Don Armando Trevisiol


Il blog di don Armando Trevisiol

Il sogno nel cassetto

25 aprile 2017

Un mio giovane ex parrocchiano mi ha raggiunto qualche giorno fa facendomi una strana e sorprendente richiesta. Mentre mi porgeva un’agenda mi disse: “Don Armando, il giorno dell’inaugurazione del Centro don Vecchi sei, nel suo intervento, ha affermato che bisogna impegnarsi a fondo affinché i sogni diventino realtà. Le chiedo di mettermi per iscritto la strategia che lei ha usato per realizzarli”.

Evidentemente, non provai solamente sorpresa, ma pure molto imbarazzo. Io, nella mia vita, mi sono sempre mosso per istinto, non avendo di certo “formule segrete” per far mettere radici ai miei sogni, pur accorgendomi oggi che, per grazia di Dio, sono parecchi quelli che durante la mia vita si sono concretizzati. Non ne faccio una elencazione completa per non essere accusato ancora una volta di autoreferenzialità.

Però, posso accennare alla realizzazione di Cà Letizia, alla “seminagione” cittadina degli scout, della San Vincenzo e dei maestri cattolici quando ero a Mestre e poi a Carpenedo: della costruzione del patronato, del “Germoglio” per i bambini, della Malga dei Faggi, di Villa Flangini, del restauro del Piavento, e prima degli appartamenti per gli anziani e poi dei sei Centri don Vecchi e del Polo solidale per quanto riguarda le strutture, mentre per quello che concerne i mezzi pastorali di comunicazione sociale: Radiocarpini, il mensile “Carpinetum”, “Il prossimo”, “L’anziano”, e i settimanali “Lettera aperta” e “L’Incontro”.

Ben s’intende: sono progetti realizzati assieme ad una schiera sconfinata di collaboratori diretti e dell’intera comunità.

La richiesta del mio giovane amico mi ha costretto però a riflettere e a ripensare se, coscientemente o meno, mi sono riferito a delle regole, giungendo a queste conclusioni che riferisco.

Nonostante la mia veneranda età, sento il bisogno di riscoprirle in quanto nel mio animo un nuovo progetto sta scalciando, come un bimbo prossimo a vedere la luce del sole. Tento quindi di riordinarle in maniera meno istintiva di quanto sia avvenuto per il passato. Sperando tanto che le regole alle quali mi sono sempre riferito funzionino ancora per il progetto che vorrei proporre ai miei successori. L’elenco di questi criteri sarà certamente poco organico, però credo che debbo proprio a queste scelte una mia qualche riuscita.

  1. Ho sempre tentato di rifarmi al pensiero di Gesù per tutto quello che concerne l’aiuto al prossimo, insegnamento quanto mai preciso e perentorio: “Ama il prossimo tuo come te stesso”!
  2. Ho sempre tentato di dare risposte possibilmente concrete alle vecchie, ma soprattutto alle nuove povertà.
  3. Non ho mai avuto paura di sporcarmi le mani con il denaro, che ho ritenuto uno strumento indispensabile per aiutare chi ha bisogno.
  4. Ho accettato in partenza i limiti di ognuna di queste imprese.
  5. Le critiche, le insinuazioni di qualcuno mi hanno fatto soffrire, ma non ho mai voluto che mi fermassero.
  6. Ho sempre giocato a carte scoperte non ricorrendo mai a sotterfugi o compromessi di alcun genere.
  7. Ho sempre ritenuto che il governo, sia religioso che civile, siano a servizio della gente e di chi se ne occupa e non mi sono mai presentato “col cappello in mano”, ma ho chiesto il dovuto.
  8. Ho cercato di essere il più trasparente possibile e di avere una vita coerente con le proposte che andavo facendo agli altri.
  9. Ho sempre trovato il coraggio di chiedere aiuti a chi possedeva, seguendo la dottrina di monsignor Valentino Vecchi il quale diceva che era lui ad aiutare quelle persone, perché metteva loro la coscienza a posto e le aiutava a guadagnare la salvezza.
  10. Aggiungo, non per concludere il decalogo, ma perché è sempre stato un punto di forza: ho creduto che se le mie imprese fossero state in linea con la volontà del Signore, Egli non avrebbe permesso che io fallissi.

