Don Armando Trevisiol


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Il mio incidente

venerdì, 29 luglio 2011

L’appisolarmi, come al solito, di fronte ad un programma televisivo per niente interessante, m’è stato galeotto! Un brusco risveglio, in cui non m’era chiaro se fosse mattina o sera, presto o tardi, m’ha fatto balzare in piedi perdendo l’equilibrio e andando miseramente a cadere tra il televisore e il termosifone. Con fatica mi sono rialzato tutto dolorante.

Prima una lastra e poi la tac m’hanno fornito la triste notizia della rottura di due vertebre. Il neurochirurgo ha ordinato, con sentenza inappellabile, che dovevo procurarmi un busto. Ormai da qualche settimana sono imbragato in una specie di armatura metallica che mi dà la sensazione di essere stato condannato alla tortura della “Vergine di Norimberga”, l’antico strumento di tortura in cui il condannato era costretto ad entrare in una sagoma d’acciaio costellata di aculei, sagoma che, una volta chiusa, trafiggeva da parte a parte il povero derelitto.

Ora per me alzarmi è uno strazio, vestirmi peggio, a camminare sembro un robot che si muove a scatti. Povero me! Le prospettive per le ferie estive, che comunque avrei passato a Mestre compiendo il mio ministero nella mia amata cattedrale tra i cipressi, sono ben tristi e desolate. Tento di consolarmi pensando che vi sono tanti cittadini che stanno peggio di me e che il disagio e il dolore forse purificheranno il mio spirito e renderanno più bella la mia anima, ma non sempre questi pensieri sono capaci di rendere più serene le mie giornate.

Fortunatamente, in occasione di questa mia impotenza, il buon Dio ha mandato dal suo Cielo i suoi angeli perché “non inciampi il mio piede”.

Questo incidente però ha anche i suoi risvolti positivi perché mi costringe a pensare ai miei coetanei che, a differenza di me, sono soli, senza soldi e senza aiuti. Tutto questo mi rende più deciso e caparbio nel voler portare avanti il progetto pilota, voluto dall’assessore regionale Sernagiotto, che intende, tramite il “don Vecchi”, provvedere a quegli anziani poveri e in perdita di autosufficienza, offrendo loro un servizio di accudienza.

Spero di saper affermare con la liturgia “Oh felice colpa, che ha aperto il mio spirito a comprendere l’animo di Dio”. Pensare ai poveri è da sempre un gran dono.


Il Centro Don Vecchi è e deve restare del popolo semplice

domenica, 24 luglio 2011

L’otto ottobre prossimo venturo, alle ore 11, era stato fissato che il Cardinale Patriarca avrebbe benedetto e inaugurato il “don Vecchi” di Campalto, offrendo una piccola ma confortevole dimora ad un’altra ottantina di anziani di modestissime risorse economiche. Gli appartamentini sono 64, ma alcuni sono destinati a marito e moglie o a madre e figlia.

Meno di cinque anni fa la Fondazione che ha realizzato la struttura, aveva in tasca solamente un sogno, un sogno però che nasceva dall’assoluta convinzione che ci si doveva impegnare non in rapporto alle risorse di cui si disponeva – che erano, a livello economico, nulle – ma partendo dalla consapevolezza del bisogno degli anziani meno fortunati.

In questi cinque anni scarsi, abbiamo trovato un terreno, abbiamo comperato una casa pur obsoleta, ma che aveva una preziosa destinazione alberghiera, una ricchezza, dato ch’era situata alle porte di Venezia. Abbiamo però rinunciato a questa opportunità, preferendo, coerentemente alla nostra coscienza, la struttura di solidarietà.

Abbiamo realizzato l’opera nonostante l’indifferenza assoluta degli enti pubblici, delle banche e degli amministratori della cosa pubblica. Mi correggo: il Banco di San Marco fu l’unico ente che ci ha donato mille euro, poi niente, assolutamente niente!

