Don Armando Trevisiol


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Mi pare che pretendere efficienza dagli enti pubblici sia più che un diritto!

mercoledì, 9 maggio 2012

Mi sono fatto una cattiva fama presso gli uffici del Comune e forse presso qualche assessore. Pare che mi ritengano una persona che pretende, che forse voglia essere privilegiato e che non abbia pazienza di aspettare che le pratiche facciano il loro corso.

Più di una volta l’architetto Zanetti, che da alcuni anni è il professionista a cui ci siamo affidati per progettare il “don Vecchi” di Marghera e di Campalto, di fronte alla mia insofferenza per le lungaggini del Comune, mi confidò che in città godo della stima e della protezione di molte persone, ma ve ne sono altre che non mi sopportano e che non approvano il mio modo di rapportarmi con l’amministrazione comunale.

Qualche giorno fa (relativamente a quando è stato scritto questo intervento, NdR) ho spedito al Comune e all’Anas una lettera, con tanto di protocollo, sulla questione della messa in sicurezza dell’uscita ed entrata da via Orlanda al Centro don Vecchi di Campalto. Per la settantina di anziani ottantenni il salire e lo scendere dall’autobus che da Campalto li porta al “don Vecchi” e viceversa, rappresenta una vera roulette russa, tale è il pericolo di via Orlanda dove c’è un traffico estremamente intenso e veloce proprio lungo il rettilineo antistante il Centro.

Ho chiesto personalmente all’assessore Ugo Bergamo, responsabile della viabilità e all’ingegner Entimino Mucilli, capo del compartimento dell’Anas una pista ciclopedonabile che congiunga il Centro a Campalto. Ambedue si sono dichiarati attenti e disponibili ma impossibilitati a finanziare la pista perché privi di fondi.

S’è concordata allora una soluzione tampone per una parziale messa in sicurezza dell’ingresso ed uscita, in attesa che questi enti possano disporre delle somme necessarie. Il costo della soluzione tampone se la sobbarca per la maggior parte la Fondazione dei Centri don Vecchi, pur non spettando ad essa questo compito.

Sono passati ben cinque mesi dall’inaugurazione del Centro, senza che si sia arrivati ad alcunché per la mancanza dei permessi. Io mi sono recato in queste due amministrazioni: locali lussuosi e confortevoli, fattorini eleganti e numerose segretarie, un apparato veramente consistente, ma per quel che mi riguarda: nessun risultato.

So che il Comune ha quattromilaseicento dipendenti ed è la più numerosa azienda della zona e l’Anas non so quanti, comunque ha un’organizzazione efficiente per raccogliere denaro. Un dipendente Anas, non appena è apparsa sulla facciata del nostro edificio di Campalto la scritta “Centro don Vecchi”, ci ha minacciato una multa; abbiamo pagato la tassa, ma è arrivato cinque mesi dopo il permesso di scoprire la scritta.

Mi renderò forse ulteriormente antipatico, ma qualche giorno fa ho ribadito, con lettera raccomandata, che se succedesse il sia pur minimo incidente, partirebbe immediata una mia denuncia alla magistratura. A me pare che pretendere efficienza dagli enti pubblici, che i cittadini pagano, non sia un diritto, ma un dovere!


Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto!

mercoledì, 25 aprile 2012

Ormai s’è voltato pagina. Per evitare diatribe con il parroco e con uno dei tanti comitati a lui collegati, che di legale non han proprio nulla se non il gusto e l’arroganza di opporsi a qualche iniziativa concreta e di rappresentare, senza mandato alcuno, “la cittadinanza”, il consiglio della Fondazione ha accettato la proposta del Comune per un terreno ai margini della città, chiamato – non so perché – degli “Arzeroni”.

Credo che la decisione sia stata saggia, non solo per evitare ulteriori polemiche, ma anche perché l’area del parco che sarebbe stata concessa era veramente angusta. Si tenterà, agli Arzeroni, di dar vita ad una struttura più capiente, per poter ospitare più anziani e dar respiro ad progetto più articolato e spazioso.

Ho letto le proposte, veramente generose, che il presidente della Fondazione, don Gianni, ha fatto al comitato “rappresentato” da un “triumvirato”, ma non c’è stato nulla da fare, il “popolo” ha detto di no, basta, non si discute, ma si deve accettare la volontà (in questo caso non si può proprio dire “popolare”) ma della borghesia, come sempre poco interessata alla sorte degli ultimi, di quelli che non hanno voce, né diritto di chiedere di essere aiutati.

