radicale, ma profondamente amante di Dio, di Gesù, della Chiesa. Quest’amore appassionato lo rende intransigente, perentorio nel volere, e forse nel pretendere, una conversione profonda della Chiesa al messaggio di Gesù.

Don Pierluigi Piazza – questo il suo nome – è certamente un prete scomodo, uno di quei preti che rompono le uova nel paniere ai colleghi benpensanti, amanti del quieto vivere, ossequiosi della tradizione e, sotto sotto, desiderosi di qualche titolo ecclesiastico, osservanti dei canoni e perciò sono degli autentici rompicapo per i loro vescovi che devono tenere assieme un gregge tanto variegato e sono costretti spesso a dare un colpo alla botte ed uno al cerchio.

Spesso questo tipo di preti rompono, sbattono la porta ed appendono al chiodo la tonaca, quando la hanno, ma quando veramente hanno buon senso ed amore a Dio e ai fedeli, fanno la fine di don Milani e, come profeti scomodi, vengono mandati al confino; poi però, dopo morti, sono riesumati come la ricchezza più autentica della comunità cristiana (vedi ancora don Milani e don Mazzolari).

Non ho ancora letto tutto il volume ma mi pare che, pur inviandolo in un piccolo paese tra le montagne del Friuli, il vescovo di Udine sia stato saggio e tollerante permettendo a questa voce certamente scomoda ai più, di continuare la sua testimonianza – almeno per me – profetica.


Attenzione a non negare il significato ed il perché dell’esistenza dell’uomo sulla terra!

giovedì, 10 maggio 2012

Qualche settimana fa ho celebrato un funerale. Purtroppo, per via del comportamento furbastro e poco corretto del titolare di una delle agenzie di pompe funebri della città, io ero totalmente inconsapevole di ciò che era successo prima. Questo funerale infatti, all’ultimo momento, era stato disdetto da un mio collega perché era venuto a sapere dell’intenzione dei parenti della defunta di spargere le ceneri della congiunta in laguna.

Io sono venuto a sapere per caso di questo rifiuto soltanto a poche ore dal momento del funerale per cui avevo concordato l’orario. Non mi è parso quindi giusto mettere in difficoltà quel povero marito che, per la seconda volta, avrebbe dovuto rimandare le esequie, dopo che per mesi aveva assistito alla via crucis di sua moglie prima della morte.

Confesso che anche se avessi conosciuto l’intenzione di questa, per me insolita sepoltura, molto probabilmente avrei comunque celebrato il rito religioso del commiato. Primo, perché purtroppo non conoscevo la legislazione ecclesiastica in merito alla dispersione delle ceneri. Secondo – e questo è un po’ più grave – perché non mi pare che certi uffici della curia vaticana debbano fare da padreterni anche su argomenti marginali e tanto opinabili.

Le cose sono andate così, ma proprio l’indomani sono usciti sulla stampa gli orientamenti della Chiesa al riguardo: proposte e consigli che mi sono parsi rispettosi della libertà dei fedeli, saggi e, quindi, opportuni. La conservazione delle ceneri in un luogo adatto può facilitare la memoria, il suffragio, ed aiutare a recuperare la testimonianza dei nostri cari defunti. Quindi plaudo a questi consigli che non sono affatto precettivi e non mettono a disagio anche chi la pensa diversamente.

Proprio questa mattina un altro impresario di pompe funebri mi ha indicato il luogo, interno al nostro cimitero, che la Veritas ha approntato per la dispersione delle ceneri di chi non vuol metterle in un loculo. Questo “cimitero nel cimitero” è costituito da alcuni metri quadrati di ghiaia di fiume all’interno del piccolo e brutto giardino vicino al piazzale d’ingresso. Nulla di più banale, anonimo ed insignificante, senza un fiore, una scritta, né un segno qualunque. Sembra che dica con Sartre, il pensatore ateo del nostro tempo: “La vita è un nervo nudo che si contorce per il piacere o per il dolore, e nulla più”. Questa la negazione assoluta del significato e del perché dell’esistenza dell’uomo sulla terra.

Io seguirò ed appoggerò in ogni modo i consigli dei nostri vescovi perché, togliendo alla vita speranza e futuro, essa rappresenterebbe una beffa assurda.