Confesso agli amici che ho rispolverato e riordinato queste convinzioni non tanto per rispondere al mio giovane amico, che non so cosa abbia in mente di fare e che sogni stia coltivando, ma perché io pure ho un altro sogno che mi piacerebbe piantare in un gran prato verde per vederlo fiorito nella primavera del 2018.

Comincio quindi, con questo articolo, a rendere partecipi i miei amici e tutta la comunità di questa idea che da qualche mese mi frulla in testa. Il Cardinal Angelo Roncalli ci insegnò che quando abbiamo qualcosa di positivo da proporre è opportuno parlarne sempre a tutti. Questo suggerimento non me lo sono mai dimenticato anche se non l’ho finora inserito nel “decalogo”. Sono convinto però che esso sia uno dei punti più importanti e quindi comincio subito col metterlo in pratica a favore del mio ultimo sogno!

Essendo sfumata l’idea della Cittadella della solidarietà, ho virato verso il progetto di dar vita a Mestre a un primo Ipermercato solidale con un grande parcheggio, tutto ciò in linea con le attuali imprese commerciali che di queste cose sono ben esperte. In questa grande struttura che si rifarebbe agli ipermercati ci dovrà esser spazio per generi alimentari anche in scadenza, gli indumenti vecchi e nuovi, i mobili antichi e moderni, sussidi per i disabili e quant’altro. Spero che il mio decalogo funzioni come ha funzionato nei miei ultimi sessant’anni di vita! Confido quindi agli amici che, dopo aver consultato e pregato il “mio Principale e Datore di lavoro”, comincerò col presentare il mio sogno al nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum appena insediato. Prometto quindi, fin d’ora, ai miei concittadini che li informerò puntualmente se il segreto funzionerà ancora.


La vita non ti strapperà mai tutte le corde

8 aprile 2017

C’era una volta un grande violinista di nome Paganini. Alcuni dicevano che era strano. Altri che era angelico. Traeva dal suo violino note magiche. Una sera, il teatro dove doveva esibirsi era affollatissimo. Paganini fu accolto da un’ovazione. Il maestro impugnò il violino e cominciò a suonare nel silenzio assoluto. Brevi e semibrevi, crome e semicrome, ottave e trilli sembravano avere ali e volare al tocco delle sue mani.

Improvvisamente, un suono diverso sospese l’estasi della platea. Una delle corde del violino di Paganini si ruppe. Il direttore si fermò. L’orchestra che accompagnava il violinista tacque. Il pubblico ammutolì. Ma Paganini non smise di suonare. Guardando la partitura, continuò a intessere melodie deliziose con il suo violino. Ma dopo qualche istante un’altra corda del violino si spezzò. Il direttore dell’orchestra si fermò. L’orchestra tacque nuovamente. Paganini non si fermò. Come se niente fosse, ignorò le difficoltà e continuò la sua deliziosa melodia. Il pubblico non si accorse di niente. Finché non saltò, con un irritante stridio, un’altra corda del violino. Tutti, attoniti, esclamarono: «Oh!». L’orchestra si bloccò. Il pubblico rimase con il fiato sospeso, ma Paganini continuò. L’archetto correva agile traendo suoni celestiali dall’unica corda che restava del violino. Neppure una nota della melodia fu dimenticata. L’orchestra si riprese e il pubblico divenne euforico per l’ammirazione. Paganini aggiunse altra gloria a quella che già lo circondava. Divenne il simbolo dell’uomo che sfida l’impossibile.