Ci siamo affidati al buon cuore e alla coscienza dei concittadini, quei cittadini che stanno pagando in prima persona i morsi della crisi. La gente ha condiviso il nostro progetto e ci ha finanziato con piccoli versamenti che partivano dai dieci ai cinquanta euro, da aggiungere alla generosità stupenda di alcune persone anziane, le quali hanno fatto quadrare i conti.

Chi inviteremo all’inaugurazione? Non certamente i notabili, ma soltanto la gente, la povera gente. A titolo simbolico consegneremo le chiavi della cittadella degli anziani ad alcuni operatori sociali che ci sono stati particolarmente vicini, hanno condiviso e si sono fatti carico del progetto, ma in realtà le consegneremo ad ogni cittadino perché il popolo semplice ed umile s’è impegnato in prima persona e noi vogliamo dire apertamente, il giorno dell’inaugurazione, a chi appartiene a questo popolo umile e generoso, che ci ha creduto, che la cittadella, il “don Vecchi”, è suo e come tale lo deve custodire ed amare e difendere da chi tentasse di farne occasione di lucro.


Noi scommettiamo sul Centro Don Vecchi 5!

sabato, 23 luglio 2011

Gli amministratori pubblici, responsabili e seri, sono consapevoli d’avere delle grosse gatte da pelare altri però a motivo di populismo, spendono in maniera dissennata, tanto si troverà a sbrogliare la matassa chi verrà eletto alle elezioni successive.

Le persone responsabili, affrontano con onestà i problemi drammatici della nostra società. L’aumento consistente dell’età, la diminuzione della popolazione giovanile che contribuisce fiscalmente al costo degli anziani in pensione e il costo, vero o gonfiato, delle rette per gli anziani non autosufficienti, ha posto l’assessore alla sicurezza sociale della Regione, dottor Remo Sernagiotto, di fronte al dramma di come affrontare una spesa che sta aumentando in maniera vorticosa, e date le proiezioni sul numero di anziani per cui si dovrà provvedere nei prossimi anni, gli ha posto il problema, veramente drammatico, di trovare una soluzione.

Questo assessore, che non proviene dalla politica, ma dall’impresa, ed è perciò un uomo con i piedi per terra, vedendo la signorilità dell’ambiente ed esaminando i costi che al “don Vecchi” sono abissalmente inferiori a quelli che sono praticati dalle case di riposo, certamente ha pensato che sia possibile trovare una soluzione intermedia, meno onerosa e più dignitosa di quelle attuali.

Da questi ragionamenti è nata l’idea di una struttura che si muova sulla dottrina economica e sociale del “don Vecchi”, ma che possa far vivere più a lungo l’anziano in un luogo in cui possa continuare a gestire la sua vita da protagonista, fruendo di qualche aiuto maggiore.

Per impostare un progetto che risponda a queste urgenze, abbiamo pensato assieme al prototipo di un anziano, aiutato da una sorella più giovane o da una nuora generosa, o semplicemente da una “serva” vecchio stampo. La Regione ci aiuterà a dare un compenso all’assistente famigliare, per tutto il resto ci si avvarrà della rete dei servizi sanitari già posti in atto dalla uls.

Questa è la scommessa di Sernagiotto e del “don Vecchi”. Io sono sicuro che vinceremo la scommessa, nonostante che i direttori delle case di riposo per non autosufficienti, i sindacati si stiano stracciando le vesti e prevedano fosche prospettive. Sono disposto a scommettere uno a dieci che il 95% degli anziani che risiederanno nel progetto pilota del “don Vecchi” 5, vivranno e moriranno in un ambiente signorile, alla portata anche di chi gode la pensione minima, amati e riveriti e serviti per quanto è loro necessario, fino all’ultimo respiro. Chi vuole scommettere si faccia avanti!


