Don Armando Trevisiol


Il blog di don Armando Trevisiol

Cosa mi insegnò la parabola del Samaritano

31 agosto 2010

Qualche Domenica fa ho tenuto il sermone della parabola del buon samaritano.

Confesso che in quell’occasione avrei preferito il tono del comizio a quello della pia meditazione. Vi sono dei passaggi del Vangelo che non dico che mi entusiasmano, perché questo è troppo poco, ma che mi caricano di un’ebbrezza interiore.

Io ho avuto modo di ascoltare un commento al “Laurentianum” di Mestre, da parte di Padre David Maria Turoldo, nel quale è venuto fuori il meglio dell’attore, del sacerdote e del poeta che questo frate, servo di Maria, assommava nella sua personalità ricca e appassionata, e non dimenticherò mai la lezione di vita e di Vangelo che è emersa dalla sua parola piena di passione religiosa e civile.

Qualche anno dopo, ebbi modo di leggere una delle migliori lettere pastorali del Cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, che aveva come tema “Farsi prossimo” e che ruotava tutta attorno alle tematiche della parabola evangelica. Porto ancora con me alcune verità che sono diventate punto di forza nella filosofia della mia vita. Il “prossimo” non è colui che ti è vicino, ma colui a cui ti accosti con pietà e con partecipazione al suo dramma. E ancora: la religiosità non è quella teorica del dottore della legge, del sacerdote che tira dritto e del levìta, il quale aveva altro a cui pensare che soccorrere il malcapitato.

La salvezza non è per chi appartiene ad un certo schieramento, per chi è iscritto in un certo registro o si definisce con una certa terminologia formale, ma per chi si sporca le mani per soccorrere il prossimo, seppur incontrato per caso.

Ricordo un pezzo un po’ spregiudicato in cui si ipotizzava che in Cielo può accadere che vicino ad una monachella tutta pudore e preghiera, possa sedere il Ché Ghevara con il mitra sulle ginocchia perché anche lui, pur a modo suo, ha tentato di soccorrere il suo prossimo sfruttato!

Altra verità: nessuno può rifarsi solamente all’organizzazione sociale, alle competenze e tentare di scusarsi dicendo “non è compito mio!”, ma ognuno deve compromettersi col prossimo che ha bisogno.

Forse, se non avessi letto con questo cuore la parabola del samaritano, il “Don Vecchi” e tante altre cose sarebbero rimaste nella sfera delle utopie o, peggio ancora, dei futuribili.


L’importanza degli educatori in questo nostro tempo

30 agosto 2010

Quando facevo l’assistente religioso dell’AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici), perché in quei tempi lontani insegnavo alle magistrali, ricordo che un docente di una delle moltissime lezioni che l’associazione organizzava per aggiornare i maestri, affermava che educare significa far emergere dalla personalità dei ragazzi quelle qualità positive che essi possedevano. L’ educatore doveva far prendere coscienza di queste sementi, curare la crescita dei germogli e fare da tutore perché essi crescessero dritti e robusti. In fondo c’è la legge di natura che regola questo meccanismo di crescita, essa vale per gli uomini, per gli animali e perfino per le piante. Se l’educatore non segue questa crescita in maniera decisa, con gli innesti opportuni e i necessari interventi, avremo delle creature selvagge, disordinate, improduttive e brutte da vedersi.

Da un paio di anni io sto addestrando un filare di oleandri a crescere ad alberello, perché solo così ci permettono di vedere lo splendido tappeto verde del prato che sta aldilà del filare delle piante di oleandro, e sono certo che riuscirò in questo intento!

Credo che in ogni settore della vita, dalla scuola alla società, dalla famiglia alla politica, servano educatori esperti, autorevoli e decisi, che inizino con un addestramento, proseguendo con un’opera di educazione e quindi di formazione, crescendo uomini veri e non selvaggi disordinati, irrequieti ed incapaci di vivere in una società ordinata e civile.