Libera il Paganini che c’è dentro di te. lo non so quali problemi ti affliggano. Può essere un problema personale, coniugale, familiare, non so che cosa stia demolendo la tua stima o il tuo lavoro. Una una cosa so: di sicuro non tutto è perduto. Esiste ancora, almeno, una corda e puoi continuare a suonare. Impara a scoprire che la vita ti lascerà sempre un’ultima corda. Quando sei sconfortato, non ti ritirare. È rimasta la corda della perseveranza intelligente, del «tentare ancora una volta». La vita non ti strapperà mai tutte le corde. È sempre la corda dimenticata quella che ti darà il miglior risultato: la tua fede, la tua forza interiore, la tua speranza, coloro che ti amano.


Angeli dalle trombe d’argento

3 aprile 2017

Più di una volta ho citato un passaggio di una preghiera di don Zeno Saltini, il prete romagnolo che fondò Nomadelfia, la città dei fratelli. Questo prete ha realizzato, vicino a Grosseto, una comunità che ha come costituzione e codice civile solo il Vangelo. Gli abitanti di questo borgo di 300 anime hanno scelto di avere come regola per tutti gli aspetti della vita ciò che Gesù ha detto nel Vangelo.

Faccio questa premessa per inquadrare la preghiera di questo sacerdote che mi sta ispirando una scelta di vita e un nuovo metodo pastorale. La preghiera di don Saltini recita pressappoco così: “Angeli dalle trombe d’argento suonate l’accolta degli uomini di buona volontà, voci che conoscete i loro nomi, ove abitano e il loro numero di telefono, invitateli a mettersi assieme perché promuovano un mondo nuovo fondato sulla solidarietà e sull’amore”.

Mosso da queste parole, ho deciso che quando il mio o qualsiasi angelo custode mi fa incontrare uno di questi “uomini di buona volontà”, di arruolarli per aiutare la nostra città ad essere più solidale, a diventare, nonostante tutte le difficoltà e le resistenze, una città composta da fratelli che si vogliono bene e si aiutano. Il mio archivio che contiene i nomi degli uomini di buona volontà sta crescendo fortunatamente di giorno in giorno. Finora ho registrato ogni settimana i loro nomi e le loro opere buone nelle pagine di questo periodico. Però penso che sia bene che d’ora in poi informi i miei cittadini di certi gesti particolari che documentino l’inventiva e le gesta belle di questa gente che gli “angeli di buona volontà” me li fanno incontrare e che io inserisco nella mia sognata Nomadelfia, la città ideale della solidarietà e dello spirito evangelico.

Alla vigilia della Quaresima, è giunta al Centro don Vecchi una telefonata in cui si chiedeva che suor Teresa si recasse al supermercato In’s che si trova giusto a due passi da noi in viale Don Sturzo. Giunta suor Teresa al supermercato, le fu consegnato da un signore un carrello stracolmo di ogni ben di Dio e fu invitata a ritornare perché gliene sarebbe stato preparato un secondo. Ritornata la nostra suora in quel negozio, trovò un secondo carrello altrettanto pieno di ogni ben di Dio, con sopra un foglio bianco con scritto: “alla prossima volta!”

Chiesi alla mia collaboratrice il nome del benefattore, ma non trovò verso per farselo dire. Nel mio registro scriverò al numero 13.200: “xy”, però ritengo doveroso che tutti sappiano che a Mestre non ci sono solamente lestofanti, fannulloni e imbroglioni, ma pure uomini di buona volontà come questo del supermercato In’s. Questa sera nella mia preghiera ripeterò “agli angeli dalle trombe d’argento” che continuino a suonare con tutte le loro forze, perché finalmente gli uomini di buona volontà si mettano assieme a dare vita a un mondo migliore e più fraterno.


Dipendenti pubblici spesso arroganti ed inefficienti

26 marzo 2017

Io sono assolutamente analfabeta per quanto riguarda l’informatica; il massimo che ho raggiunto è quello di rispondere quando suona il mio telefonino. Pure nel chiamare, pur avendo davanti agli occhi i numeri grandi, mi sbaglio di frequente. Sono arrivato alla conclusione che questi sono gli inghippi causati abbastanza di frequente dalla vecchiaia.