Il cardinale Marco Cè

sabato, 5 maggio 2012

Anche quest’anno mi sono giunti per tempo gli auguri del cardinale Cè, in occasione del mio ottantatreesimo anno di età. Pubblico il testo, da lui scritto a mano, per testimoniare la finezza e la nobiltà d’animo del nostro vecchio Patriarca:

06.03.2012:
Caro don Armando, si avvicina il tuo compleanno; auguri! Alla nostra età gli anni corrono.
Vedo con piacere che sei sempre sulla breccia, ringraziamo il Signore.
Con affetto,

Marco Cè

Sono certo che il Cardinale non manda solo a me gli auguri, ma li invia a tutti i sacerdoti del patriarcato, e non lo fa solo ora che praticamente la sede è vacante, con la partenza del cardinale Scola e il fatto che il nuovo Vescovo, Francesco Muraglia, non ha ancora preso possesso della diocesi, ma ha sempre mandato gli auguri a tutti i suoi preti fin da quando è sbarcato a Venezia tanti anni fa.

Il fatto poi che io non sia mai stato un prete solito a frequentare né la curia né le riunioni, che non abbia mai avuto un atteggiamento remissivo ed ossequioso, ma che anzi abbia sempre manifestato il mio pensiero e talvolta anche in maniera critica e tagliente, dà la misura della finezza d’animo, della signorilità e dell’umanità di questo vecchio prete che la diocesi di Crema ci ha donato e che s’è talmente legato a noi da rimanere a Venezia anche quando ha finito la sua missione pastorale e quindi poteva tornare alla sua terra. Io ho capito forse troppo tardi la levatura morale e la ricchezza di spirito di questo vescovo umile, remissivo, discreto e quanto mai generoso.

Ogni volta che mi giungono questi attestati di affetto, avverto quasi rimorso per non aver capito per tempo che dono il Signore ha fatto alla Chiesa di Venezia e quindi anche a me in particolare. L’ultima volta che l’ho sentito per telefono fu in occasione dell’inaugurazione del “don Vecchi” di Campalto, quando mi disse: «Don Armando, verrei molto volentieri ma le gambe non mi reggono più».

So però che, nonostante questa sua infermità, continua a predicare in occasione dei ritiri e degli esercizi spirituali al Cavallino, dando una sublime testimonianza di zelo apostolico.

In genere io non sono troppo delicato con gli alti prelati, ma devo convenire che ci sono anche oggi dei santi vescovi e che certamente il cardinale Cè è uno di questi, e ciò è una gran grazia del Signore per la nostra gente ma soprattutto per noi preti.


Un messaggio che ha fatto centro!

venerdì, 27 aprile 2012

Ogni settimana impiego qualche tempo a scegliere la foto per la copertina de “L’incontro”. M’è stato detto che l’appetibilità di un periodico dipende molto anche dalla copertina. Io che non posso permettermi il colore e che sempre debbo “rubare” le immagini dalla stampa che mi arriva, credo di avere qualche difficoltà in più degli altri in questa scelta. Normalmente punto sui primi piani e tento di scegliere immagini accattivanti, poi, con la didascalia, rendo più efficace ed incisivo il messaggio che tento di passare ai lettori.

Sono convinto che la copertina non solamente renda appetibile il periodico, ma spero anche che essa riesca a passare il messaggio sempre positivo che le affido.

Da qualche settimana la tiratura de “L’incontro” è aumentata di 150 copie per ogni numero. Può darsi che il tempo più mite induca la gente ad uscire di casa e quasi ad imbattersi nel nostro periodico. Qualcuno lo prenderà per vedere che cosa pensano questo vecchio prete, sempre libero e tagliente, e la sua squadretta fedele della redazione. Credo però che qualche copertina indovinata abbia fatto lievitare la richiesta e quindi la tiratura.

Qualche settimana fa ho pubblicato una bella foto di don Gianni, il giovane parroco di Carpenedo e nuovo presidente della Fondazione. La foto sprizzava coraggio, intraprendenza, decisione e passione. Ho tanto sperato che questa foto giovanile facesse passare l’idea che La Chiesa ha ancora tante risorse, può disporre ancora di giovani preti coraggiosi, che guardano al domani con fiducia e accettano la sfida delle forze del nichilismo, della rassegnazione e della sfiducia, sicuri della validità del messaggio di cui sono latori.

Se considero la rapidità con cui il periodico si è diffuso, debbo concludere che ho fatto centro. Infatti alla mattina della domenica non c’era più una copia che si potesse recuperare, neanche a pagarla a peso d’oro!