Ho letto sul “Gazzettino”, le conclusioni, più che concilianti, del presidente della Fondazione, don Gianni Antoniazzi, il giovane parroco di Carpenedo che, nonostante tutto, assicura che il “don Vecchi” sarà a disposizione anche degli anziani di San Pietro Orseolo, qualora ne avessero bisogno.

Questa è la decisione del consiglio di amministrazione e del suo presidente, sulla quale non ho nulla da eccepire, della quale sono veramente ammirato e che favorirò con tutta la mia volontà. A livello personale però, e per coerenza alle scelte di tutta la mia vita, sento il dovere di affermare con forza che per me questi comportamenti non solamente non sono solidali, ma certamente incomprensibili per la parrocchia e per chi si ritiene cristiano. Prima di tutto viene l’uomo, e soprattutto l’uomo debole e bisognoso di aiuto.

Credo che la gente di Viale don Sturzo, a motivo dell’intervento di qualcuno, abbia perso una buona occasione per dimostrarsi civile ancor prima che cristiana.

Nell’articolo del Gazzettino si dice che quelli del comitato hanno affermato che stanno “sopportando” i due Centri, mentre in realtà il Centro don Vecchi è l’unica realtà positiva che c’è in Viale don Sturzo. Mezza Italia s’è interessata a questa esperienza di eccellenza che dà lustro e che tutti ci invidiano.

Tutto questo sento il dovere di affermare per dire “pane al pane” e perché ognuno si prenda le sue responsabilità.


Don Vecchi 5: il nostro impegno e la burocrazia

lunedì, 23 aprile 2012

Ho l’impressione che il dottor Remo Sernagiotto, assessore alle politiche sociali della Regione Veneto, sia un neofita in politica e, peggio ancora, nel settore amministrativo di un ente pubblico, perché mi pare che sia partito in quarta per dare una soluzione al gravissimo problema degli anziani, ma ora stia sbattendo il naso sugli sbarramenti burocratici dell’amministrazione regionale.

Mi par di aver capito che gli enti pubblici, per tutelarsi dagli imbrogli e per garantire trasparenza, finiscano invece per far allungare i tempi e far lievitare i costi, arrivando sempre in ritardo e scontentando un po’ tutte le persone di buon senso.

Sernagiotto ha certamente capito che le cose non possono più continuare come sono state impostate finora per quanto riguarda gli anziani: non ci sono case di riposo, i posti che ci sono hanno un costo insopportabile perfino per la Regione ed infine la qualità della vita offerta è assai scadente.

Quando ha visto il “don Vecchi”, e soprattutto quando gli abbiamo presentato i costi, gli è parso di aver finalmente “scoperto l’America” e ci ha detto: «Cominciate, io vi offro il finanziamento per la costruzione e vi garantisco una modesta diaria per la pulizia alle persone e agli alloggi». Noi, temerari come sempre, abbiamo accettato la sfida.

I guai però sono sbocciati immediatamente: c’è voluta una legge, s’è dovuto bandire un concorso, con regole e cavilli infiniti e nel frattempo è già quasi passato un anno. Ora ci vorrà un bando europeo per la gara di appalto e dovremo fare un percorso di guerra per ottenere a bocconi il denaro stanziato.

Ogni tanto sulla stampa esce qualche dichiarazione di Sernagiotto sugli obiettivi, sulla dottrina e quant’altro; ogni volta pare che il progetto si ingarbugli. Da parte nostra le idee sono più chiare: l’alloggio offerto diventa la casa dell’anziano che ne diviene il titolare. L’anziano paga i costi condominiali, le utenze e provvede per il suo sostentamento e il costo di tutto dovrà essere sopportabile anche per chi ha la pensione minima.

In più, agli anziani in perdita di autonomia, sarà garantita, a titolo gratuito, la pulizia dell’alloggio e della persona, e tutto questo a spese della Regione, cosa questa di non poco conto, perché così anche gli anziani poveri potranno vivere in un alloggio più che decente, potranno fruire di spazi comuni e, soprattutto, sapranno che dietro a loro c’è un minimo di organizzazione su cui poter contare nei casi di emergenza.

Spero quindi che Sernagiotto e i suoi funzionari non ingarbuglino le cose più del necessario.