Grazie a quanti lasciano i propri beni in eredità alla Fondazione Carpinetum!

giovedì, 9 giugno 2011

Le risorse della Fondazione sono pressoché nulle, dato che il suo obiettivo primario è quello di permettere che anche l’anziano che percepisce la pensione sociale, cioè 586 euro mensili, possa vivere al “don Vecchi” senza pesare sulla sua famiglia, sulla civica amministrazione e senza andare a mendicare per strada. Finora ci siamo riusciti.

Ho scoperto, fortunatamente, che la stagione dei miracoli non è ancora terminata. Chi ha dubbi venga al “don Vecchi” per credere! Ma vivere vuol dire non accontentarsi di aiutare qualcuno, il nostro assillo è che a Mestre  non solamente i trecento anziani attuali abbiano la fortuna di abitare al “don Vecchi”! Noi vorremmo che non ci fosse più alcun vecchio sopportato in casa da una nuora bisbetica o recluso, solitario e dimenticato, in uno dei tanti palazzoni anonimi della nostra città.

Da questo assillo sono nati il “don Vecchi” uno, poi il due, quindi il tre, ora il quattro a Campalto, ma c’è già il progetto per il cinque.

Per realizzare tutto è certamente servita la generosità dei concittadini, ma la pioggerella costante delle offerte dei benefattori non è sufficiente, perché per realizzare una struttura che offra confort e sicurezza servono ingenti somme. Mi pare di aver capito che la strada più sicura e quella risolutiva sia quella dei testamenti e delle eredità. I quattro “don Vecchi” sono “sbocciati dalla terra” soprattutto per merito di gente generosa ed intelligente che, non avendo doveri particolari verso i famigliari, ha deciso di lasciare in eredità i suoi beni, prima alla parrocchia, ed ora alla Fondazione.

Ricordo con immensa ammirazione la signora Luigina Corrà che ci ha lasciato un miliardo di vecchie lire, la signorina Giammanco, settecentocinquanta milioni, la signora Scaldaferro, trecentocinquanta milioni ed altri ancora, i cui nomi sono ben incisi nella mia memoria.

Salderemo pure il conto dei nuovi 64 appartamenti di Campalto se riusciremo ad avere le eredità lasciateci da un’anziana di Marghera e da un vecchio di Mirano. Se la burocrazia dello Stato ci permetterà di ricevere presto la generosità di queste persone sagge e generose, avremo vinto ancora una volta!


Quelli che trattiamo come “rifiuti d’uomo” sono ancora e sempre figli di Dio!

sabato, 4 giugno 2011

Ritorno su un argomento che a molti è poco gradito, ma che a me mette veramente paura constatando con amarezza che la nostra società sta vorticosamente producendo “rifiuti d’uomo”, confinandoli nelle case di riposo o in casa propria sotto la tutela di una badante straniera. Il fenomeno è complesso e le motivazioni sono molte, però rimane il fatto che il risultato è comunque terribilmente triste.

Credo che a molti di noi sia capitato, dato che abbiamo il mare Adriatico a due passi da casa, di vedere, specie d’inverno quando non funzionano gli apparati del turismo, di passeggiare sul bagnasciuga e di scorgere ad ogni pié sospinto pezzi di tavola, barattoli, bottiglie di plastica, radici di albero che la risacca spinge sull’ultima propaggine della spiaggia. Il mare butta alla deriva i relitti abbandonati tra le onde.

Nel mio ministero, che svolgo nella chiesa del cimitero, ove celebro spesso il funerale appunto di questi “relitti umani” che giungono dalle case di riposo, dalla solitudine di una vita condotta con una donna dell’Europa dell’est, la quale “accudisce il vecchio” a pagamento, ho l’impressione dell’abbandono, della solitudine e della disperazione umana che si consuma in luoghi anonimi e privi di vita sociale, lontano dai bambini, dalle donne e dalla natura.

Povera società! Povero uomo d’oggi!