Fatta questa premessa, vengo a una recente esperienza, che credo non riguardi solo me. Quando mi si chiede qualche articolo scrivo a mano però non so inserirlo in computer. Uno scout incontrato negli anni verdi del mio sacerdozio, sentito questo, s’è gentilmente offerto d’aiutarmi digitando questi testi in computer. Avendo egli poi una moglie maestra, mi fa pure lei il favore di metterci qualche punto, qualche virgola e di aggiustare certi periodi malconci e prolissi.

Questi cari amici abitano però in centro città e non volendo disturbarli ulteriormente facendoli ritirare i testi, ho trovato la soluzione di spedirli per posta. In linea d’aria tra il don Vecchi, ove abito, e via Tergolina, ove abitano loro, penso che non ci siano più di due chilometri di distanza, quindi ho pensato che le mie lettere sarebbero giunte in due tre giorni, poi loro che sono giovani ed esperti mi avrebbero potuto rimandare i testi via posta elettronica e quindi in tre quattro giorni avrei potuto mandare i miei articoli in redazione.

Le cose però non sono andate così. Sono occorse più settimane perché le mie lettere giungessero a destinazione. M’è parso quindi giusto scrivere alla direzione delle poste di via Torino, pregando di fare un’inchiesta per scoprire il perché di questi ritardi eterni e chiedendo comunque di essere aggiornato sull’andamento della verifica, ma non m’è giunta risposta alcuna. Ho sempre pensato che un datore di lavoro, che paga regolarmente e perfino in anticipo un servizio, abbia almeno il diritto di pretendere una spiegazione e delle scuse. La risposta m’è arrivata dopo un paio di settimane, informandomi che non è possibile controllare i percorsi e i tempi del recapito.

Scrivo queste cose, pur convinto che siano risapute da tutti, perché credo che noi cittadini non dobbiamo presentarci col cappello in mano nei riguardi di “questi nostri dipendenti”, ma dobbiamo pretendere da loro cortesia ed efficienza. Credo pure che se fossimo in molti a protestare le cose andrebbero diversamente. E’ giusto votare, ma è troppo poco; bisogna partecipare attivamente alla vita del Paese: protestare, intervenire, sollecitare affinché la burocrazia dello Stato, del parastato e del Comune compia il proprio dovere e sia più rispettosa e cortese verso i suoi cittadini.


Libero e fedele

23 marzo 2017

La Chiesa, corpo mistico di Cristo, non è formata solamente dal capo ma anche da tutte le altre sue membra.

Più volte ho affermato che nei riguardi dei radicali ho sempre avuto un rapporto di “amore e odio”. “Odio” per le loro campagne a favore del divorzio, dell’eutanasia, dell’anticlericalismo radicale ed altro ancora; “amore” invece per le loro campagne a favore del terzo mondo, per la “giustizia giusta”, per l’umanizzazione delle carceri, per la “laicità” dello Stato e altro ancora!

Col passare del tempo però mi pare che stia crescendo “l’amore” e diminuendo “l’odio”; un po’ per la scomparsa di Marco Pannella e per la malattia di Emma Bonino che hanno fiaccato la capacità di denuncia da parte di questo partitino lillipuziano ed un po’ perché vado scoprendo che anche nelle loro denunce più “radicali” c’era sempre qualcosa di sano e questo mi sta sempre più convincendo che vale ancora il detto popolare che non è giusto “buttar via il bambino con l’acqua sporca”.

Faccio questa premessa per dire che un tempo mi infastidiva e da cattolico mi irritava che i radicali l’undici settembre di ogni anno, giorno della breccia di Porta Pia, andassero “in processione” a portare una corona al monumento di Giordano Bruno. Oggi forse ci andrei anch’io pensando al bene che ha fatto alla Chiesa chi si è opposto “al Papa re” dello Stato pontificio. Specie ora, che a Papa Francesco gli sono di troppo perfino i sacri palazzi tanto che è andato a vivere a Santa Marta. Tutto questo gode perfino della “benedizione papale”! Questa testimonianza mi spingerebbe a far fare una lapide in ricordo dei bersaglieri e del generale Cadorna che ha ordinato l’assalto di Porta Pia.