Invitato a parlare del don Vecchi

lunedì, 16 aprile 2012

Il Centro di Studi Storici di Mestre mi ha invitato a parlare al Candiani sui Centri don Vecchi. Quando il presidente di questo prestigioso gruppo culturale, con una telefonata calda e confidenziale, mi ha invitato ad esporre questa esperienza, che grazie a Dio è diventata, certamente non per merito mio esclusivo, un fiore all’occhiello della nostra città, d’istinto gli avrei detto subito di no. Io sono schivo, introverso e sono convinto di non avere le qualità del conferenziere sciolto e brillante che sa presentare l’esperienza – pur estremamente valida, ne sono convinto – in maniera convincente e soprattutto tale da non annoiare, ma anzi di entusiasmare il pubblico.

Il prof. Stevano, però, è stato così irrompente e deciso che non sono riuscito a sottrarmi all’invito che mi offriva l’opportunità di promuovere questa struttura per gli anziani e soprattutto mi offriva “peso” per poter ottenere dall’amministrazione comunale la superficie indispensabile per attuare il progetto, già finanziato dalla Regione, a favore di una struttura destinata agli anziani in perdita di autonomia.
Dissi di si proprio perché non sono riuscito a dir di no!

Il Centro Studi Storici ha fatto veramente le cose per bene. Un titolo incisivo: “Il miracolo della sfida dei Centri don Vecchi”. Un manifesto con la mia immagine, molto bello, tanto che mi sono sorpreso della mia figura armoniosa, quasi quella di un vecchio dalla capigliatura copiosa e candida, ma soprattutto dal volto ricco di bonomia e di calda umanità. Consistente la diffusione dei manifesti e notevole l’informazione sulla stampa.

Il pubblico m’è apparso subito accattivante: molti volti conosciuti ed amici, consistente la rappresentazione del popolo dei vecchi, il resto costituito perlopiù dalle solite persone anziane che normalmente partecipano a queste cose.

Mi sono subito sentito a casa, facilitato da un anfitrione che ha condotto il discorso con maestria, interrompendo quel temuto monologo che mi avrebbe affossato in un mare di noia.

La dottoressa Corsi poi, ora funzionario del Comune e mia antica allieva delle magistrali, la quale è stata praticamente l’ideologa e la “cofondatrice” di questa iniziativa innovatrice nel settore della terza età, ha costruito in maniera brillante una cornice di taglio intellettuale al mio intervento. Cosicché, tutto sommato, penso che la cosa abbia sortito un risultato positivo.

Ora, forte anche di questo avvallo civico, presenterò con più decisione ed autorevolezza la mia richiesta al Comune io mi predisporrò ad uno scontro deciso attraverso i mass-media per ottenere quello che il Comune ci dovrebbe dare in un piatto d’argento.


La vittoria di Pirro

domenica, 15 aprile 2012

Ormai è da un’eternità che per “vittoria di Pirro” si intende una riuscita fatua, inconsistente, quasi un boomerang che finisce per colpire non l’obbiettivo prefissato, ma colui che l’ha lanciato.

Ormai mi pare sia notizia sicura che il nuovo “don Vecchi” per gli anziani in perdita di autonomia non si farà in margine al parco di viale don Sturzo. Ha vinto il parroco della parrocchia di San Pietro Orseolo e un comitato del rione che s’era battuto contro l’installazione di un’antenna per telefonini, ma che per l’occasione è stato delegato a portare avanti anche questa “nobile” battaglia contro la cementificazione del verde.

Io in verità non avevo mai creduto alla realizzazione del progetto in quel sito, perché da trent’anni ho avuto modo di conoscere i soggetti protagonisti dell’attuale triste vicenda. Hanno raccolto 150 o 350 firme, ma che cosa rappresentano quando in cinque minuti avremmo potuto raccoglierne altrettante e più ancora tra gli attuali residenti di viale don Sturzo 53, che attualmente abitano al Centro? A meno che, secondo la logica marxista di triste memoria, alla quale qualcuno torna ancor conto di credere, non si dica che questi cittadini non sono “democratici” e perciò i loro pareri non sono comparabili a quelli illuminati e progressisti.

La cosa è andata così ed io che credo alla Provvidenza, spero che tutto sommato la soluzione alternativa sia veramente migliore. Peccato perché questo viale, che è rimasto viale non raggiungendo ancora la soglia di comunità cristiana e che prevedo che prima o poi ritornerà sotto ogni aspetto a ridiventare un “colmello” della vecchia parrocchia di Carpenedo, aveva tutto da guadagnare con la nuova struttura, anche se avrebbe perduto due o tremila metri di verde pubblico di cui nessuno fruisce.