La scienza, il progresso, l’economia, l’efficienza stanno abbandonando la persona come uno straccio sporco e inutile, dimenticandosi che anche l’uomo più povero e più desolato rimane sempre e comunque un figlio di Dio.


Voglio vivere fino all’ultimo la vita come una bella avventura!

lunedì, 30 maggio 2011

Ai miei scout ho detto mille volte che la vita va vissuta come una bella avventura e talvolta ho proposto la variante, ancora più ricca di fascino, “scegliere di vivere la vita come un bel gioco”.

Se qualcuno poi mi chiede se io pratico questa visione del vivere, debbo confessare, con una certa amarezza, che non sempre ci riesco, talvolta mi dimentico la scelta fatta mille volte e talaltra scivolo nel pessimismo, però posso sinceramente affermare che, ripensandoci, ci riprovo sempre.

Non vale la pena che enumeri le avventure pregresse, potrebbe sembrare che voglia autoincensarmi, però devo ammettere che più di una volta, trasportato dall’entusiasmo, ho fatto centro. Così è stato per la casa di montagna per i ragazzi, “La malga dei faggi”; così è stato per le vacanze estive ed invernali dei miei anziani con “Villa Flangini”, la magnifica struttura settecentesca sui colli asolani; così è stato per la Galleria “La cella”; così per i vari periodici della parrocchia, per il “Ritrovo”, il club per i vecchi; così per mille iniziative meno eclatanti ma altrettanto belle, quali il gruppo dei cento chierichetti, quello dei duecento scout, di “Radiocarpini”, ecc.

Ora le avventure che mi fanno sognare e, pur procurandomi più di una difficoltà, mi appassionano, sono per prima cosa il “don Vecchi” di Campalto – e qui la sfida è quasi vinta perché a ottobre taglieremo il nastro. Poi la “Galleria san Valentino”, tra le vecchie fabbriche in disuso di Marghera e il relativo quartiere dormitorio; per ora siamo arrivati ad un primo concorso triveneto ma ci sono altrettante prospettive e, se va tutto per il meglio, in un paio d’anni sono certo che saremo tra i primi in classifica. La terza prospettiva è la struttura per gli anziani in perdita di autonomia.

Per un ottantaduenne può sembrar certamente un azzardo pensare ad un progetto pilota per mantenere gli anziani della quarta età ancora “padroni di casa”. Forse non andrò più in là della prima pietra o delle fondamenta, comunque credo che valga sempre la pena tentare e magari morire sognando!


L’incontro con l’IRE offre nuova speranza per un cammino teso al bene comune

mercoledì, 25 maggio 2011

Ho incontrato i dirigenti dell’IRE, l’ente veneziano che gestisce un immenso patrimonio derivante dalla Congregazione della Carità che, a sua volta, ha incamerato la gran parte dei beni che i veneziani avevano messo in mano della Chiesa, durante i secoli passati, perché li adoperasse a favore dei poveri.

La presidente dell’ente, accompagnata da due giovani ed intelligenti funzionari, ha voluto visitare il “don Vecchi” e confrontarsi sui problemi degli anziani in perdita di autonomia. L’incontro m’è parso estremamente positivo e ci siamo ripromessi di operare in modo che la Regione recepisca le istanze di chi opera sul campo e non ha pregiudizi di carattere ideologico e politico.

M’ha fatto molto piacere questo scambio di esperienze e di proposte, avvertendo negli interlocutori non solamente estrema competenza tecnica, ma anche vera passione per gli anziani e senso civico, teso a trovare soluzioni possibili, economiche e soprattutto rispettose della dignità della persona, che va difesa fino all’estremo limite del possibile.

Da molti anni, e più volte, ho suggerito e proposto anche agli enti di ispirazione religiosa, o comunque gestiti dalla Chiesa veneziana, di dar vita ad una federazione o comunque a momenti di confronto. Le mie proposte sono sempre cadute nel vuoto; il mondo veneziano è da sempre individualista, ma il mondo veneziano di ispirazione cristiana lo è certamente più ancora.