In questo momento storico credo che a livello familiare, scolastico, civile e politico, i preposti all’educazione siano incerti, poco decisi e senza idee chiare, cosicché nella scuola alligna il bullismo, nella fabbrica l’assenteismo e il disinteresse, nella società i no-globals e i centri sociali, in Parlamento le chiacchiere e nella famiglia il capriccio.

Quindi il problema è quello delle guide, che devono avere idee chiare e polso fermo, perché solo così è possibile creare una società migliore; chi rema sempre contro e chi non mantiene fermo il timone tradisce l’uomo e la società.


Pomigliano

29 agosto 2010

Le vicissitudini degli operai e dei sindacalisti della fabbrica della Fiat di Pomigliano m’hanno coinvolto; vi ho partecipato, pur da lontano, appassionatamente, e mi sento tuttora coinvolto. Per chi parteggio?

Non so a chi possano interessare le mie scelte, però credo che sia doveroso avere delle opinioni e prendere posizione, almeno interiormente. Non mi sentirei uomo, cittadino, cristiano, se non mi lasciassi coinvolgere da questo conflitto e se idealmente non dessi il mio contributo, seppur sofferto ed aperto, ad ogni ulteriore elemento che possa modificare il quadro in cui sta avvenendo lo scontro.

Se la Fiat, nella persona di Marchionne, coltivasse il tentativo di schiavizzare gli operai, di sfruttarli in maniera disumana, di imporre criteri nuovi di sudditanza per guadagnare di più, per comandare più agevolmente, per fiaccare la resistenza dei dipendenti e violare la loro dignità, sarei con la FIOM senza alcuna perplessità; mi sentirei in peccato mortale e lontano dal mio Signore se assecondassi chi volesse mortificare ed opprimere tanti figli di Dio. D’altronde, se mi accorgessi che la FIOM sostiene la sua tesi per preconcetti di partito, per agevolare l’opposizione di sinistra, per mantenere la sua inveterata cinghia di trasmissione con una certa dottrina sociale, sonoramente battuta dalla storia, se comprendessi che la FIOM non tien conto della situazione globale dell’economia. se essa assecondasse la naturale tendenza del sud ad impegnarsi poco nel lavoro, a sfruttare lo Stato; se praticasse la teoria tante volte seguita del “tanto peggio tanto meglio”, se capissi che il sindacato di sinistra è connivente con la mafia che a Pomigliano ha interessi e sudditi a non finire, se fossi certo che questo sindacato bara, come ha detto Bonanni alla televisione, credo che pure dovrei confessarmi per peccato grave di connivenza, e dovrei accettare a capo chino una grossa penitenza dal confessore.

Per ora c’è dentro la mia coscienza un dibattito forte ed una battaglia senza esclusione di colpi; devo però confessare che, mentre la prosopopea e la prepotenza del segretario della FIOM mi ha fortemente irritato, il ragionare pacato e perlomeno apparentemente saggio di Banoni, segretario della CISL, ha accattivato le mie simpatie.

Qualcuno dirà «ma dove va a impegolarsi questo vecchio prete?» Gli rispondo: «Voglio essere un cittadino di questo mondo ed un cristiano che partecipa ai drammi dei propri fratelli!»


“Si può lodare Dio egualmente costruendo cattedrali che pelando patate!”

28 agosto 2010

Spesso mi verrebbe la tentazione di pensare e parlare sempre di argomenti di carattere religioso. Credo che per un prete che deve occuparsi di questo settore particolare della vita, questo sia giusto e doveroso.

Il guaio però sta in un equivoco di fondo che è persino troppo radicato, non solamente nel mondo ecclesiastico, ma anche tra la gente comune.

Per troppi, a mio modesto parere, l’etichetta religiosa riguarda non la vita, ma alcuni aspetti che spesso sono marginali, in un certo senso, della vita. Ad esempio, che il prete si occupi della preghiera, è sensato, ma per certuni la preghiera corrisponde ad una definizione troppo generica e molto equivoca. I testi di mistica affermano che la preghiera consiste in una “elevatio mentis ad Deum”, ossia in una elevazione della mente a Dio, quindi in una certa riflessione interiore nei riguardi di Dio.