Il “don Vecchi” è l’unica cosa bella e qualificante del viale don Sturzo, è il suo fiore all’occhiello sotto ogni punto di vista, tra un dilagante anonimato che forse ora ha, come punto di riferimento significativo solamente l’Ins, il supermercato popolare.

La vita continua, però confesso che percorrendo questo stradone costruito dall’ingegner Cecchinato proverò tristezza pensando a questa comunità che si rifà ad un doge diventato santo per il suo amore verso i poveri e che oggi è costretto a far da patrono a fedeli che dei poveri e dei vecchi non ne vogliono proprio sapere.


I “comitati del no”

sabato, 14 aprile 2012

Quando ero bambino la mia gente nutriva un estremo disprezzo per “gli uomini che si fanno comandare dalle donne”. Certamente questo era ancora un antico retaggio della cultura maschilista imperante, soprattutto in campagna, fino a mezzo secolo fa. Ora non so come vadano le cose, ma credo che la mentalità sia cambiata anche nei paesi di campagna.

A dire il vero, quando mi capita di vedere qualche bisbetica di donna che tratta il marito come un cagnolino e gli comanda a dritta e a manca, la cosa non mi esalta, anzi provo disistima per quel poveruomo che non reagisce ai capricci, al fare smorfioso, arrogante e poco rispettoso di queste presunte superdonne che schiavizzano chi vuol loro bene e sfruttano questo amore per imporre le loro bizze.

Un qualcosa di simile lo provo anche per i reggitori delle comunità più vaste della famiglia: Comune, Regioni e lo stesso Stato.

Mentre butto giù queste mie note è appena terminata “la guerra” del “no Molin”, una furia invece quella del “no Tav” in Val di Susa. Comprendo i valligiani, attaccati ai loro prati e ai loro boschi, ma non comprendo punto i giovani incappucciati che, come soldati di ventura, si spostano, si arruolano per combattere, da mercenari della violenza, la guerra di turno.

Meno che meno poi comprendo la polizia che non ne fa qualche retata di tre o quattrocento al colpo e li mette nelle patrie galere, quanto mai adatte a far sbollire i roventi spiriti.

Non comprendo lo Stato che non interviene in maniera massiccia ed efficace.

In questi giorni i giornali hanno plaudito all’”eroico” carabiniere che, imperterrito, ha ascoltato le sciocchezze, i vaniloqui di un giovane contestatore; io l’avrei ammirato molto di più se avesse usato decisamente il manganello che aveva in dotazione.

Oggi non si fa che ripetere il valore sacrosanto delle regole, delle leggi che il popolo sovrano ha promulgato per il bene della collettività, mentre poi si permette che della gente dissennata, che dei perditempo cronici e violenti, sbarrino le strade, impedendo il lavoro delle gente per bene e creando danni quanto mai consistenti.

Oggi “i comitati del no” nascono come funghi e sentenziano su tutto, facendo perdere tempo e denaro.

Noi del “don Vecchi” siamo stati fortunati, perché il locale comitato “non antenna”, bontà sua, “ci permette” di fare il nuovo Centro, ma lontano dal quartiere, e mi tocca poi vedere che l’amministrazione comunale si adegua a tanta prepotenza e a tanta insensatezza nei riguardi del bene comune!


E’ tempo non solamente di dare più anni alla vita, ma anche più vita agli anni!

domenica, 8 aprile 2012

Permettere che gli anziani vivano da persone fino alla conclusione naturale della vita, è di certo un’utopia a livello razionale, ma non certamente una chimera.

Adopero il termine “utopia” nel suo vero significato, ossia una méta alta e nobile a cui tendere anche se irraggiungibile in maniera definitiva, ma che costituisce la spinta ad avanzare costantemente e progressivamente, e non nell’accessione popolare in cui si pensa all’utopia come ad una realtà impossibile.

Noi del “don Vecchi” perseguiamo l’utopia che gli anziani possano vivere e dare il meglio di sé fino all’ultima goccia della loro esistenza e crediamo che ciò sia possibile facilitando l’ultimo percorso di queste persone della terza e quarta età.

A supportarmi in questa avventura sono gli anziani miei coinquilini del “don Vecchi” e pure un certo numero di anziani che, pur non abitando al Centro, ne condividono la vita e gli obiettivi.