Qualche giorno fa ho visto su Rai Storia un servizio che trattava questo evento e Papa Pio IX ne è uscito, almeno per me, alquanto malconcio. Questo discorso mi fa concludere che anche oggi noi preti, ma pure i fedeli laici, ci rendiamo colpevoli di queste gravi ferite alla Chiesa perché priviamo le gerarchie ecclesiastiche di un rapporto filiale, ma franco, leale, onesto, dialettico, preferendo spesso ad esso un ossequio formale, codino e servile.

Sono sempre più convinto che il rapporto, la collaborazione e l’obbedienza ai “superiori” debbano avere sempre la componente della franchezza e del dissenso che nasce però da un vero amore. Io sono tanto grato a don Primo Mazzolari, che per queste scelte subì mortificazione e condanna, per avermi donato la massima a cui si rifece sempre: “libero e fedele”.

Non sono in grado di dire se i miei vescovi abbiano apprezzato questo mio comportamento, però sono contento di non averli mai traditi e mai privati del mio apporto di pensiero, sempre nato, di volta in volta, dalla mia coscienza di uomo e di figlio di Dio.


Centro don Vecchi di Marghera

20 marzo 2017

A fine febbraio ho terminato la visita e la benedizione ai residenti del Centro don Vecchi di Marghera in via Carrara.

Ho sempre ritenuto che chi è incaricato della cura pastorale debba visitare il più frequentemente possibile i residenti dei 400 alloggi gestiti dalla fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, ma non debba lasciar passare al massimo un anno senza fare una visita ad ognuno dei nuclei familiari che risiedono nei sei centri. Ritengo opportuno riferire in relazione a quest’ultima visita fatta al centro di Marghera, portando a conoscenza della città qualche impressione ricevuta in questa esperienza.

Il Centro don Vecchi di Marghera si trova accanto alla chiesa parrocchiale della comunità cristiana dei Santi Francesco e Chiara. E’ stato costruito sul terreno di quest’ultima mediante un accordo tra le parrocchie di Carpenedo e quella di Marghera. La parrocchia di Carpenedo ha offerto 750 milioni di lire perché fosse terminata la costruzione della chiesa parrocchiale, mentre la parrocchia di Marghera in cambio ha messo a disposizione 4000 metri quadrati di terreno, superficie sulla quale s’è costruito il centro su progetto dell’architetto Giovanni Zanetti.

Era da qualche tempo che non entravo in quella struttura, ma l’impatto è stato come sempre quanto mai gradevole da ogni punto di vista. Il fabbricato sorge al centro di un grande prato verde, che a sua volta è delimitato da un “muro” in arbusti squadrati come la lama di un rasoio. Dopo l’entrata luminosa del centro una vecchina ordinata e sorridente dalla guardiola mi ha accolto con un affettuoso saluto. Sulla sinistra ho potuto ammirare una bella mostra di acquerelli della galleria San Valentino collocata nella hall del fabbricato. Poi ho cominciato a bussare ad una ad una alle 57 porte che si aprono nel lungo corridoio di ogni piano, le pareti del quale sono tappezzate di quadri non di gran pregio artistico, ma quanto mai piacevoli e armoniosi.

Quasi tutti gli appartamenti sono arredati con buon gusto e taluni perfino con signorilità. L’accoglienza è sempre estremamente cordiale, riconoscente, i colloqui affettuosi, mediante cui ho avuto modo di apprendere le vicende spesso tristi della vita di ogni inquilino: vedove, divorziati, persone sole, pensioni sempre misere e talvolta non adeguate, figli disoccupati, comunque tutti estremamente felici per aver trovato un rifugio confortevole e fraterno. Ho rilevato qualche situazione veramente precaria da un punto di vista economico, alla quale fortunatamente potrò offrire un aiuto mediante la bella somma messa a disposizione dall’associazione “Vestire gli ignudi”.