Mentre parlavo con questa cara gente in ricerca di soluzioni innovative, mi tornavano nel cuore le parole di Gesù alla samaritana: «Credimi, donna, è giunto il tempo ed è questo, in cui i veri adoratori di Dio non lo adorano in questo o in un altro monte, ma in spirito e verità!».

Mi fa felice che sbiadiscano, anzi scompaiano certe etichette fasulle ed ininfluenti per camminare assieme a tutti nella ricerca del bene comune.


Una bella notizia: il Veneto non taglia sulla sicurezza sociale!

mercoledì, 11 maggio 2011

Sul “Gazzettino”, che scorro molto rapidamente di primo mattino dopo le preghiere con cui apro la mia giornata, non mi capita, purtroppo, di leggere di frequente qualche buona notizia. Però, qualche giorno fa, dopo il titolo in cui si annunciava che, pur con tanta fatica, s’era finalmente approvato il bilancio preventivo della Regione, ho letto con estremo piacere, che all’assessorato alla sicurezza sociale, non solamente non s’erano apportati gli ormai consueti tagli, ma anzi s’erano stanziati sedici milioni in più dello scorso anno.

L’assessore Sernagiotto, titolare di questo assessorato, evidentemente aveva perorato con passione la “causa dei poveri”, tanto da convincere i colleghi ad aumentare il budget, nonostante i tagli causati dalla crisi ed apportati in quasi tutte le voci di spesa della Regione.

La notizia m’ha fatto tanto piacere almeno per tre motivi.

Primo: fa sempre onore che un cattolico, che si dichiara pubblicamente tale – infatti Sernagiotto è dell’U.D.C. – si batta per i poveri. Secondo: perché i servizi sociali verso le classi più povere, che subiscono pesantemente i contraccolpi della crisi, non saranno ulteriormente penalizzati, anzi avranno delle risposte, seppur leggermente, positive. Terzo: perché, in qualità di presidente della Fondazione del “don Vecchi”, credo d’avere una apertura di credito nei riguardi di questo assessore, promessa a cui non intendo per alcun motivo rinunciare.

Sernagiotto, venendo al “don Vecchi” e scoprendola felicemente come struttura assolutamente innovativa nel campo della residenzialità, mi ha pubblicamente promesso di rivedere ed emendare la rozza scheda SVAMA per variegare il tipo di assistenza all’anziano, in maniera da non confinare nelle case di riposo gli anziani che hanno ancora qualche residua autonomia e da contrastare il business delle case di riposo per non autosufficienti verso cui si sono dirette le attenzioni di certi grossi operatori economici senza troppi scrupoli e certi enti pubblici dalla gestione estremamente onerosa.

In quell’occasione ho offerto la disponibilità della Fondazione a porre in atto un progetto pilota su cui poi regolare le future norme sull’assistenza dell’anziano. Ora che mi s’è offerta un’occasione così lusinghiera di certo non mollerò la preda!


Da vecchi si capisce che manca il tempo per vedere maturare le sementi gettate ora

venerdì, 6 maggio 2011

Provo una strana sensazione nell’impegnarmi e nel lavorare per certe realtà che quasi certamente non avrò la possibilità e il tempo di vedere realizzate. Queste sensazioni non si possono provare se non quando si è vecchi. Però confesso che provo un po’ di malinconia nell’avvertire che non vedrò i fiori e soprattutto i frutti di certe “sementi” che ora con fatica e sacrifici sto buttando nel solco della vita.