Mi domando però che cosa significhi questo per l’uomo contemporaneo; per qualcuno consisterà in un gruppo che recita rosari su rosari, per qualche altro in un coro di frati o monache che indossando certe tonache bianche salmodiano a certe ore del giorno e della notte. Non dico che tutto questo sia in disaccordo con la vita, però credo che la modificherà molto marginalmente.

Io sono profondamente convinto invece che, partendo da valori di fondo, come la considerazione che l’uomo è persona, che è figlio di Dio e fratello di ogni essere umano e che Dio è la fonte della verità, della sapienza, della bellezza, della giustizia e di ogni altra virtù, la preghiera è il tentativo onesto di tradurre in comportamenti, in scelte, in pensieri e nella vita quotidiana anche gli aspetti – dai più sublimi ai più banali – questa realtà di fondo. Quindi il vero orante non è il frate del convento, o il membro del gruppo di preghiera in quanto tale, ma il professionista che si aggiorna e richiede solamente il giusto compenso, il politico che non bara, non fa discorsi solamente per accaparrare la gente e raccogliere voti, l’operaio che fa il proprio dovere senza rinunciare a pensare con la propria testa, il cittadino che collabora alle sorti della sua città, il prete che testimonia con la vita il messaggio di Gesù, l’insegnante preparato che sa educare.

Ricordo, a questo proposito, un’affermazione di un giovane scout francese; “Si può lodare Dio egualmente costruendo cattedrali che pelando patate!”


Ho sempre avuto fiducia nella vita, anche durante la battaglia contro la malattia!

27 agosto 2010

I miei concittadini hanno appreso la mia avventura chirurgica da “L’incontro”, forse lasciandosi impressionare dalla cronaca un po’ fiorita del mio diario. Tanto che ho l’impressione che siano tutti un po’ sorpresi di vedermi sano e pimpante nonostante i miei ottant’anni passati e le mie disavventure renali.

Talvolta penso che “L’incontro” faccia la funzione di seminare certe notizie che poi, come le piume sparse dal vento, vanno a finire in ogni dove e perciò tanti cittadini, più di quanti io pensi, finiscano per conoscere certe vicissitudini della vita, oppure che passino delle immagini settimanali che rimangono impresse nella fantasia senza poterne conoscere il seguito.

Io ritengo che tutto questo sia positivo, perché da un lato crea una familiarità, per cui ci sentiamo tutti coinvolti da un comune destino e dall’altro lato sdrammatizza certi eventi, che sono certamente gravi, ma che si possono anche vincere. Non mi spiace di poter dare questa testimonianza in diretta, spero che tutto questo possa aiutare taluno a superare angosce forse esagerate e al tempo stesso aiuti a capire che certi incidenti, anche di una certa gravità, fan parte dell’avventura della vita. Non si deve pensare che la nostra esistenza debba procedere tutta piatta, informe e tranquilla. Una battaglia vinta procura molta soddisfazione, aiuta i medici a cimentarsi con fiducia contro il male, constatando che esso, pur chiamandosi col nome tetro di cancro, si può vincere e non una volta soltanto!

Molti non immaginano neanche quanta ricchezza interiore procurino certe prove superate, io penso che non sarei neanche quel poco che sono, se non fossi passato attraverso certe disavventure fisiche. Poi non vi dico il piacere che provo quando mi capita di incontrare persone, di cui non ricordo il nome e che forse neanche conosco, che si sorprendono felicemente vedendomi perfino troppo florido, dopo essere stato sottoposto ai ferri della sala operatoria.

Spero che la mia testimonianza di fiducia nella vita, nel prossimo, negli operatori sanitari, possa aiutare chi ha timori del genere e che la mia scelta di vivere tutta la vita in tutti i suoi aspetti come un’avventura, tutto sommato positiva, possa essere di una qualche utilità anche per i miei concittadini.