Dalla visita poi ho avuto la riconferma che la mente e il cuore di quella piccola comunità di anziani sono i coniugi Teresa e Luciano Ceolotto, che da volontari la gestiscono come fosse la loro famiglia. A questi cittadini, quanto mai generosi e benemeriti, giunga la riconoscenza della Chiesa mestrina e dell’intera città.


Samaritani oggi

13 marzo 2017

Per istinto, per educazione e per scelta mi sono sempre interessato, anzi, sono sempre stato fortemente coinvolto dai doveri che ho verso il prossimo, qualsiasi sia la sua condizione di vita.

Faticosamente sono arrivato a delle conclusioni che ho avuto modo, anzi che ho sentito il bisogno e il dovere di renderne compartecipi sia le persone con le quali vivo la mia vita, ma anche con quelli che vivono nella mia comunità cittadina.

Talvolta m’è parso che le mie conclusioni, sulle quali molto ho riflettuto e sulle quali spesso mi sono pure confrontato con gli altri a livello umano e religioso, fossero finalmente definitive e tranquille; in realtà debbo constatare che non è proprio così. So di certo che per molti altri miei colleghi le cose non stanno così e che han risolto questo problema con alcune battute: “Ci pensino i servizi sociali del Comune”, o “vadano alla Caritas o alla San Vincenzo” oppure in maniera più sbrigativa: “Si diano da fare!” Per me, non so se fortunatamente o sfortunatamente, le cose non stanno così e quel “ama il prossimo come te stesso” oppure “avevo fame, ero ammalato” ed anche “ero in carcere e tu…” mi rimangono come dei chiodi infissi nel cuore e nella coscienza e che, non appena incontro una persona in difficoltà e che mi chiede aiuto, cominciano a farmi male e a sanguinare.

Ripeto ancora una volta che mi sono ripromesso di dare uno o due euro ai mendicanti ormai endemici, di offrire un’offerta più consistente tramite il parroco del richiedente per situazioni più gravi e dedicare tutto il resto dei miei risparmi alla realizzazione di strutture, che, a detta del mio maestro monsignor Vecchi, aiutano seriamente tante persone in difficoltà non per un giorno, ma per decine d’anni e forse per secoli!

Fatta questa premessa, voglio raccontare al riguardo due casi emblematici. Circa un paio di mesi fa s’è presentata al Centro Don Vecchi una giovane donna, che ha domandato di me perché aveva una cosa urgente da dirmi. Mi disse che aveva fissato per una certa ora dello stesso giorno un esame a livello tumorale, ma non aveva gli 86 euro che le occorrevano. Ebbi subito la sensazione che l’anno scorso una signora della stessa età mi abbia presentato una situazione pressoché simile e lo stesso urgente, dicendomi che il giorno dopo mi avrebbe reso il debito, ma poi non s’è fatta più viva. Rimasi perplesso, ma poi prevalse in me il dubbio che non fosse lei. Le diedi i soldi richiesti, somma che lei mi disse che me l’avrebbe restituita il giorno dopo prima della Messa delle 10:00 che celebro ogni domenica nella chiesa del cimitero. Ella però non si fece più viva.

Eccovi la seconda storia. Ieri dalla segreteria del Don Vecchi mi telefonarono che un signore desiderava parlare con me. Andai e questi mi raccontò che era disoccupato da un paio d’anni e non riusciva a trovare lavoro, bollette ed affitto da pagare. Gli dissi che doveva rivolgersi al suo parroco, perché sono ancora convinto che ogni comunità cristiana deve farsi carico dei suoi poveri, anche se so che in realtà le cose non vanno così. Replicai: “Chi l’ha mandato da me?” Mi rispose che era stata una signora. Purtroppo è vero che ci sono signore e pure colleghi che trovano quanto mai comoda questa soluzione. Infine non sapendo che dirgli ancora, gli chiesi che professione facesse ed egli gelido ed un po’ beffardo mi rispose: “Il mendicante!”. Gli diedi 5 euro e se ne andò senza protestare. Ho chiesto lumi al mio angelo custode, ma pure lui rimane perplesso e mi sta lasciando tormentare nel mio dubbio.