Qualche giorno fa mi si è avvicinato il signor Nino Brunello, 95 anni a giorni, che due volte la settimana suona il violino nell’orchestra del “don Vecchi”. Mi dice: «Don Armando, domenica le suonerei un pezzo di Vivaldi, è contento?». Sempre lui ha cominciato a donarmi i dipinti della “sua” Venezia e poi, usando delle belle e grandi cornici, forniteci da amici, ha dipinto per noi altri bei paesaggi veneziani che si rifanno al Guardi e che “sanno di primavera” per le pareti del Centro di Campalto. Altri dipinti sono in magazzino in attesa del “don Vecchi 5″, destinato agli anziani in perdita di autonomia.

Al “don Vecchi” gli anziani novantenni non sono mosche bianche: il coro del Centro ha un’età media di 85 anni, eppure la domenica della neve ho dovuto proibir loro di venire nella chiesa del cimitero per animare la messa, altrimenti avrebbero sfidato in maniera impavida il ghiaccio e la bora.

Noi del Centro perseguiamo la massima che afferma: “E’ tempo non solamente di dare più anni alla vita, ma anche più vita agli anni!”. Mi pare che tutto ciò non sia una fata morgana, ma una meta allettante. Il sogno “che la morte ci incontri ancora vivi” è possibile a chi ha il coraggio di impegnarsi e non si fa mettere in casa di riposo.


Quell’opposizione incomprensibile

sabato, 7 aprile 2012

Nota della Redazione: come gli altri, anche questo articolo è stato scritto da don Armando un paio di mesi fa.

Con la richiesta che fosse un prete più giovane e più intelligente a presiedere la Fondazione che gestisce i Centri don Vecchi, pensavo di essermi finalmente ritirato a vita privata. La mia vita è sempre stata un “continuo combattimento”, come afferma una certa sentenza che non ricordo di chi sia. Ho sempre combattuto, mi sono sempre esposto in prima persona, incurante delle ferite, della solitudine e delle critiche, soprattutto quelle dei colleghi.

Sono rimasto un soldato semplice, ma questo non mi ha mai impedito di schierarmi con gli ultimi. Questa situazione è forse stata la mia salvezza. Mi ritrovo vecchio ed acciaccato, ma sono contento delle “battaglie” alle quali ho partecipato con fervore e passione sociale.

Sentendomi stanco e sempre più fragile, ho scelto liberamente, come Garibaldi, che la mia Caprera fosse il “don Vecchi”. Per facilitare la successione, ho promesso ai miei capi che avrei continuato ad offrire il mio contributo dietro le righe, in umiltà e al servizio di chi ha la responsabilità della Fondazione, rifacendomi alla massima che papa Roncalli citava spesso: “Miles pro duce et dux pro victoria”, il soldato agli ordini del suo comandante e il capo impegnato a raggiungere la vittoria.

Ora però arrischio di essere ancora coinvolto nell’agone sociale e sono tentato di scappare da Caprera come Garibaldi o dall’Isola d’Elba come Napoleone, anche se sono ben cosciente che i paragoni non reggono punto!

Questa mattina mi sono trovato il titolo di un servizio de “Il Gazzettino” che informa della bega tra preti in relazione alla costruzione del nuovo Centro “don Vecchi”. Don Gianni Antoniazzi, in qualità di presidente della Fondazione, che preme per ottenere dal Comune un’area per costruire una struttura, finanziata dalla Regione, per gli anziani in perdita di autonomia ed un parroco del quartiere, (parroco scaduto da quattro anni per limiti di età) che si oppone.

Questo vecchio parroco non è nuovo a queste opposizioni. Non riesco a capire il perché, anzi mi pare un autentico sacrilegio che un sacerdote si opponga a che qualcuno che si impegna a fare, un’opera di carità cristiana a favore dei poveri. Spero che sia l’età a provocare questo atteggiamento per me incomprensibile verso un confratello più giovane, zelante e pieno di entusiasmo. Anche se “Il Gazzettino” fa il mio nome, io non c’entro, sono soldato semplice e per di più in pensione. Confesso però che sento il bisogno e il dovere di “tirar fuori di nuovo la spada” e di andare sulle barricate se fosse necessario per difendere la causa dei poveri.


Cosa non è il don Vecchi

mercoledì, 4 aprile 2012

Una ventina di anni fa è sbocciata la moda delle assistenti sociali. Una scuola a Venezia ha cominciato a sfornare, a getto continuo, questa sorte di professioniste che avrebbero dovuto facilitare i rapporti fra dipendenti e classe dirigenti dei vari comparti della società. Questa scuola però è nata con un peccato originale, del quale è affetta, fin dalla sua nascita, pure la facoltà di psicologia e, un po’ meno, ma anche quella di psichiatria.