La “ricetta” per una chiesa gremita!

26 agosto 2010

Il mio coro domenica mattina ha ricevuto a fine messa un caldo e prolungato applauso dall’assemblea che gremiva la chiesa, occupando tutte le 220 sedie, stando in piedi lungo le pareti e gremendo pure il sagrato.

Sono troppo vecchio per chiedere alla Veritas e al Comune di ampliare la chiesa del cimitero, mi accontento anche così e spero che i fedeli della mia splendida comunità facciano lo stesso.

Essendo stonato, ma tanto stonato, ho chiesto alla “Corale Santa Cecilia” del “Don Vecchi” il dono di animare alla domenica l’Eucaristia che celebro in cimitero alle dieci. Ho avuto immediatamente la disponibilità della signora Giovanna che è il Toscanini del mio gruppo corale. Abbiamo superato qualche difficoltà per il trasporto – perché il cimitero, come tante altre parti della città, non è servito dagli autobus dell’ACTV – mediante la disponibilità di due miei coinquilini, Primo e Rino i quali, facendo la spola “Don Vecchi-cimitero” trasportano soprani, contralti, organista e maestro del coro, tutta gioventù che ruota attorno agli ottant’anni.

Fortuna mia e loro, essendo i canti facili e “cantabili”, tutta l’assemblea, se non altro per un motivo di tenerezza verso tanta veneranda età, si lascia coinvolgere e canta; qualche anziano si è unito da volontario e la signora Buggio fa da soprano solista, pur potendo essere considerata una nipotina con i suoi quarant’anni. Nino, il violinista novantenne, ogni domenica giunge in bicicletta col violino a tracolla, accompagna il coro, assieme all’armonium suonato dalla signora Dolens, e in altri momenti si esibisce con i virtuosismi che, in tempi andati, strappava gli applausi dei “foresti” e dei veneziani, quando suonava al “Lavena” o al “Quadri” in Piazza San Marco; adesso fa ancora venire i brividi e fa sognare la beatitudine del Paradiso.

Domenica scorsa la chiesa era gremita, com’era gremito il porticato antistante la porta principale. Dicono che le chiese sono deserte e che poca gente va a messa la domenica, ma se penso alla mia chiesa mi vien da concludere che bisognerebbe che le prediche fossero più corte e più sostanziose, la liturgia più curata e l’animazione più accattivante e più consona all’incontro col buon Dio che ci viene a visitare.

Mi son permesso di scrivere tutto questo perché non voglio essere il solo a beneficiare di questa “ricetta”, almeno “provare per credere!”


La dolce e fiduciosa cornice del primo mattino

25 agosto 2010

Il primo pensiero, dopo il tormentato sonno notturno, mentre la sveglia non ha ancora smesso di suonare le cinque e trenta, è sempre lo stesso: “Signore aiutami”. Ogni giorno è per me un’avventura, ma anche nello stesso tempo una “battaglia”. Ora più che mai sono consapevole della mia fragilità.

Gli psicologi pare abbiano scoperto che la terza età è un tempo di portento e di meraviglia, io però rimango del parere dei nostri antichi romani, i quali avevano sentenziato “Senectus, ipsa morbus”, la vecchiaia è di per se stessa una malattia invalidante!

Segue alla preghiera del risveglio la pulizia personale e quindi la recita del breviario, per giungere alle 7, quando suor Teresa mi porta “Il Gazzettino” e mi scalda il caffelatte.

Recito il breviario nella stanzetta d’ingresso che mi fa da cucina e nello stesso tempo da salotto. Ora che è bella stagione tengo aperta la porta che si apre sulla piccola veranda, che ha il bordo del muretto tutto pieno di petunie multicolori ed una spalliera di gelsomino.

Talora, per preparare lo spirito alla lode del Signore, esco sulla veranda ad ammirare il cielo, a sentire la voce del silenzio, a vedere i merli in redingote nera e i gabbiani in bianco che passeggiano disinvolti e felici nel grande prato di levante. D’istinto mi vengono in mente le parole di Gesù: “Guardate gli uccelli dell’aria e i fiori del campo!” I primi vivono felici, pur non preoccupandosi troppo di che mangiare, i secondi vestono da re, senza andare in boutique!