Oggi mi rendo conto che è ben difficile fare il samaritano! Comunque quello della parabola del Vangelo sta là a ripetermi che egli è sceso da cavallo, ha curato il malcapitato disteso per strada, l’ha portato nella locanda e si è fatto carico della spesa! Mi chiedo: “Posso io far diversamente?”.


In ricordo di Marisa

20 febbraio 2017

Marisa era una mia coetanea, classe 1929, che abitava come me presso il Centro don Vecchi di viale Don Sturzo. La signora Marisa aveva fatto la “fruttarola” per tutta la sua vita, motivo per cui aveva grande esperienza nel rapporto che si deve tenere con gli altri, ella era una veneziana che più veneziana non si può, motivo per cui aveva una parlata simpatica, scorrevole e vivace; profumava di laguna nella mentalità, nel pensiero, nell’approccio col prossimo: spiritosa, sorniona nella battuta ed accattivante nel rapporto, tanto che interloquiva sempre con i suoi “tesoro, amor mio”.

Marisa non amava troppo ritirarsi in casa, difatti passava tutti i pomeriggi tenendo banco presso un crocchio di coetanee che passavano il tempo e godevano delle sue battute. Marisa, innamorata del figlio ed innamoratissima dei nipoti che ce li dipingeva come dei portenti di ragazzi, con me aveva un feeling particolare essendo, come ho detto, mia coetanea.

Sono veramente addolorato per questa perdita, però in quest’occasione mentre sento il bisogno di salutare ed affidare al buon Dio questa donna, debbo rivelarvi un piccolo segreto. Marisa era felicissima di abitare al Don Vecchi, struttura che considerava la più bella delle soluzioni per anziani e diceva un po’ a tutti questa sua felicità.

Al Don Vecchi bazzicano di frequente giornalisti, operatori televisivi per inchieste e soprattutto per la novità circa la domiciliarità degli anziani poveri; normalmente chiedono a me come ideatore del Don Vecchi le notizie che possono interessare ai lettori circa questa struttura decisamente innovativa. Poi per esigenza del mestiere chiedevano di poter interrogare pure qualche vecchio residente. Allora con aria e previsione certa della risposta, dicevo al crocchio di amiche, tra le quali non mancava mai la signora Marisa: “I signori avrebbero piacere che diceste anche voi come vi trovate in questa casa di riposo”. Ella puntualmente e per me in maniera prevista e desiderata, balzava in piedi e con gli occhi spalancati ed in atteggiamento di stupore sbalordito affermava: “Cosa? Questa casa di riposo? Ah cari signori, questo è un centro benessere!” E snocciolava quindi di seguito le meraviglie del Don Vecchi!

Marisa è morta nel sonno dopo un paio di settimane di malessere. Ci mancherà perché era una persona particolare, ma nel contempo rimaniamo felici perché cento, mille volte ci ha confidato e detto a tutti che al Don Vecchi ha vissuto i più begli anni della sua vita. (d.A.)


Il 5xmille: grazie, ma si può fare di più?

12 febbraio 2017

In questi ultimi giorni apprendo i risultati quanto mai brillanti ottenuti dall’associazione Avapo (assistenza domiciliare agli ammalati oncologici in fase finale) nei riguardi del 5 per mille. Infatti mi pare che quest’anno abbiano raggiunto i 120.000 euro, mentre noi della Fondazione, pur essendomi io impegnato a fondo nell’invitare i concittadini a ricordarsi anche di chi si occupa della domiciliarità degli anziani in disagio economico, abbiamo realizzato solamente un quinto in merito a questo contributo dello Stato.