Sono felice che la gente accolga favorevolmente i messaggi di speranza e di fiducia, ne ha bisogno veramente. E la comunità cristiana ne ha una riserva ricca, basta che non li vesta di vecchiume e di scontato, ma li presenti in tutta la loro freschezza, cosa che io mi riprometto di fare.


Il nuovo Pastore e questo nostro ovile tutto buchi

martedì, 24 aprile 2012

L’esser vissuto per più di mezzo secolo a Mestre e l’essermi sempre interessato intensamente ed in prima persona dei problemi di ordine pastorale, mi consentono di rendermi perfettamente conto della situazione religiosa delle singole parrocchie e dell’intera città.

Io non so come vanno le cose in altre diocesi ed in altre città, ma capisco perfettamente che la situazione in cui verte la Chiesa mestrina è veramente grave, anche se apparentemente tutto è tranquillo.

Tante cose mi sono fonte di preoccupazione.

Quando penso all’estrema carenza della presenza della Chiesa sul territorio! Spesso la gente nasce, vive e muore senza che la comunità cristiana neppure se ne accorga!

Quando penso al crollo dei matrimoni religiosi, all’aumento dei bambini non battezzati e ai morti che arrivano alla tomba senza passare per la chiesa, e tutto questo senza che apparentemente il clero sia turbato!

Quando penso ai mezzi di informazione delle parrocchie, inconsistenti e per nulla incisivi.

Quando penso ai gruppi giovanili, spesso striminziti e talvolta inesistenti.

Quando mi rifaccio alla tanto propagandata nuova evangelizzazione, della quale non vedo cenno alcuno. Quando mi accorgo che la Chiesa mestrina è formata da un arcipelago di parrocchie che hanno solamente qualche legame formale, ma poco organico e sostanziale! Aumenta la mia angoscia.

Quando penso alle organizzazioni di categoria ormai totalmente scomparse e al mondo del lavoro definitivamente abbandonato a se stesso, allora mi balza davanti agli occhi la figura del nuovo Pastore con questo suo gregge che ha un ovile tutto buchi; allora avverto più che mai un sentimento di affetto, di compatimento e di solidarietà nei suoi riguardi.

M’era, in verità, venuta in mente l’idea di scrivergli che mi sarei messo volentieri a sua disposizione, ma poi ho compreso che ad 83 anni avrei potuto offrirgli ben poco. Preferisco fargli sapere la mia stima e il mio affetto, garantirgli la mia preghiera e dirgli che farò del mio meglio per portare avanti con passione e zelo il piccolo settore di cui ancora mi occupo e che pregherò ogni giorno perché egli riesca a dare nuovo vigore all’antica e povera Chiesa di Venezia.


Un gran bell’inizio!

martedì, 17 aprile 2012

Nota della redazione: questo intervento è stato scritto diverse settimane prima dell’ingresso del nuovo patriarca a Venezia

I nostri vecchi dicevano che “il giorno si vede fin dal mattino” ed aggiungevano con il gran buon senso di una volta: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Infine: “Il mattino ha l’oro in bocca”. E chissà quanti saranno i detti sapienziali che riguardano l’importanza di iniziare bene qualsiasi opera che ci si proponga di fare.

Io ho confessato che di tutte le foto che i mass-media ci hanno offerto del nuovo Patriarca, terrò sul mio tavolo di lavoro quella che lo ritrae con gli stivaloni infangati e con la semplice tonaca nera, mentre si dà da fare con i suoi seminaristi per aiutare la gente delle Cinque Terre colpite dall’alluvione e dagli smottamenti della montagna fradicia d’acqua.

E’ vero, come ci è stato ripetuto fin troppo dai “capetti”, che bisogna accettare con fede il Patriarca che il Signore ci manda ed è altrettanto vero che non si può avere un Patriarca corrispondente a tutti i gusti, ma credo che pure sia lecito sperare che il nuovo vescovo ci appaia il più adatto a dare un volto sobrio, adeguato ai tempi e capace di parlare e di farsi ascoltare dalla nostra gente,

Io spero che il Signore mi abbia accontentato e che il nuovo vescovo sia intenzionato a far indossare alla Chiesa veneziana “il grembiule da lavoro” per mettersi a servire i poveri.

In questi giorni poi ho letto come avverrà l’ingresso di mons. Muraglia nella nostra diocesi e sono stato felicemente sorpreso di apprendere che alla vigilia dell’ingresso si recherà a Ca’ Letizia a servire, con i pochi chierici del nostro seminario, alla mensa dei poveri.