Rientro quindi in casa per la preghiera del mattino, di mezzogiorno e della sera, al Signore dico tutto d’un fiato la mia riconoscenza, la mia fiducia e il mio abbandono in Lui. Mentre prego, il ciclamino profuma ed accompagna in cielo il tutto, anche quando leggo vecchie storie di guerra e di sangue, intrighi, soprusi e malefatte di tempi lontani; anche quando ripeto le parole di un piccolo popolo che si credeva al centro del mondo e che spesso tentava di ricattare anche il Signore.

Alle sette e venti esco per andare nella mia cattedrale tra i cipressi, ove la cornice è più seria, ma non meno dolce e fiduciosa.


Corsi e ricorsi

24 agosto 2010

Ho notato, con felice sorpresa, che quando l’Annunziata, la giornalista di Rai3, intervista una persona di grosso spessore umano, prende un atteggiamento cortese e rispettoso. Mi pare che questa donna tenga conto del detto popolare “Scherza con i fanti e lascia stare i santi”.

L’ultimo dibattito a cui ho assistito, è stata l’intervista fatta a Bonanni, il segretario della CISL, sull’accordo per la fabbrica della Fiat a Pomigliano. L’Annunziata in questa occasione è stata, come sempre, arguta, stuzzicante, sorniona, puntuale ed intelligente, ma estremamente rispettosa; m’è sembrato che nutrisse un naturale rispetto per il sindacalista pacato, saggio, libero e corretto. In questa occasione, come in altre simili, m’è parsa perfino più donna e più bella!

Bonanni, pur evitando ogni polemica e tenendo aperta la porta alla CGIL, m’è parso un uomo saggio, deciso, libero e coraggioso, offrendo criteri realistici per una lettura della situazione del nostro Paese e quella del mondo e, da persona di buon senso e con i piedi per terra, ha difeso l’accordo raggiunto, pur temendo che esso non sia portato in porto a causa della faziosità del sindacato della sinistra.

Son passati tanti anni da quando la CISL ha dovuto rompere con la CGIL perché asservita al partito comunista e cinghia di trasmissione tra il mondo del lavoro e il partito, però pare che la Fiom, ancora una volta, voglia dare una mano al partito di Bersani che si muove con affanno e specializzandosi nel dire sempre di no, opponendosi disperatamente ad ogni collaborazione con il Governo.

Oggi, come allora, qualche “comunistello da sagrestia” tenta di puntellare la barca arrogante e presuntuosa, nonostante le dure batoste e il bisogno di sentirsi chiamare “compagno”! Tutto questo, mentre perfino Putin va in chiesa ed abbraccia il Patriarca di Mosca.


Un “fioretto” fortunato

23 agosto 2010

Recentemente ho avuto, a Villa Querini, un colloquio quanto mai importante per la vita del “Don Vecchi”, con il dirigente che è il responsabile dell’amministrazione comunale per quanto concerne l’assistenza agli anziani.

Non eravamo soli, perché ognuna delle due parti era accompagnata da una piccola delegazione di tecnici: iI funzionario del comune dalla dottoressa Corsi, che credo sia il tecnico più preparato e soprattutto più appassionato di questo problema; da parte mia avevo il ragionier Candiani, che da una quindicina di anni vive le problematiche del Centro, e dalla signora Cervellin, che fino a poco tempo fa ha guidato tutto il personale infermieristico dell’Ospedale dell’Angelo, donna di una logica stringente, accompagnata da una calda familiarità.

Il motivo del contendere: il mantenimento, quanto più a lungo possibile nella residenza protetta, degli anziani in perdita di autonomia. Io a sostenere che senza personale adeguato la cosa era impossibile, il rappresentante del Comune preoccupato della situazione finanziaria del Comune, non certamente rosea, pur sapendo che per ogni anziano al “Don Vecchi”, il Comune eroga un euro e venticinque centesimi al giorno, mentre in casa di riposo la spesa è di 50 euro più 50 della Regione.