A scanso di equivoci, affermo pubblicamente e con estrema onestà che l’Avapo si merita questo consenso poiché è un’associazione seria, efficiente, che svolge un’attività innovativa e quanto mai umana e quindi sono felicissimo del consenso che ha ottenuto. Tuttavia, sono pure convinto che l’impegno e il servizio svolto dalla nostra Fondazione nei riguardi degli anziani e dei poveri a Mestre non sia molto meno meritorio e ciò nonostante nell'”ultimo esercizio” ha realizzato soltanto 32.000 euro.

Sono immensamente riconoscente al consistente numero di concittadini che ci hanno aiutato e incoraggiato con la loro offerta però confesso, con molta amarezza, che rimango deluso da quella moltitudine di concittadini che si sono dimenticati delle nostre sei strutture, innovative e quanto mai signorili, che abbiamo offerto agli anziani più poveri di Mestre. Non sono poche le persone e gli amministratori del nostro Comune che hanno affermato che i Centri don Vecchi sono uno dei fiori all’occhiello di Mestre.

La mia speranza è che io, non essendo per nulla esperto in questo settore, ho impostato male la campagna per ottenere il 5 per mille a favore della Fondazione dei Centri don Vecchi. Dato poi che non sono uno che se la metta via facilmente, mi rivolgo ai concittadini, esperti di questo settore, perché mi aiutino a non fare ancora una volta flop.

È vero che quest’anno da 22.000 euro siamo passati a 32.000 euro, ma a mio parere è ancora troppo poco. Chiedo quindi agli esperti in pubblicità di offrirsi ad aiutare la nuova redazione de L’Incontro e particolarmente il nuovo direttore, don Gianni Antoniazzi, ad impostare la “campagna” di quest’anno! Grazie.


Dateci il marciapiede

1 febbraio 2017

Quattro anni fa avevo già fatto domanda all’allora assessore alla Mobilità Ugo Bergamo di studiare e realizzare un percorso pedonale tra il Centro don Vecchi 4 e il centro del paese. Questa richiesta nasceva dal fatto che gli anziani, data la pericolosità di via Orlanda, rimanevano reclusi nell’area di residenza. Il discorso sembrava che andasse avanti, tanto che il Comune aveva fatto fare uno studio di fattibilità.

Con l’arrivo della nuova amministrazione ho ripreso i contatti con il nuovo assessore Renato Boraso, ottenendo rassicurazione che l’opera era possibile e che il Comune avrebbe fatto suo il progetto, anche per il fatto che quel tratto di strada sarebbe passato dalla competenza dell’Anas a quella del Comune. Peraltro, l’Anas ha un cantiere nei dintorni tanto che gran parte del verde del don Vecchi è stato espropriato: motivo per cui la soluzione sembrava di vicina realizzazione.

Nel frattempo, però, i giorni e i mesi continuavano a passare, nonostante l’ex dirigente delle strade gestite dalla Provincia e quindi esperto della materia, Lanfranco Vianello, a nome mio avesse preso contatto con l’assessore ottenendo sempre promesse, che sono rimaste solo promesse!

Essendo passata la “luna di miele” dopo il primo anno e mezzo di governo della giunta Brugnaro ed essendo pure convinto che quando si parla per il bene della collettività e soprattutto delle persone più deboli, al Comune non si debba presentarsi con il cappello in mano, ma coscienti d’essere cittadini, m’è parso di dover informare l’opinione pubblica di questo stallo, visto che di dipendenti da impegnare ne avrebbe perfin troppi. Mi auguro che a questo scritto, al quale ne seguirebbe uno alla settimana se necessario, arrivi finalmente una risposta concreta.


Torna a inizio pagina

Il blog di don Armando Trevisiol utilizza WordPress
Articoli (RSS) e Commenti (RSS).

Creative Commons License

Gli articoli di questo blog sono rilasciati sotto licenza
Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia.
Possono quindi essere copiati a fini non commerciali
e a patto di non modificarli e di citare sempre l'autore.