Io non ci sarò, ma sarò ugualmente felice che quel seme sparso quarant’anni fa assieme a mons. Vecchi, abbia la prima attenzione e continui ad essere coltivato dal nuovo apostolo del Signore in terra veneta.

In questi giorni ho pensato che il Signore mi ha fatto un secondo dono stabilendo che il conclave per la nomina dei nuovi cardinali sia stato fissato in una data che non ha permesso al nuovo Patriarca di ricevere la berretta cardinalizia. Per carità! Avrei accettato di buon grado anche il Patriarca vestito di “porpora e di bisso”, vesti che mi ricordano fin troppo quelle dell’Epulone, ma sono contento che il Signore mi abbia risparmiato questo sforzo ascetico, perché confesso che non è che mi abbia esaltato quel concistoro, con tutto quel rosso, quelle poltrone rococò tutte dorate e quei riti fuori corso per il conferimento di un titolo onorifico.

Ringrazio ancora il buon Dio che ha permesso che il Patriarca entri quasi alla chetichella, con un anticipo, a Mestre, ove pulsa la vita, prima di entrare in museo. Ora spero soltanto che il comitato della curia “non mi rompa le uova nel paniere!”.


Quel commiato contestato

venerdì, 13 aprile 2012

In questi giorni mi è capitato un inconveniente che mi ha messo a disagio e mi ha provocato alquanta amarezza, anche perché la stampa locale, che s’è occupata della cosa, ha pubblicato la notizia in modo assolutamente distorto.

Mi era stato richiesto di celebrare un funerale da parte di un’impresa funebre che è nota per il suo pressapochismo e la sua faciloneria interessata. Acconsentii anche perché questo, oggi, è il mio ministero specifico. Sennonché nella tarda vigilia di quella celebrazione, mi accorsi di un titolo a cinque colonne sulla stampa cittadina, che ne aveva montata la vicenda. C’era pure tanto di foto della chiesa di un mio collega il quale, dopo aver fissato il funerale, si era accorto che il richiedente intendeva spargere le ceneri in laguna, come gli attuali provvedimenti del Comune ora permettono e aveva rifiutato di celebrarlo perché, secondo lui, l’autorità religiosa non permetteva simile prassi.

Da un lato mi spiaceva, pur inconsapevole, di fare ciò che un collega, per motivi comprensibili, aveva rifiutato, e dall’altro mi misi nei panni di quel povero marito che aveva già avvertito parenti e amici, e poi aveva dovuto disdire l’appuntamento per il commiato della sua povera moglie che aveva percorso una lunga via Crucis. Rifiutando, avrei mandato a monte, per la seconda volta, la cerimonia a poche ore dalla data fissata.

Ci pensai un istante e optai per l’uomo piuttosto che per le rubriche, per i giudizi malevoli che avrei avuto dai colleghi e per l’opinione pubblica.

Ripeto che il mio non è stato un atto di menefreghismo delle regole, pur essendo io poco amante di esse, ma che in questo caso assolutamente ignoravo, né fu una scelta di dissociarmi dai colleghi, ma soltanto di comprensione per quel poveruomo ignaro delle sottigliezze liturgiche e delle discrepanze tra le norme comunali e quelle ecclesiastiche.

Ho fatto la mia scelta in umiltà e nella sola intenzione di cercare il bene dell’uomo e della comunità cristiana, disposto a pagare il prezzo di questa “disobbedienza” formale.

Di certo l’episodio mi ha costretto a riflettere e prendere interiormente posizione sulle rubriche liturgiche circa il “luogo sacro”. Non so se chi ha vergato quella presunta norma, che ora pare sia superata, abbia mai visto il fango, le pozzanghere, i rimasugli delle rimozioni precedenti del terreno del nostro cimitero in cui si seppelliscono i nostri morti, per poterlo definire “luogo più sacro” dell’acqua del mare infinito o dei monti solitari.

Il “centralismo” liturgico mi pare sia una piaga come ogni forma di decisionismo dall’alto. Mi pare che sia tempo, soprattutto per queste cose estremamente marginali alla religione e alla fede, di permettere che la gente faccia le sue scelte con semplicità e libertà.

L’uomo di oggi non è più un “bambino” e, meno che meno, un cagnolino da tenere al guinzaglio. Per quel che mi riguarda mi impegnerò a battermi perché ci sia più rispetto per i fedeli e i preti relativi.


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