Io ho premesso che andavo all’appuntamento nel convincimento e con la volontà di cercare assieme una soluzione possibile. Il “duello” è avvenuto armati ambedue di “fioretto”, ma muniti di corpetto e di visiera, perché in ambedue c’era l’intenzione di non “ferire” l’altro.

Ci fu un “assalto”, però sempre corretto, ma deciso. Credo che se dovessi dare un punteggio, dovrei dire che l’incontro si è risolto alla pari; ognuno, credo che sia rimasto soddisfatto di come ha portato avanti le sue tesi e di certo nessuno ha arretrato di un millimetro. Ambedue abbiamo portato avanti le nostre tesi, convinti di dover raggiungere il meglio e il possibile. Alla fine entrambi abbiamo delegato i tecnici a tradurre in numeri e in cifre l’operazione comune.

Al momento in cui annoto nel diario quest’incontro, non sono in grado di misurare gli obiettivi raggiunti o meno; di certo il discorso sulle dimore protette per anziani ha fatto un passo avanti ed io e il dottor Gislon ci siamo conosciuti meglio come persone che non mollano facilmente, ma che dialogano, magari in maniera dura, ma onesta.


Una croce sempre più difficile da portare

22 agosto 2010

Confesso che sento sempre di più il peso del comando. Io, pur avendo ben chiari gli obiettivi e pur perseguendoli con tenacia, con determinazione e sempre disposto a pagarne il prezzo, non ho il coraggio e forse la forza per tenere in riga i vari “colonnelli”.

Spesso, anche con le più buone intenzioni, avendo essi una visione parziale dell’”azienda”, finiscono per combinarmi dei guai e mettermi nei pasticci. Purtroppo lo spirito gerarchico nel mondo dei volontari, non dico che sia tenue, ma spesso è inesistente. Ognuno pensa al suo orticello, ognuno persegue l’interesse del suo comparto e, non avendo una visione globale del problema, crea disagio, contrapposizioni che molto di frequente nuocciono alla causa ultima.

Papa Giovanni XXIII era un uomo mite e aveva come obiettivo questa virtù; quante volte non citava la frase di Gesù “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Però, contemporaneamente, lo stesso “Papa buono” citava la frase strategica della sua guida pastorale: “Miles pro duce et dux pro victoria”, iI soldato deve stare agli ordini del comandante e questi deve essere totalmente impegnato e deve impegnare i suoi subordinati e perseguire il successo, l’obiettivo fissato.

Recentemente Obama ha licenziato il comandante in capo del suo esercito in Afghanistan perché egli non condivideva la strategia della Casa Bianca. Ma Obama ne avrà avuti altri trenta generali che sognavano di diventare comandante in capo, mentre io non ho quasi nessuno disposto ad addossarsi una nuova croce; devo far quadrare il bilancio con la gente che ho! Il cardinale Urbani era solito dire in proposito che anche quando aveva una bella candela, non aveva il bossolo adatto. Io mi reputo già fortunato, nonostante tutto, d’avere un volontariato consistente, pur dovendo ammettere che provo la fatica di Sisifo nel farlo andare d’accordo, nel non permettere che non si travalichino confini delle proprie competenze, che non si ricatti minacciando di andarsene.

Come capisco quel Papa che avendo avuto la maggioranza dei voti dei cardinali elettori, alla richiesta se accettava la nomina, rispose : «Accetto di portare la croce». Finora ci sono riuscito anch’io, ma non so fin quando ci riuscirò.


Torna a inizio pagina

Il blog di don Armando Trevisiol utilizza WordPress
Articoli (RSS) e Commenti (RSS).

Creative Commons License

Gli articoli di questo blog sono rilasciati sotto licenza
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia.
Possono quindi essere copiati a fini non commerciali
e a patto di non modificarli e di citare sempre l'autore.