All’ingresso del “don Vecchi” ho affisso alla parete un motto da cui vado ad attingere forza e coraggio quando la malinconia mi assale pensando che non avrò tempo per vedere realizzato il progetto sognato. Il motto, scritto su piccole tessere vitree di mosaico verdi e celesti, recita coraggioso: “In spem contra spem” (nella speranza contro ogni speranza). Talvolta mi sembra di essere nei panni di Mosè, il valoroso condottiero che, tra mille vicissitudini, condusse il suo popolo verso la Terra promessa e che dovette accontentarsi di vederla di lontano, sapendo di non riuscire a mettere piede in quella terra benedetta, nei fiumi della quale scorrevano “latte e miele”!

In questi giorni ho provato più acuto di sempre questo sentimento in due occasioni tanto diverse, ma legate da un seppur breve denominatore comune. Una cara signora mi ha offerto una dozzina di virgulti di palma. Ho fatto fare un’aiola circolare nel prato del parco del “don Vecchi” e piantare queste tenere pianticelle che ora ondeggiano al vento. Guardandole mi viene da sognare un bellissimo palmeto verde, ma so che non avrò certamente tempo di vederlo.

Un secondo evento molto più importante: sto aspettando, quasi con stizza per la lentezza, che la Regione approvi il bilancio, perché solo allora avrò modo di studiare con i dirigenti dell’assessore alle politiche sociali, Sernagiotto, un progetto pilota per accogliere, da “cittadini a tutto titolo”, anziani in perdita di autonomia”. Questo progetto mi affascina perché sono convinto che offrirà dignità ed ulteriore autonomia a persone che vivono l’avanzato tramonto della loro vita. Sono però certo che davanti a me non ci sono anni sufficienti perché questo progetto utile, ma anche ambizioso ed impegnativo, possa realizzarsi; non per questo voglio starmene con le mani in mano, sono invece determinato a lottare fino alla fine perché altri possano raccoglierne i frutti.


Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, un esempio per tutti

mercoledì, 4 maggio 2011

A settembre terminerà il suo compito il Consiglio di amministrazione che in questi ultimi cinque anni ha diretto i centri “don Vecchi”.

Il Consiglio della Fondazione Carpinetum è composto da cinque membri, tre di elezione da parte della parrocchia di Carpenedo e due da parte del Patriarcato. Per un gesto squisito di gentilezza sia la parrocchia che la diocesi hanno permesso che fossi io a designarli. Ho chiesto a persone capaci, oneste e generose di aiutarmi in questa fase d’inizio un po’ incerta e difficile della Fondazione appena costituita. La risposta è giunta pronta e generosa, nonostante ognuna di loro avesse impegni pressanti a livello professionale.

Il Consiglio ha lavorato non bene ma benissimo, mai un diverbio, mai un contrasto; ognuno, seppure di età e di impegno civile diverso, ha dato il meglio di sé con generosità, discrezione e saggezza.

La consapevolezza di adempiere un servizio verso persone anziane, bisognose ed indifese, ha prevalso in qualsiasi problema da affrontare. In cinque anni si è aperto il Centro di Marghera con i suoi 57 alloggi e la sua direzione quanto mai valida ed efficiente, si sono acquisiti diecimila metri quadri di terreno a Campalto e, prima della fine del mandato, saranno inaugurati altri 64 alloggi con una direzione già pronta a prendere le redini.

Nel contempo questo Consiglio s’è adoperato a sviluppare “il grande polo” di solidarietà cresciuto all’ombra della sede del “don Vecchi” di Carpenedo e che attualmente rappresenta il più consistente, il più moderno ed efficiente centro di solidarietà operante a Mestre e nel Patriarcato.

Ancora suddetto Consiglio ha già messo le premesse per una esperienza pilota, assolutamente innovativa nei riguardi degli anziani in perdita di autonomia.

Credo che se al Parlamento e al Governo si lavorasse in maniera così responsabile e disinteressata, le cose nel nostro Paese andrebbero infinitamente meglio. E allora “se non adesso quando?”. Credo che lo slogan delle donne potrebbe essere adoperato meglio, partendo da queste premesse e indirizzato a questi ideali.


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