Ricordo che molti anni fa la responsabile dell’istituto veneziano che prepara le assistenti sociali mi diceva che si iscrivevano a quella scuola soprattutto quelle personalità fragili che avevano problematiche personali di ordine psicologico e, inconsciamente, pensavano di risolvere i propri problemi frequentando quella scuola. Insomma erano le meno adatte per il compito che le attendeva.

Inizialmente le industrie assunsero in maniera massiccia queste figure professionali, ma ben presto le eliminarono accorgendosi che complicavano le cose piuttosto che risolverle, mentre lo Stato e il parastato, che notoriamente hanno amministrazioni ferruginose, poco efficienti e sono sempre in sovraccarico di personale, sono rimasti la riserva di caccia di queste professioniste che, per la maggior parte, sono donne.

Le assistenti sociali del Comune stilano valutazioni di ordine psicologico, istruiscono progetti, per finire poi di affibbiare a qualche realtà che ha i piedi per terra, soggetti difficili da gestire.

Qualche settimana fa le assistenti del Comune hanno proposto al “don Vecchi” di accogliere una signora poco più che cinquantenne che da dieci anni vive all’asilo notturno perché ora sentiva il bisogno di avere un alloggio tutto suo.

Ho letto il profilo psicologico, la storia pregressa e il “progetto” stilato da queste assistenti per il suo inserimento. L’abbiamo accettata perché di certo è una povera creatura, sono certo però che queste operatrici sociali, una volta “risolto il caso”, non si faranno più vedere, come non riesco a capire perché in questi lunghi dieci anni non hanno aiutato questa creatura a trovarsi un lavoro col quale vivere.

Il “don Vecchi” è una struttura con delle finalità ben precise e credo che sarebbe veramente male permettere che diventi una specie di “rifugium peccatorum” che finirebbe per non fare niente bene.

Sarà opportuno perciò che queste operatrici sociali si spendano perché l’ente comunale, o anche le comunità cristiane, creino qualcosa di specifico perché ogni cittadino in difficoltà abbia la risposta che risponde ai suoi bisogni specifici, senza scompaginare realtà che sono state pensate per altre categorie di persone.


La vita al don Vecchi

martedì, 3 aprile 2012

Sto cominciando a conoscere i nuovi residenti del Centro don Vecchi di Campalto. Di primo acchito mi sembrano persone care, anche se ancora un po’ smarrite in un ambiente tanto grande, pieno di luce, con un salone immenso arredato con mobili antichi, tappeti, divani in ogni dove: un salone da zar di Russia.

Abbiamo accolto tutti col criterio che abbiamo scelto fin dall’inizio: i meno abbienti e i più bisognosi di un alloggio protetto. La signora Graziella, incaricata dell’accoglienza, certamente ha fatto loro, come le è stato chiesto, un discorso preciso e netto: “Non intendiamo essere un’agenzia immobiliare che affitta alloggi a costi stracciati, ma siamo della gente che sogna di offrire un alloggio dignitoso, alla portata anche di chi ha meno, e vogliamo costruire una comunità di gente che si aiuta e che tende a vivere una vita autenticamente cristiana”.

All’atto della firma del contratto, ognuno ha dichiarato e sottoscritto di condividere ed accettare le finalità con cui è stata data vita a questa struttura. Adesso però viene il bello: la conversione non è mai stata facile per nessuno, meno che meno anche quella di vivere correttamente e coerentemente al “don Vecchi”.

Io sono profondamente convinto che non bisogna imporre nulla a nessuno, però sono altrettanto convinto di pretendere correttezza, osservanza delle regole del buon vivere, pulizia, rispetto per l’ambiente, comportamento irreprensibile, rispetto per le persone e le cose, collaborazione e dignità. Non sarò mai disposto ad accettare gente che giri nei luoghi comuni in veste da camera, con comportamenti sguaiati o sia alticcia.

Non sarà mai che il “don Vecchi” possa assomigliare, anche lontanamente, ad una casa di riposo e, meno che meno, all’asilo notturno. Il “don Vecchi” dovrà diventare un piccolo borgo di gente civile che si attiene alle norme del buon vivere, che si rispetta, che si vuol bene, che è solidale e si sforza di diventare una buona comunità di figli di Dio.


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